Verde pubblico e privato, ecco il primo regolamento organico

Più tutela per gli alberi, nuove piantumazioni, attenzione al cambiamento climatico e maggiore collaborazione tra cittadini e Comune. Sono i principali elementi del nuovo Regolamento comunale del verde pubblico e privato, approvato nei giorni scorsi dal Consiglio comunale. Si tratta di una novità importante per la città: Ancona non aveva mai avuto finora un Regolamento organico capace di mettere ordine e razionalizzare in un unico quadro di riferimento norme, procedure e regole relative alla gestione del verde pubblico e privato. Il nuovo strumento nasce proprio dalla necessità di superare una disciplina frammentata e un regime transitorio, fornendo al Comune, ai cittadini e a chi realizza interventi sul territorio indicazioni più chiare e uniformi. Il testo è il risultato di un lungo percorso di confronto avviato dall’Amministrazione comunale con le Associazioni ambientaliste e con stakeholder qualificati. Un lavoro durato circa otto mesi e seguito direttamente dal sindaco Daniele Silvetti, dall’assessore al Verde Daniele Berardinelli e dai tecnici comunali. «Il provvedimento introduce per la prima volta nella nostra città – ha sottolineato il sindaco – un quadro organico di regole per tutelare, valorizzare e gestire il patrimonio verde di Ancona, sia pubblico che privato. Alberi e spazi verdi sono una componente fondamentale della qualità urbana, della biodiversità e della capacità di Ancona di affrontare i cambiamenti climatici. Vogliamo quindi coniugare tutela, cura e sviluppo, con regole più chiare per il Comune, per i cittadini e per chi realizza interventi sul territorio». Uno dei capitoli centrali del nuovo Regolamento riguarda la protezione delle alberature. La tutela prevista dalla normativa regionale viene estesa, sul territorio comunale, anche ad altre specie arboree ad alto fusto che raggiungono determinate dimensioni. Particolare attenzione viene riservata alle potature, che dovranno essere eseguite rispettando la fisiologia e la morfologia degli alberi e secondo modalità tecniche definite dal Regolamento.

Un’altra regolazione fissata riguarda il rapporto tra verde e interventi edilizi. Prima di realizzare opere che possano interferire con alberi e apparati radicali sarà necessario valutare le possibili interferenze e individuare le misure per proteggere la vegetazione esistente. Uno degli aspetti più innovativi del nuovo Regolamento riguarda la progettazione del verde con riguardo anche alla scelta delle specie da piantare. Non sarà più sufficiente considerare esclusivamente l’aspetto estetico di una pianta. Nella progettazione del verde pubblico e privato dovranno essere valutate anche le caratteristiche climatiche e del terreno, le esigenze idriche, la biodiversità, la resistenza alle fitopatie e, soprattutto, la capacità delle specie di adattarsi agli effetti dei cambiamenti climatici. Il tema dell’adattamento climatico entra così direttamente nelle scelte che riguardano il patrimonio verde della città: piantare oggi significa anche scegliere alberi e piante in grado di vivere nelle condizioni climatiche che Ancona dovrà affrontare negli anni futuri.

Il Regolamento pone inoltre particolare attenzione al mantenimento del suolo permeabile vegetale. Nei piani urbanistici attuativi, le aree destinate a verde dovranno essere costituite almeno per l’80% da superfici effettivamente verdi, mentre vengono fissate specifiche percentuali di copertura arborea e arbustiva per i nuovi insediamenti residenziali, terziari e produttivi.

Il Regolamento riguarda l’intero territorio comunale e quindi anche il verde di proprietà privata. I proprietari e gli aventi titolo saranno chiamati a gestire alberi e spazi verdi secondo criteri di buona pratica colturale e nel rispetto delle nuove disposizioni. Per gli alberi privati vengono definite procedure specifiche per gli abbattimenti e per le potature straordinarie, mentre la potatura ordinaria, se effettuata secondo le modalità previste, non richiederà autorizzazioni o comunicazioni. Anche in questo caso la scelta delle specie vegetali dovrà essere orientata non soltanto dall’estetica, ma dalle caratteristiche del luogo, dalla disponibilità di acqua, dalla biodiversità e dalla capacità delle piante di resistere alle condizioni climatiche future, oltre che dall’eventuale presenza di parassiti e malattie. Tra gli elementi qualificanti c’è la definizione regolamentare per l’attuazione concreta di molteplici forme di gestione partecipata del verde pubblico, coinvolgendo Associazioni, cittadini e altri soggetti nella cura di parchi, aree verdi di quartiere, aiuole, aree per gli animali da affezione e percorsi pedonali. È un’impostazione che punta a rafforzare il rapporto tra Amministrazione e Comunità: il verde pubblico non viene considerato soltanto come un patrimonio da amministrare, ma come uno spazio condiviso, la cui cura può diventare anche occasione di collaborazione tra ente pubblico, cittadini e realtà associative. «Questo Regolamento – ha spiegato l’assessore Daniele Berardinelli – nasce anche dall’esperienza quotidiana sul territorio, dall’ascolto delle segnalazioni dei cittadini e dal confronto con chi ogni giorno si prende cura del verde della nostra città. Abbiamo lavorato per mettere ordine, dare regole più chiare e soprattutto rafforzare la tutela degli alberi e degli spazi verdi. Non è soltanto un insieme di norme: è uno strumento concreto per prenderci maggiore cura della qualità degli spazi che viviamo ogni giorno»

Palombella, demolizioni dell’ex Benincasa per un parco urbano e una rotatoria

Sono state completate tra luglio e agosto le demolizioni dell’ex scuola Benincasa e dell’edificio adiacente di via Flaminia alla Palombella, da tempo in stato di abbandono e degrado. L’intervento rappresenta il primo passo del più ampio progetto di riqualificazione, che prevede la sistemazione del versante, la realizzazione di un nuovo parco urbano, di un parcheggio e di una nuova rotatoria lungo via Flaminia.
A breve prenderà avvio la lavorazione in sito delle macerie derivanti dalle demolizioni, che saranno trattate e riutilizzate nell’ambito dell’intervento di sistemazione del versante: il materiale sarà infatti impiegato per la realizzazione di strutture di sostegno terrazzate che consentiranno la realizzazione di un’area verde, percorsi e aree di sosta. I lavori di riprofilatura e sistemazione del parco dovrebbero concludersi entro febbraio 2027: al termine di questa fase prenderà avvio il cantiere per la realizzazione delle opere viarie previste dal progetto di riqualificazione.
Proprio davanti il nuovo parco, che si inserisce in una visione più ampia di connessione degli spazi verdi con il parco urbano di Posatora, sorgerà la nuova rotatoria che consentirà anche ai mezzi del trasporto pubblico extraurbano della stazione Verrocchio di effettuare le necessarie manovre.


