43 anni, laurea in Lettere, anconetana. Gestore di sale e prima ancora appassionata di cinema tanto da aver fatto della programmazione di cartelloni di autore un mestiere dopo un primo servizio civile all’Arci. Ma parlare di Chiara Malerba solo come esercente è riduttivo, dato che è diventata sinonimo vivente di selezione di film d’autore, punto di riferiemento dei cinefili, deus ex machina del cartellone estivo al Lazzaretto, animatore culturale. Fino ad arrivare al centro di un commovente crowdfunding , che ha coinvolto tante persone di Ancona e non solo, per non fare spegnere le luci all’Italia di corso Carlo Alberto.
Una volta hai detto che il cinema è stato da sempre il tuo “paese dei balocchi”: lo è ancora? Hai in mente questa dimensione quando costruisci un cartellone?
Sì, lo è ancora. Il cinema per me è sempre stato un luogo di meraviglia, di scoperta, quasi di sospensione dalla realtà. Quando ero ragazzina entravo in sala con la stessa curiosità con cui si entra in un mondo parallelo. Oggi quella magia non è scomparsa, si è trasformata: è diventata anche responsabilità. Quando costruisco un “cartellone” penso proprio a questo, a creare uno spazio dove chi entra possa sentirsi accolto, incuriosito, magari anche un po’ spiazzato. In fin dei conti il “paese dei balocchi” non è solo evasione: è un luogo dove si cresce.
Come nasce una programmazione? Qual è la ricetta per bilanciare produzioni commerciali e offerta culturale?
La programmazione nasce dall’incrocio tra diversi fattori: le uscite nazionali, la disponibilità dei film, i costi di distribuzione, le esigenze economiche della sala. Non esiste una formula matematica, ma esiste un equilibrio delicato. Programmare significa certo conoscere il pubblico, ma anche provare a guidarlo. Le produzioni commerciali sono importanti perché tengono viva la sala, ma accanto a quelle c’è il desiderio di proporre film che non troverebbero spazio altrove. È un dialogo continuo tra sostenibilità economica e identità culturale. Bisogna ascoltare molto, creare relazioni, osservare le reazioni, ma anche avere il coraggio di proporre qualcosa che all’inizio sembra “difficile”. Spesso il pubblico sorprende.
Se uno spettatore vuole vedere il film iraniano, la prova di un regista coreano, una pellicola particolare, è quasi scontato che pensi all’Azzurro o all’Italia. Cosa significa proporre questa selezione cinematografica ad Ancona? Che pubblico c’è qui da noi?
Proporre cinema d’autore ad Ancona significa credere che anche in una città di provincia ci sia una comunità curiosa, attenta, desiderosa di sguardi diversi. Il pubblico c’è, ed è fedele. Non è enorme, ma è appassionato. C’è chi viene da anni, chi aspetta il film “particolare”, chi si fida della selezione. Questo crea un rapporto molto bello, quasi di complicità. Una sala indipendente non è un luogo neutro dove i titoli si susseguono in modo impersonale. Ogni scelta contribuisce a definire un’identità e, nel tempo, a creare un rapporto di fiducia con chi partecipa. Quando uno spettatore decide di vedere un film all’Azzurro o all’Italia non sta scegliendo soltanto un orario o una poltrona: sta affidandosi a una linea editoriale. In questo senso la sala non è solo uno spazio di consumo culturale, ma un luogo in cui si forma una comunità di sguardi. E questa continuità è ciò che rende un cinema qualcosa di più di uno schermo acceso.
Come si è evoluto questo pubblico nel tempo?
Negli anni il pubblico è cambiato, come è cambiato il modo di fruire il cinema. È diventato più selettivo. Il cambiamento più evidente riguarda le abitudini. In passato il cinema era più spesso una consuetudine settimanale; oggi è una scelta più mirata. Si esce per un film preciso, magari dopo aver letto recensioni o visto trailer. Però noto anche un bisogno crescente di esperienze condivise. Dopo il periodo della pandemia, ad esempio, molte persone hanno riscoperto il valore dello stare insieme in sala.