L’intervento comprenderà anche la realizzazione di nuovi marciapiedi e di un nuovo impianto di pubblica illuminazione, con l’obiettivo di migliorare la sicurezza e la funzionalità degli spazi e accompagnare la complessiva riqualificazione dell’area.
A fianco della rotatoria sarà inoltre realizzato un nuovo parcheggio pubblico di circa 20 posti auto, a servizio del futuro parco urbano e del quartiere.
“Demolizioni, sistemazione del versante, nuovo parco, parcheggio e opere viarie rappresentano un intervento di recupero e trasformazione essenziale per l’ingresso alla città e per l’area della Palombella- afferma l’assessore ai Lavori Pubblici Stefano Tombolini – Restituiremo al quartiere uno spazio riqualificato e fruibile, superando una situazione di degrado che si protraeva da anni e con un collegamento verde ideale e reale il parco di Posatora”.

L’autunno della ripartenza

di Daniele Silvetti, Sindaco di Ancona

È stata un’estate unica, e ci lascia lo slancio giusto per affrontare l’agenda di governo dell’autunno alle porte. Un’estate unica perché la città è stata viva, piena di persone, attraversata da eventi capaci di parlare a sensibilità diverse e ospitati in tanti luoghi suggestivi. Abbiamo respirato un’aria di città aperta, curiosa, partecipe. È l’Ancona che vogliamo e che stiamo costruendo.
Non mi stancherò mai di ripeterlo: gli eventi non hanno un valore effimero di semplice intrattenimento. Sono un volano economico, un atto di accoglienza verso chi visita la città, un’occasione di crescita e di socialità per tutta la comunità. I numeri ci stanno dando ragione: quasi diecimila persone alla Festa del Mare, il tutto esaurito agli appuntamenti dell’Anfiteatro, una grande partecipazione alle mostre e alle visite guidate e, soprattutto, uno straordinario aumento di turisti in città.
È una strada che intendiamo proseguire, insieme a quella, parallela e altrettanto importante, della trasformazione urbana e del sostegno a chi sceglie Ancona per investire, lavorare e costruire il proprio futuro. Penso al project financing di piazza d’Armi, al nuovo hotel, agli studentati privati, ai nuovi locali che stanno aprendo, fino alla stagione entusiasmante che si è sviluppata a Posatora. Sono tutti segnali di una città che si muove, che torna ad attrarre investimenti e che può finalmente guardare al proprio sviluppo con fiducia.
E sarà soprattutto un autunno di opere importanti, di cantieri che arrivano al traguardo e di inaugurazioni destinate a lasciare il segno.
Penso al Mercato delle Erbe, per il quale abbiamo immaginato una gestione moderna, capace di coniugare le attività tradizionali di vendita con la ristorazione, la socialità e l’animazione. Penso alla nuova piazza della Repubblica. Ve la ricordate con le vecchie pensiline, quell’aria triste e di dismissione? La vedremo trasformata, illuminata, accogliente, finalmente capace di ricucire in modo naturale il rapporto tra il porto e il corso principale. Penso al nuovo mercato di piazza d’Armi, pronto ad accogliere gli operatori del Piano in una struttura moderna ed efficiente.
Sono solo alcune delle opere che si apprestano ad aprire le porte, ma raccontano bene la direzione che abbiamo scelto.
E sono numerosi gli interventi significativi sui quali abbiamo messo mano e che continueremo a sviluppare, a partire da quelli finanziati dal PNRR, ormai completati.
Ci sono poi altri luoghi e altri progetti che cambieranno il volto della città: l’affaccio sotto il Duomo, le nuove scuole realizzate grazie al PNRR, gli interventi di rigenerazione urbana. E penso alla Palombella, dove a luglio abbiamo abbattuto due edifici simbolo di un degrado che durava da troppo tempo: l’ex scuola Benincasa e la casa adiacente, da anni abbandonate all’incuria. Al loro posto nasceranno un piccolo giardino, un’area per la sosta dei camper e una nuova rotatoria per l’ingresso in città. Un intervento semplice, ma importante: perché anche il modo in cui ci si presenta a chi arriva racconta la dignità e la qualità di una comunità.
Accanto alle opere fisiche c’è poi un’altra grande sfida, quella della cultura.
Siamo già al lavoro per costruire le fondamenta di Ancona Capitale italiana della Cultura 2028. I tavoli di lavoro per definire la governance e dare attuazione al dossier che ci ha consentito di conquistare il titolo sono stati avviati. Stiamo trasformando quella vittoria in un percorso concreto, capace di coinvolgere la città e di produrre effetti duraturi. La programmazione degli eventi, i progetti di rigenerazione, le attività dedicate ai giovani, il rapporto con le associazioni, con il mondo della cultura e con quello dell’impresa: sono questi alcuni dei capitoli sui quali stiamo lavorando.
Il 2028 non deve essere soltanto un grande anno di celebrazioni. Deve essere un’occasione per lasciare ad Ancona nuove competenze, nuovi spazi, nuove relazioni e una capacità ancora maggiore di essere attrattiva e contemporanea.
L’estate ci ha mostrato una città che ha voglia di esserci. L’autunno ci chiede di fare un passo in più: trasformare quell’energia in opere, servizi, investimenti e nuove opportunità. È questa la nostra agenda. Una città più viva, più bella, più accogliente e più capace di costruire futuro.

IL PERSONAGGIO – Karwan, il barbiere che offre il taglio gratis ai pensionati del Piano

Il quartiere del Piano, cuore multiculturale e pulsante della nostra città, è da sempre un laboratorio a cielo aperto di storie, incroci di culture e, soprattutto, di profonda umanità. L’ultima bellissima pagina di cittadinanza attiva e coesione sociale la scrive Karwan Hakim Gafour, titolare del noto salone di bellezza “Pascià Style” in Corso Carlo Alberto e del ristorante Sultan Pascià in via Pergolesi. In un momento storico complesso, in cui l’inflazione e l’aumento generale dei prezzi gravano pesantemente sui bilanci familiari ed europei, Karwan ha deciso di lanciare circa un anno fa un’iniziativa dal forte impatto sociale: ogni martedì, il taglio di capelli per i pensionati è completamente gratuito. Un omaggio del valore di 15 euro che si traduce in un risparmio concreto per le tasche dei residenti più “saggi” del rione, spesso in prima linea nel subire i morsi della crisi economica. A questa iniziativa se ne è aggiunta un’altra qualche mese fa, ovvero il pasto (composto da hamburger e patatine fritte) offerto presso il suo ristorante Sultan Pascià ai minori accolti da comunità e strutture di accoglienza o che vivono particolari situazioni di difficoltà.

“Piano piano le presenze stanno crescendo, inizialmente c’era maggiore diffidenza – sottolinea Karwan- mi aspettavo una ventina di persone al giorno per il taglio gratuito, al momento ne arrivano 5 massimo 10 ogni martedì ma grazie al passaparola mese dopo mese l’iniziativa raccoglie sempre più adesioni”.

La storia di Karwan è l’emblema di un’integrazione riuscita, nata dal coraggio e dalla determinazione. Di etnia curda e originario della Siria, Karwan è arrivato in Italia nel 2015 come richiedente asilo. Da quel momento ha costruito passo dopo passo il futuro suo e della sua numerosa famiglia – ha cinque figlie, di cui una già brillantemente avviata agli studi universitari – mettendo radici tra Pesaro, dove risiede, e il capoluogo dorico, centro nevralgico della sua attività lavorativa.

Oggi, a distanza di anni, Karwan è un imprenditore affermato che dà lavoro a cinque dipendenti nel suo salone. Ma il suo legame con Ancona va ben oltre il fatturato: “Mi trovo molto bene qui e vorrei restituire qualcosa alla città che ha accolto me e la mia famiglia – spiega Karwan – vedo molti anziani del quartiere in difficoltà e questo piccolo gesto vuole essere un segno di profondo rispetto e vicinanza verso chi vive le maggiori fatiche”.

La lungimiranza di Karwan ha trovato spazio anche nella ristorazione: poco distante dal salone ha infatti aperto il ristorante “Sultan Pascià”, un punto di riferimento per gli amanti della cucina mediorientale (con specialità da Iraq, Siria e Turchia) celebre per il suo particolare kebab. I suoi progetti per il futuro sono in piena espansione, con la valutazione di un nuovo punto vendita a Senigallia, mentre porta avanti il percorso per richiedere e ottenere l’ambita cittadinanza italiana.

In un’epoca spesso dominata dai freddi numeri e dalle distanze, l’esempio che arriva dal quartiere Piano dimostra come il commercio di prossimità mantenga una funzione sociale fondamentale per l’intero tessuto cittadino. L’integrazione, ad Ancona, non è un concetto astratto: passa anche attraverso la cura reciproca, un paio di forbici e un sorriso regalato a chi ne ha più bisogno.

Per garantire un’organizzazione impeccabile e dedicare a ogni cliente il giusto tempo, il servizio di taglio gratuito del martedì è accessibile esclusivamente su appuntamento. Inoltre, in occasione del primo incontro, verrà effettuata una semplice registrazione dei dati, utile per poter ricontattare i beneficiari per le iniziative future.

Ilaria Traditi

Dentro il cuore della programmazione delle Muse: intervista al direttore artistico Giuseppe Dipasquale

Trentatre titoli proposti nei diversi cartelloni di Marche Teatro per la Stagione 2026/2027: quali sono i punti cardine della programmazione che andrà in scena dal prossimo autunno?

Il cartellone che abbiamo già lanciato, forte dei suoi 33 titoli complessivi, si riassume perfettamente nel claim che abbiamo scelto: “Segni diVersi” e “Spazi di Creatività Illimitata”. L’obiettivo cardine è proporre una stagione a 360 gradi, capace di scardinare le barriere tra i generi per offrire un’esperienza culturale totale. Vogliamo che gli edifici del Teatro delle Muse e dello Sperimentale siano percepiti non come templi polverosi della tradizione, ma come piazze aperte della creatività contemporanea. I punti di forza risiedono nella pluralità dei linguaggi – in cui la prosa dialoga con la danza, la musica e le forme più innovative della performance – e nell’accessibilità culturale. È una programmazione pensata per intercettare sia il pubblico storico e abbonato, sia le nuove generazioni di spettatori, mantenendo sempre altissimo il livello della qualità artistica e posizionando Ancona come uno dei poli teatrali e multidisciplinari più vivi e influenti d’Italia. Questa stagione non è un evento isolato, ma un tassello fondamentale nel percorso verso Ancona Capitale Italiana della Cultura 2028, dove Marche Teatro svolgerà un ruolo di primo piano come Ente Attuatore. Il Teatro delle Muse e lo Sperimentale sono i motori di questa rinascita. Costruiamo oggi l’edificio magico capace di colmare i vuoti emotivi con lo stupore, preparando la città a essere il palcoscenico d’Italia tra due anni.

8 sono i titoli di produzione che il pubblico vedrà in scena tra Teatro delle Muse e Teatro Sperimentale. Come vengono scelti i testi e gli artisti per gli spettacoli che decide di mettere in scena targati Marche Teatro?

Produrre spettacoli è la vera anima di un Teatro delle Città di Rilevante Interesse Culturale come il nostro. Gli 8 titoli di produzione che presenteremo in questa stagione nascono da una visione strategica ben precisa: far coesistere i maestri acclarati della scena nazionale e internazionale con la linfa vitale delle nuove generazioni. La scelta degli artisti e dei testi risponde a criteri di necessità culturale, di spessore drammaturgico e di impatto etico e sociale sul presente. Da un lato diamo spazio a grandi interpreti – pensiamo a nomi amatissimi e carismatici come Luca Zingaretti, che aprirà anche i nostri incontri con il pubblico – e dall’altro investiamo concretamente sui nostri giovani, come gli attori della neonata Compagnia dei Giovani di Marche Teatro, che saranno protagonisti di progetti strategici. Scegliere di produrre significa per noi creare un artigianato d’arte che valorizza non solo chi sta sul palcoscenico, ma anche l’eccellenza delle nostre maestranze tecniche, radicate sul territorio ma con lo sguardo rivolto ai circuiti nazionali e internazionali in cui queste produzioni viaggeranno. Passeremo dunque dalle visioni di Marco Polo e le città invisibili calviniane, all’incredibile avventura di un’anima che attraversa i secoli con Orlando, la commediada Virginia Woolf, con Viola Graziosi, Arturo Cirillo e David Coco, alla commedia delle bianche bugie de Le false confidenzedi Mariveaux, con Elena Sofia Ricci e via via fino al ritratto amaro e comico di una società che ha smarrito la propria bussola umana con I weekend al mare di Antonio Manzini (l’autore di Rocco Schiavone).

La danza quest’anno vedrà cinque appuntamenti in abbonamento e altri tre appuntamenti fuori abbonamento: che cosa vedremo in scena e come ha scelto gli spettacoli che ospiterà?