E i giovani? Quanto pesano le piattaforme? I film su Netflix fanno perdere pubblico e funzione sociale alle sale?
Le piattaforme hanno cambiato le abitudini, è innegabile. Netflix e le altre offrono una comodità enorme. Ma l’esperienza in sala è un’altra cosa: è concentrazione, è buio condiviso, è reazione collettiva. I giovani vivono molto la dimensione privata, ma quando riesci a coinvolgerli – con rassegne, incontri, eventi – rispondono. Non credo che le piattaforme tolgano funzione sociale alle sale: le mettono alla prova, le obbligano a rafforzare la propria identità. Una sala oggi non può limitarsi a programmare film; deve costruire occasioni. Incontri con autori, rassegne tematiche, collaborazioni con scuole e associazioni, momenti di discussione. Deve diventare uno spazio riconoscibile nella vita culturale della città. Se riesce a fare questo, la sala non perde funzione sociale, anzi la rende più evidente. Non è più solo un luogo di consumo culturale, ma un punto di aggregazione, un presidio. In un’epoca di visioni solitarie, il valore aggiunto diventa proprio la possibilità di condividere uno sguardo.
Domanda d’obbligo: il tuo film del cuore?
È una domanda difficilissima. Potrei citarne molti, ma se devo sceglierne uno che mi accompagna da sempre direi Nuovo Cinema Paradiso. Forse è inevitabile, facendo questo mestiere. Racconta l’amore per la sala come luogo di formazione sentimentale e collettiva. Ogni volta che lo rivedo mi ricorda perché ho scelto questo lavoro.
Perché il cinema? Cosa ti colpisce e ti appassiona di questo genere di espressione? Chi, ad esempio, ama leggere talvolta non ritrova il senso che scopre nelle pagine in una trasposizione cinematografica, ma è anche vero il contrario, che “come lo dice” il cinema non ha eguali…
Il cinema ha una potenza unica: mette insieme immagini, parole, musica, silenzi. È un linguaggio completo. Amo molto la letteratura, perché ti permette di entrare dentro la mente di un personaggio, di esplorare sfumature di pensiero e interiorità. Il cinema, però, ha una forza diversa, più immediata e quasi fisica: agisce sui sensi in modo diretto, combinando immagine, suono, ritmo e movimento. Un solo sguardo, una luce particolare, un’inquadratura ben pensata possono comunicare emozioni complesse che a volte servirebbero pagine e pagine per descrivere. Questa immediatezza non è superficiale, anzi: è una forma di comunicazione che tocca direttamente la percezione dello spettatore e lo coinvolge in modo totale. E quando accade questo, quell’esperienza diventa collettiva. Non importa se le persone in sala sono sconosciute tra loro: reagiscono insieme, ridono, trattengono il respiro, si commuovono. In quel momento si crea una memoria condivisa, un piccolo patrimonio comune che resta anche dopo l’uscita. Per me, questa è la potenza del cinema e della sala cinematografica: non solo raccontare una storia, ma generare un’esperienza che unisce individui diversi, trasformando la visione in un gesto sociale, un modo di incontrarsi e sentirsi parte di qualcosa di più grande.
Una delle sale che gestisci sta nel cuore di un quartiere complesso. Alcuni hanno definito la sua salvaguardia l’inizio del riscatto: che rapporto hai con il Piano?
Il quartiere Piano San Lazzaro per noi ha un valore speciale: è uno storico pezzo della città e allo stesso tempo una sfida. Mantenere un presidio culturale qui, con l’insegna accesa del Cinema Italia, significa lavorare ogni giorno per cambiare la narrativa del quartiere. Spesso le cronache locali lo raccontano solo per problemi o criticità, mentre noi vogliamo valorizzare ciò che di positivo c’è: la comunità, le energie locali, le storie di collaborazione. La nostra missione è creare socialità e comunità attraverso la cultura, e per questo ci apriamo sempre più alle forze del quartiere, dai comitati territoriali alle assemblee locali, ospitandole quando possibile e raccontando insieme questo spazio in modo diverso. È una sfida dentro la sfida, ma anche un’opportunità per fare cultura radicata e condivisa
Barbara Ulisse