La scelta della stagione di danza risponde a una logica di apertura, di internazionalità e di forte sostegno alla giovane coreografia italiana. Vogliamo che il corpo in movimento diventi uno strumento per decodificare il contemporaneo. Il cartellone alternerà la maestria di coreografi iconici a formati più sperimentali e installativi. La stagione danza di Marche Teatro si inserisce nella rassegna Segni di Versi come un’esplorazione profonda e multidisciplinare della fisicità contemporanea, dove il corpo diventa il tramite per raccontare l’intangibile. Questa linea programmatica disegna una geografia del movimento: ogni spettacolo è un “segno” che declina il verso teatrale in gesto, offrendo allo spettatore una visione del mondo cosmopolita e audace, perfettamente allineata all’ambizione di Ancona 2028. È un invito a riscoprire il teatro come luogo di contaminazione totale, dove il linguaggio del corpo si fa voce universale. Ad arricchire ulteriormente il cartellone della danza di questa stagione sarà un nucleo di appuntamenti dal respiro fortemente internazionale e di grandissimo impatto visivo. Tra i titoli in abbonamento, ospiteremo l’esclusiva regionale di Sonnet of Samsara della compagnia indiana Attakkalari Centre for Movement Arts con la coreografia di Jayachandran Palazhy, e l’attesissima prima regionale di L.A.V.A., uno straordinario progetto nato dall’incontro tra l’olandese ICK Ensemble e la Compagnia Zappalà Danza firmato da Emio Greco e Roberto Zappalà. Il nuovo anno si aprirà all’insegna dell’ironia e dell’estro dei francesi Chicos Mambo con il loro celebre CAR/MEN, seguiti dall’energia atletica dei Kataklò in Seasons – Oltre le stagioni, per poi arrivare a un’altra prestigiosa esclusiva regionale: Chora – Il vuoto all’origine della coreografa Sofia Nappi con la compagnia Komoco. Infine, tra gli eventi fuori abbonamento, spicca il ritorno del Gran Galà di Danza – Esistenze curato da Eugenia Morosanu per la Fondazione Regionale Arte nella Danza, che porterà sul palco del Teatro delle Muse le grandi étoile dei più importanti teatri del mondo.

Quali altre novità ci dobbiamo aspettare tra l’estate e l’autunno?

Il teatro non va mai in vacanza e la nostra progettualità si sviluppa in modo continuo durante tutto l’anno attraverso cinque grandi direttrici che uniscono il territorio alle grandi geografie culturali:

PolverigInteatroFest (4-14 giugno): È la nostra straordinaria anteprima estiva multidisciplinare. Undici giorni intensissimi di programmazione in cui il pubblico potrà vivere esperienze uniche tra teatro (con grandi nomi come Marco Baliani con L’ombra perduta di Peter Schlemihl e Federica Di Martino nel testo di Dacia Maraini Corpo felice, accanto alle novità di Giulia Bartolini e della nostra Compagnia dei Giovani con FLAG), il grande circo contemporaneo (Duo Kaos, El Bechin, Teatro Necessario Circo e il Circo El Grito), la musica dal vivo (i concerti di FLORA_theband, Giulia Mei e Marianne Mirage) e una ricca vetrina di danza contemporanea. Sarà una vera e propria fucina di testi inediti e di “studi” in cui lo spettatore assisterà in diretta alla genesi delle opere. Oltre, ad esempio, grazie alla coproduzione con Scenario Pubblico / Compagnia Zappalà Danza, porteremo in scena Panopticon, un progetto installativo di Roberto Zappalà che vedrà protagonisti 4 artisti under 35 selezionati tramite bando. Accanto a questo, ospiteremo grandi firme come Salvo Lombardo con Birdsong (insieme a un’interprete straordinaria come Marta Ciappina), il talento visivo e materico di Nicola Galli in Diluvio con musica dal vivo, e la rigorosa ricerca di Simona Bertozzi con Le Palestriti. Non mancheranno le incursioni ironiche e dirompenti di Giulio Santolini con Mumble Mumble (prodotto da CollettivO CineticO), la potente fisicità di Lara Guidetti per Sanpapié con Quiver, e la sensibilità di Camilla Montesi in Geometria del chiasso. Abbiamo composto un mosaico in cui la danza non è solo estetica, ma pensiero e corpo vivo.

Cinque città per Morricone (6 luglio al Teatro delle Muse): Un grandioso progetto nazionale, intitolato La nostra musica. I temi immortali di Ennio Morricone. Il 6 luglio, in contemporanea, Ancona (città in cui il Maestro ha suonato spesso nella sua straordinaria carriera) si unirà a Bari, Palermo, Roma e Torino in un percorso non ripetibile. Cinque concerti differenti per programmi e direzioni musicali in luoghi altamente significativi, aperti ai cittadini, ai turisti e a un pubblico internazionale, realizzati in sinergia con i più prestigiosi enti musicali per volontà della Fondazione Morricone.

L’Alfabeto della Memoria (Seconda Edizione): Dopo lo straordinario successo di pubblico della passata edizione, che ha visto una partecipazione entusiasta e ha confermato quanto la città senta il bisogno di questi spazi di pensiero, abbiamo deciso di rilanciare con forza il progetto. Sulla scia del celebre brano Todo Cambia di Mercedes Sosa, dedicheremo questo secondo capitolo al tema del “cambiamento” – inteso come forza motrice che plasma le generazioni, il linguaggio, la musica e le società. Forte del legame ormai consolidato con gli spettatori, la manifestazione amplierà quest’anno i propri orizzonti ospitando illustri personalità della cultura e della scena artistica, aprendosi per la prima volta a importanti contributi di carattere internazionale. Sarà uno spazio di riflessione condiviso, libero e disordinata, per esplorare insieme come si vive, si accetta e si cavalca il mutamento del mondo che ci circonda.

Doppia Scena – Gli incontri con le compagnie: Una fondamentale azione collaterale di promozione e formazione del pubblico. Per entrare nelle fitte maglie degli spettacoli, offriremo una serie di incontri diretti con i protagonisti della nostra stagione. Un’occasione per dare uno spaccato vivo del dietro le quinte, che inizierà con un ospite d’eccezione come Luca Zingaretti.

La Stagione di Teatro Ragazzi: Pensando alle nuovissime generazioni, confermiamo il nostro impegno strategico affidato alla storica esperienza del Teatro del Canguro. Presso il Teatrino del Piano e al Teatro Sperimentale con il consueto cartellone APERDITAD’OCCHIO proporremo spettacoli prodotti e ospitati e laboratori dedicati ai più piccoli. Coltivare la creatività, l’inclusione e la sensibilità dei bambini significa abbattere le barriere sociali e fare un investimento essenziale: perché la curiosità di un bambino oggi è la migliore promessa per il pubblico di domani.

IL PERSONAGGIO – Franco Corelli, la voce di Ancona che infiammò il mondo

Ancona rinnova il suo legame con l’artista che più di ogni altro ne ha portato il nome nel mondo. La città si appresta a intitolargli la piazza antistante il teatro delle Muse, che è oggetto di una profonda riqualificazione, dove sarà anche collocata una statua a lui dedicata
Alla vigilia di questa celebrazione, ripercorriamo la vita di un tenore leggendario

Certe voci appartengono alla storia della musica e diventano anche identità di una città, simboli di un’epoca, patrimonio collettivo. È il caso di Franco Corelli, il tenore nato ad Ancona l’8 aprile 1921, considerato ancora oggi uno dei più grandi interpreti lirici e una delle voci più travolgenti del Novecento: potente, drammatica, riconoscibile fin dal primo ascolto.

La storia di Franco Corelli non nasce nei conservatori più prestigiosi: prima della carriera artistica lavorò come geometra al Comune di Ancona, conducendo una vita apparentemente lontana dai grandi palcoscenici. La musica, però, era presente fin dall’infanzia. Proveniva da una famiglia appassionata di lirica: il nonno Augusto era stato tenore, il padre Remo era appassionato di canto. Fu frequentando gli ambienti culturali del Teatro delle Muse e la Corale Bellini che il giovane Corelli iniziò a intuire le potenzialità della propria voce. Lo disse una volta lui stesso: «Ho cominciato a cantare per gioco. Con un amico ascoltavo dischi e cantavo per ore e ore, e fu così che mi innamorai del canto»

All’inizio cantava da baritono: solo grazie all’incontro con il maestro Arturo Melocchi — lo stesso che aveva formato Mario Del Monaco — riuscì a sviluppare la straordinaria estensione tenorile che lo avrebbe reso celebre. Nel 1950 fu ammesso a un corso di perfezionamento presso il Teatro Comunale di Firenze, ma il vero debutto operistico arrivò nel 1951 a Spoleto, nel ruolo di Don José della “Carmen” di Bizet. Fu subito evidente che quella voce possedeva qualcosa di raro: un timbro luminoso, acuti impressionanti e una presenza scenica magnetica.

Negli anni successivi la carriera esplose rapidamente. Nel 1954 debuttò al Teatro alla Scala accanto a Maria Callas ne “La Vestale” di Spontini. L’incontro con la Callas segnò profondamente la sua crescita artistica: i due formarono una delle coppie più leggendarie della lirica del Novecento. Insieme interpretarono “Norma”, “Poliuto”, “Fedora” e altre produzioni diventate storiche. Corelli conquistò il pubblico non solo con la voce, ma anche con il carisma fisico. Alto, elegante, atletico, incarnava perfettamente l’eroe romantico dell’opera italiana. In scena sembrava dominare lo spazio teatrale con naturalezza assoluta.
La consacrazione definitiva arrivò il 27 gennaio 1961, quando debuttò al Metropolitan Opera di New York come Manrico ne “Il trovatore”, accanto a Leontyne Price. Fu un successo clamoroso. Da quel momento il Metropolitan divenne quasi una seconda casa: vi cantò per quindici stagioni consecutive, partecipando a 369 rappresentazioni. Nessun teatro al mondo contribuì quanto il Met alla costruzione del mito di Corelli.
La sua voce apparteneva alla categoria del “tenore lirico spinto”: capace cioè di unire dolcezza melodica e forza drammatica. Gli acuti erano squillanti e quasi metallici, ma Corelli sapeva anche piegare il suono a mezzevoci raffinate e intensissime. Nel 1976 lasciò le scene operistiche quando la voce era ancora ammirata dal pubblico, preferendo fermarsi prima di un evidente declino vocale. Una scelta rara nel mondo della lirica. Morì a Milano, dove riposa al Cimitero Monumentale, nel 2003.

Napoleone e Ancona: una storia europea tra rivoluzione, porto strategico e fortificazioni

Cosa c’entra Napoleone con Ancona? A prima vista potrebbe sembrare poco: l’imperatore francese non nacque nelle Marche, ma nella periferica isola corsa, non vi stabilì la sua corte e anzi vi rimase solo alcuni giorni, e non combatté nella Marca le sue battaglie più celebri. Eppure, tra le altre cose, resta questa epigrafe scritta di sua mano: <Il suo – di Ancona – è il solo porto che esiste, dopo Venezia, sull’Adriatico; sotto ogni punto di vista è per noi essenziale>. Insomma, Ancona fu uno dei luoghi strategicamente più importanti dell’Adriatico durante l’età napoleonica, tanto da diventare un nodo militare, commerciale e politico essenziale per la Francia tra la fine del Settecento e l’apogeo dell’Impero, nel 1815. Non basta. Oltre ai siti scomparsi o meno, testimonianza del ruolo dei transalpini nella nostra città, parenti e amici del corso, i cosiddetti “napoleonidi”, svolsero un ruolo e un’influenza per nulla secondarie nel corso del successivo processo risorgimentale e oltre. È proprio per questo legame storico che oggi il Comune di Ancona, e in particolare l’assessorato al Turismo, ha scelto di aderire alla Federazione Europea delle Città Napoleoniche, una rete internazionale che riunisce città segnate dall’esperienza napoleonica e che promuove la valorizzazione del patrimonio storico e culturale di quell’epoca.

Per comprendere il rapporto tra Napoleone e Ancona bisogna tornare agli anni delle campagne d’Italia. Nel 1796 il giovane generale Napoleone Bonaparte (in origine il nome della famiglia, di origine toscana, era Buonaparte ma si decise di mutarlo perché il dittongo uo è poco affine alla lingua francese), guidò l’esercito transalpino contro gli Stati italiani e l’Austria, portando nelle penisola le idee della Rivoluzione francese: abolizione dei privilegi feudali, nuovi codici amministrativi, laicizzazione dello Stato e riorganizzazione dei territori. In questo quadro anche Ancona, allora appartenente allo Stato Pontificio, divenne un obiettivo strategico fondamentale. Il porto di Ancona aveva infatti un enorme valore militare e commerciale. Affacciato sull’Adriatico e naturalmente protetto dal promontorio del Conero, costituiva uno dei principali sbocchi marittimi dell’Italia centrale verso i Balcani e il Levante. I francesi compresero subito l’importanza di controllare la città: dominare Ancona significava controllare i traffici dell’Adriatico e limitare l’influenza austriaca nella regione. Per inciso l’importanza del porto di Ancona, sottovalutata da studiosi e media nazionali, ha caratterizzato numerosi altri eventi della storia dell’Adriatico e del Mediterraneo, da Traiano a Churchill. Nel febbraio del 1797 le truppe francesi entrarono ad Ancona quasi senza combattere. La città divenne immediatamente una base navale e militare della Repubblica francese e, successivamente, delle repubbliche “sorelle” e satelliti create in Italia sotto l’influenza napoleonica. Per la popolazione locale si aprì una fase di profonde trasformazioni politiche e sociali. Furono introdotte nuove amministrazioni civiche, vennero aboliti alcuni privilegi ecclesiastici e feudali e si diffusero ideali moderni legati al concetto di cittadinanza e di Stato laico. Quando il futuro imperatore soggiornò nella città Dorica, nel Palazzo Trionfi oggi non più esistente all’ingresso del porto, con il colpo d’occhio dell’esperto di artiglieria ordinò immediatamente di rafforzare le difese, in particolare quelle del Cardeto. In quei pochi giorni trovò anche il tempo di dare un’occhiata a un certo dipinto che tanto scalpore aveva suscitato tra i fedeli: Il quadro della Vergine di autore ignoto che, secondo la tradizione, avrebbe mosso gli occhi all’arrivo dei “giacobini senza Dio”. Quello stesso quadro potete oggi ammirarlo nel transetto sinistro della Cattedrale di San Ciriaco. Ancona visse però anche momenti drammatici. Nel 1799 la città fu assediata dalle truppe austro-russe-turche, e da un esercito di insorgenti guidato dl La Hoz durante le guerre della Seconda coalizione contro la Francia rivoluzionaria. Dopo mesi di resistenza, i francesi dovettero cedere. Tuttavia il controllo napoleonico sarebbe tornato poco dopo, consolidandosi soprattutto dopo il 1805, quando Napoleone divenne imperatore e riorganizzò gran parte dell’Italia sotto il dominio francese. Durante l’età napoleonica Ancona conobbe una significativa crescita amministrativa e infrastrutturale. I francesi investirono nelle fortificazioni del porto e nelle opere militari, trasformando la città in una delle principali piazzeforti dell’Adriatico. Vennero migliorati i collegamenti stradali e rafforzata l’organizzazione burocratica secondo il modello francese, più moderno e centralizzato rispetto a quello pontificio. Testimonianza di quelle temperie sono le fortificazione la lunetta alla Cittadella e al Cardeto, la polveriera Beato Amedeo nel parco della Cittadella, la villa di Colle Ameno, residenza estiva dei conti filo francesi Camerata, il Fortino Napoleonico di Portonovo, fatto costruire nel 1811 da Eugenio di Beauharnais, viceré d’italia, naturalmente il già citato dipinto della Madonna del Duomo, incorniciato da una splendido baldacchino del Vanvitelli. E quei palazzi che non ci sono più, vittime come buona parte del centro storico, dei bombardamenti dell’ultima guerra: quello dell’Appannaggio, che sorgeva all’ingresso del porto, coincidente con l’attuale palazzo della Banca d’Italia del Cirilli, e il Palazzo Trionfi, sul lato opposto a margine della piazza del Teatro, oggi piazza della Repubblica. Importante fu anche l’aspetto economico. Già dal Settecento Ancona godeva dello status di porto franco, istituito da papa Clemente XII nel 1732, che favoriva il commercio internazionale grazie a particolari agevolazioni doganali. I francesi cercarono di sfruttare questa vocazione commerciale inserendo Ancona nel sistema economico napoleonico. La città divenne così un centro strategico nei traffici marittimi e nei rapporti con l’altra sponda dell’Adriatico. L’influenza napoleonica lasciò tracce profonde anche nella cultura politica locale. Molti intellettuali e funzionari marchigiani aderirono alle idee riformatrici francesi, mentre altri si opposero all’occupazione straniera e alla politica anticlericale (l’albero della libertà, attorno al quale si svolgevano raduni e feste, fu sistemato nell’allora piazza del Mercato, oggi piazza del Plebiscito. Come in molte città italiane, il periodo napoleonico fu dunque vissuto in modo ambivalente: da una parte modernizzazione amministrativa e apertura europea, dall’altra occupazione militare, tassazione pesante e coscrizione obbligatoria. Il dominio francese terminò definitivamente nel 1815, dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo e il Congresso di Vienna, che riportò Ancona sotto il controllo dello Stato Pontificio. Tuttavia molte innovazioni introdotte durante il periodo napoleonico sopravvissero anche dopo la Restaurazione: l’idea di una pubblica amministrazione moderna, una diversa organizzazione territoriale e una nuova concezione dei rapporti tra cittadini e Stato. L’adesione Federazione Europea delle Città Napoleoniche, associazione riconosciuta dal Consiglio d’Europa, non rappresenta una celebrazione nostalgica delle guerre napoleoniche, piuttosto il riconoscimento di un’eredità storica che ha contribuito a trasformare la città. Attraverso questa partecipazione Ancona, lo stiamo già facendo, può promuovere il proprio patrimonio monumentale, le fortificazioni, gli archivi storici e i luoghi legati all’età francese, attirando studiosi, turisti e iniziative culturali internazionali. In definitiva, Napoleone “c’entra” con Ancona perché la città fu uno dei cardini della strategia francese nell’Adriatico e visse, tra il 1797 e il 1815, una stagione di profonde trasformazioni politiche, economiche e sociali. La presenza francese lasciò segni duraturi nella storia urbana e civile anconetana. Proprio questa memoria condivisa spiega perché oggi Ancona scelga di riconoscersi tra le città napoleoniche d’Europa: non per esaltare un impero, ma per comprendere meglio il proprio passato e il ruolo che la città ebbe nella costruzione della storia europea moderna.

Sergio Sparapani

Palombina verso la normalità: ultima estate con sversamenti a mare. Al via i lavori


Sarà l’ultima estate di sversamenti a mare, almeno nel tratto di Palombina a ridosso del quartiere di Collemarino. Stanno iniziando i lavori di Viva Servizi volti a risolvere definitivamente l’annosa problematica degli sversamenti a mare in caso di piogge abbondanti che nella stagione estiva determinano l’apertura e la chiusura della balneazione nel tratto di litorale compreso tra Palombina e Falconara.

Il primo cantiere, della durata di poco meno di un anno, segna l’avvio di un ampio progetto di tre lotti sul litorale da Palombina a Falconara; quello che partirà a giorni prevede la realizzazione di un nuovo collettore fognario, da posizionarsi in adiacenza al Fosso della Palombina e una nuova stazione di sollevamento fognario dotata di elettropompe.

“Il cantiere che sta per iniziare porterà alla risoluzione del problema degli sversamenti che affliggono le coste e gli operatori balneari. È un momento di soddisfazione per tutti, dal consiglio di amministrazione ai tecnici” sottolinea Andrea Dotti Presidente di Viva Servizi “sono tanti anni che lavoriamo a questo progetto e finalmente siamo riusciti a metterlo a terra ed avviare i lavori”.

Il nuovo collettore, di lunghezza pari a circa 800 metri, avrà la funzione di convogliare le acque reflue urbane (acque scure) attualmente riversate nel Fosso della Palombina; si sganceranno quindi le acque reflue che saranno convogliate attraverso un nuovo collettore e una stazione di sollevamento sulla fognatura lungo la Flaminia per poi terminare al depuratore di Falconara.

“È stato il primo problema che ho trovato sulla scrivania sette anni fa quando mi sono insediato” aggiunge Moreno Clementi Direttore di Viva Servizi “siamo riusciti a fare questo stralcio del lotto uno, cioè un progetto a parte per dare subito delle risposte, in modo che dall’estate 2027 i cittadini potranno veder diminuiti i disagi nella fruizione della balneazione grazie ai nuovi impianti. È solo l’inizio di un progetto molto più ampio che comprende altre due fasi, in particolare una è al vaglio della conferenza di servizi e porterebbe gli stessi benefici anche a Falconara, per un cantiere che contiamo di iniziare a partire dal prossimo autunno”

A seguito dell’intervento che inizierà in questi giorni e il ripristino del Fosso della Palombina alla sua funzione originaria, verrà superata l’apertura degli scolmatori che oggi provocano i continui divieti di balneazione. I lavori produrranno pertanto un duplice beneficio immediato: da un lato, la rinaturalizzazione del Fosso della Palombina e dall’altro la riduzione del carico idraulico sulla rete fognaria, in quanto le acque naturali del fosso non confluiranno più, come avviene attualmente, nel sistema fognario.

La riduzione del carico idraulico grazie alla separazione delle acque bianche meteoriche, in condizioni di pioggia, comporterà una diminuzione della probabilità di attivazione dello scolmatore, con conseguenti effetti positivi sulla gestione della rete fognaria e sull’ ambiente del litorale.

Marco Loi

Sisma: 73 milioni per edifici pubblici e scuole. Contributi ai privati: al via le domande

Con lo stanziamento di oltre 73 milioni per il capoluogo entra nel vivo una decisiva fase della ricostruzione post sisma 2022. L’ordinanza firmata dal Commissario Straordinario alla Ricostruzione segna il passaggio dalla gestione dell’emergenza alla pianificazione strutturata degli interventi pubblici e privati e con un impianto fondato su tempi certi, procedure semplificate e strumenti immediatamente operativi dedicati alle domande di contributo da parte dei privati per i quali è operativa la piattaforma Ge.Di.Si, lo strumento unico digitale per la gestione delle pratiche di ricostruzione privata, mentre i primi Documenti di Indirizzo alla Progettazione (DIP) relativi alla ricostruzione pubblica e agli edifici di culto sono già in fase di valutazione presso gli Uffici Speciali per la Ricostruzione.

Il terremoto aveva colpito in modo particolare le città di Ancona, Fano e Pesaro, lasciando ferite profonde nel tessuto urbano e sociale. Oggi, con l’avvio della nuova fase, si punta non soltanto alla riparazione dei danni, ma a un vero progetto di rinascita urbana.

Oltre 70 milioni per Ancona: scuole ed edifici pubblici

Sul fronte pubblico, Ancona ottiene un finanziamento di 73 milioni di euro destinato alla messa in sicurezza e al recupero di scuole ed edifici strategici. Più di 25 milioni saranno investiti negli istituti scolastici cittadini, con interventi di adeguamento sismico, ripristino funzionale e miglioramento complessivo della sicurezza.

Tra le strutture interessate figurano la scuola primaria Dante Alighieri (3,53 milioni di euro), la Don Milani (5,625 milioni), la secondaria di primo grado Marconi (4,905 milioni), la Podesti (3,5 milioni), la Donatello – blocchi C1 e C2 – (3,04 milioni), oltre agli interventi su Verne, XXIV Aprile e sull’Istituto Comprensivo Ancona Nord. Previsti lavori anche per l’Asilo Nido Isola di Elinor – Pollicino (980 mila euro), per l’edificio Ex-Disney (900 mila euro) e per la scuola M. Buonarroti (210 mila euro).

Le risorse interesseranno inoltre sedi istituzionali e immobili di grande valore storico e identitario: dal Palazzo del Popolo all’ex Mattatoio a Villa Almagià. Particolarmente rilevante è il completamento della Mole Vanvitelliana, oggetto di un intervento superiore ai 3,5 milioni di euro. Simbolo culturale della città, la Mole tornerà a essere uno dei poli centrali della vita artistica e sociale anconetana. Finanziamenti corposi sono previsti anche per il recupero dei cimiteri cittadini, da quello di Tavernelle a quelli frazionali.

Patrimonio storico e identità urbana

Accanto alle scuole, il piano dedica attenzione al patrimonio storico e culturale, con interventi mirati su edifici di grande valore. Tra questi, Palazzo degli Anziani (Sala Consiliare e Sala del Camino), Palazzo Malacari con il suo scalone centrale, Villa Beer (2,439 milioni per il miglioramento sismico), l’ex Convento di San Francesco – Sala Capitolare (713 mila euro), Porta Capoleoni, la sede della delegazione e l’arco storico di Paterno, l’ex Forno di Paterno e la Torre Campanaria della Prefettura. Si tratta di interventi che vanno oltre la semplice riparazione strutturale: l’obiettivo è coniugare sicurezza e valorizzazione, restituendo alla comunità spazi che rappresentano memoria e coesione sociale.

Importante anche il capitolo dedicato alla sicurezza e funzionalità degli impianti sportivi. Sono previsti la demolizione e ricostruzione della bocciofila di via Gioberti (1,15 milioni di euro), il ripristino dei danni al Palasport “F. Brasili” di Collemarino, interventi sulla palestra di via Ragnini e l’adeguamento sismico degli spogliatoi della palestra geodetica di Montesicuro (450 mila euro) e del campo di calcio di Vallemiano.

Ricostruzione privata: operativa la piattaforma Ge.Di.Si.

Accanto agli interventi pubblici, è già attiva la piattaforma digitale Ge.Di.Si., strumento unico per la gestione delle pratiche di ricostruzione privata. Professionisti e cittadini potranno presentare le istanze di contributo entro il 31 dicembre 2026 per una prima valutazione.

I beneficiari sono i nuclei familiari la cui abitazione principale sia stata distrutta o gravemente danneggiata e che abbiano manifestato la volontà di ricostruire. Il cronoprogramma stabilisce scadenze precise: entro il 31 marzo 2026 dovrà essere presentata la valutazione preventiva del livello operativo e la richiesta di autorizzazione al miglioramento; entro il 30 giugno 2026 andrà depositato il contratto di incarico al professionista presso l’Ufficio Speciale per la Ricostruzione; entro il 31 dicembre 2026 dovrà essere inoltrata la richiesta di contributo tramite piattaforma. Le modalità di concessione ed erogazione saranno definite con successivo decreto commissariale. La programmazione economica prevede uno stanziamento pluriennale significativo: 20 milioni di euro per il 2026, 90 milioni per il 2027 e 220 milioni per il 2028. Una copertura che garantisce continuità agli interventi e consente di pianificare con una prospettiva di medio-lungo termine, mettendo al centro la sicurezza, la qualità urbana e il futuro delle comunità colpite dal sisma.

IL PERSONAGGIO/ Chiara Malerba: il cinema-meraviglia, il Piano e la sala come esperienza collettiva

43 anni, laurea in Lettere, anconetana. Gestore di sale e prima ancora appassionata di cinema tanto da aver fatto della programmazione di cartelloni di autore un mestiere dopo un primo servizio civile all’Arci. Ma parlare di Chiara Malerba solo come esercente è riduttivo, dato che è diventata sinonimo vivente di selezione di film d’autore, punto di riferiemento dei cinefili, deus ex machina del cartellone estivo al Lazzaretto, animatore culturale. Fino ad arrivare al centro di un commovente crowdfunding , che ha coinvolto tante persone di Ancona e non solo, per non fare spegnere le luci all’Italia di corso Carlo Alberto.

Una volta hai detto che il cinema è stato da sempre il tuo “paese dei balocchi”: lo è ancora? Hai in mente questa dimensione quando costruisci un cartellone?

Sì, lo è ancora. Il cinema per me è sempre stato un luogo di meraviglia, di scoperta, quasi di sospensione dalla realtà. Quando ero ragazzina entravo in sala con la stessa curiosità con cui si entra in un mondo parallelo. Oggi quella magia non è scomparsa, si è trasformata: è diventata anche responsabilità. Quando costruisco un “cartellone” penso proprio a questo, a creare uno spazio dove chi entra possa sentirsi accolto, incuriosito, magari anche un po’ spiazzato. In fin dei conti il “paese dei balocchi” non è solo evasione: è un luogo dove si cresce.

Come nasce una programmazione? Qual è la ricetta per bilanciare produzioni commerciali e offerta culturale?

La programmazione nasce dall’incrocio tra diversi fattori: le uscite nazionali, la disponibilità dei film, i costi di distribuzione, le esigenze economiche della sala. Non esiste una formula matematica, ma esiste un equilibrio delicato. Programmare significa certo conoscere il pubblico, ma anche provare a guidarlo. Le produzioni commerciali sono importanti perché tengono viva la sala, ma accanto a quelle c’è il desiderio di proporre film che non troverebbero spazio altrove. È un dialogo continuo tra sostenibilità economica e identità culturale. Bisogna ascoltare molto, creare relazioni, osservare le reazioni, ma anche avere il coraggio di proporre qualcosa che all’inizio sembra “difficile”. Spesso il pubblico sorprende.

Se uno spettatore vuole vedere il film iraniano, la prova di un regista coreano, una pellicola particolare, è quasi scontato che pensi all’Azzurro o all’Italia. Cosa significa proporre questa selezione cinematografica ad Ancona? Che pubblico c’è qui da noi?

Proporre cinema d’autore ad Ancona significa credere che anche in una città di provincia ci sia una comunità curiosa, attenta, desiderosa di sguardi diversi. Il pubblico c’è, ed è fedele. Non è enorme, ma è appassionato. C’è chi viene da anni, chi aspetta il film “particolare”, chi si fida della selezione. Questo crea un rapporto molto bello, quasi di complicità. Una sala indipendente non è un luogo neutro dove i titoli si susseguono in modo impersonale. Ogni scelta contribuisce a definire un’identità e, nel tempo, a creare un rapporto di fiducia con chi partecipa. Quando uno spettatore decide di vedere un film all’Azzurro o all’Italia non sta scegliendo soltanto un orario o una poltrona: sta affidandosi a una linea editoriale. In questo senso la sala non è solo uno spazio di consumo culturale, ma un luogo in cui si forma una comunità di sguardi. E questa continuità è ciò che rende un cinema qualcosa di più di uno schermo acceso.

Come si è evoluto questo pubblico nel tempo?

Negli anni il pubblico è cambiato, come è cambiato il modo di fruire il cinema. È diventato più selettivo. Il cambiamento più evidente riguarda le abitudini. In passato il cinema era più spesso una consuetudine settimanale; oggi è una scelta più mirata. Si esce per un film preciso, magari dopo aver letto recensioni o visto trailer. Però noto anche un bisogno crescente di esperienze condivise. Dopo il periodo della pandemia, ad esempio, molte persone hanno riscoperto il valore dello stare insieme in sala.

E i giovani? Quanto pesano le piattaforme? I film su Netflix fanno perdere pubblico e funzione sociale alle sale?

Le piattaforme hanno cambiato le abitudini, è innegabile. Netflix e le altre offrono una comodità enorme. Ma l’esperienza in sala è un’altra cosa: è concentrazione, è buio condiviso, è reazione collettiva. I giovani vivono molto la dimensione privata, ma quando riesci a coinvolgerli – con rassegne, incontri, eventi – rispondono. Non credo che le piattaforme tolgano funzione sociale alle sale: le mettono alla prova, le obbligano a rafforzare la propria identità. Una sala oggi non può limitarsi a programmare film; deve costruire occasioni. Incontri con autori, rassegne tematiche, collaborazioni con scuole e associazioni, momenti di discussione. Deve diventare uno spazio riconoscibile nella vita culturale della città. Se riesce a fare questo, la sala non perde funzione sociale, anzi la rende più evidente. Non è più solo un luogo di consumo culturale, ma un punto di aggregazione, un presidio. In un’epoca di visioni solitarie, il valore aggiunto diventa proprio la possibilità di condividere uno sguardo.

Domanda d’obbligo: il tuo film del cuore?

È una domanda difficilissima. Potrei citarne molti, ma se devo sceglierne uno che mi accompagna da sempre direi Nuovo Cinema Paradiso. Forse è inevitabile, facendo questo mestiere. Racconta l’amore per la sala come luogo di formazione sentimentale e collettiva. Ogni volta che lo rivedo mi ricorda perché ho scelto questo lavoro.

Perché il cinema? Cosa ti colpisce e ti appassiona di questo genere di espressione? Chi, ad esempio, ama leggere talvolta non ritrova il senso che scopre nelle pagine in una trasposizione cinematografica, ma è anche vero il contrario, che “come lo dice” il cinema non ha eguali…

Il cinema ha una potenza unica: mette insieme immagini, parole, musica, silenzi. È un linguaggio completo. Amo molto la letteratura, perché ti permette di entrare dentro la mente di un personaggio, di esplorare sfumature di pensiero e interiorità. Il cinema, però, ha una forza diversa, più immediata e quasi fisica: agisce sui sensi in modo diretto, combinando immagine, suono, ritmo e movimento. Un solo sguardo, una luce particolare, un’inquadratura ben pensata possono comunicare emozioni complesse che a volte servirebbero pagine e pagine per descrivere. Questa immediatezza non è superficiale, anzi: è una forma di comunicazione che tocca direttamente la percezione dello spettatore e lo coinvolge in modo totale. E quando accade questo, quell’esperienza diventa collettiva. Non importa se le persone in sala sono sconosciute tra loro: reagiscono insieme, ridono, trattengono il respiro, si commuovono. In quel momento si crea una memoria condivisa, un piccolo patrimonio comune che resta anche dopo l’uscita. Per me, questa è la potenza del cinema e della sala cinematografica: non solo raccontare una storia, ma generare un’esperienza che unisce individui diversi, trasformando la visione in un gesto sociale, un modo di incontrarsi e sentirsi parte di qualcosa di più grande.

Una delle sale che gestisci sta nel cuore di un quartiere complesso. Alcuni hanno definito la sua salvaguardia l’inizio del riscatto: che rapporto hai con il Piano?

Il quartiere Piano San Lazzaro per noi ha un valore speciale: è uno storico pezzo della città e allo stesso tempo una sfida. Mantenere un presidio culturale qui, con l’insegna accesa del Cinema Italia, significa lavorare ogni giorno per cambiare la narrativa del quartiere. Spesso le cronache locali lo raccontano solo per problemi o criticità, mentre noi vogliamo valorizzare ciò che di positivo c’è: la comunità, le energie locali, le storie di collaborazione. La nostra missione è creare socialità e comunità attraverso la cultura, e per questo ci apriamo sempre più alle forze del quartiere, dai comitati territoriali alle assemblee locali, ospitandole quando possibile e raccontando insieme questo spazio in modo diverso. È una sfida dentro la sfida, ma anche un’opportunità per fare cultura radicata e condivisa

Barbara Ulisse