Ancona – Vent’anni di agility dog, di percorsi a ostacoli, di binomi perfetti tra cane e conduttore. L’Asd AnconAgility, storica realtà dello sport cinofilo cittadino, spegne quest’anno venti candeline. Fondata nel giugno 2006 e iscritta al registro CONI, affiliata al CSEN, l’associazione ha trasformato il campo sportivo comunale di via Grotte a Posatora in un punto di riferimento per chi ama i cani e lo sport. In questi due decenni, AnconAgility ha organizzato manifestazioni, gare e iniziative che hanno coinvolto la città, partecipando attivamente agli eventi promossi dal Comune di Ancona.
L’Agility Dog celebra l’armonia e la collaborazione tra cane e conduttore. I cani affrontano percorsi di ostacoli ispirati all’equitazione, rispettando l’ordine prestabilito, senza errori e nel minor tempo possibile. Dietro ogni salto, tunnel o curva c’è fiducia e sintonia, un percorso di socializzazione, autostima ed energia incanalata nel modo giusto. Le regole della disciplina in Italia sono normate dall’Enci e aggiornate a gennaio 2023, ma l’essenza resta sempre la stessa: celebrare il legame tra cane e padrone.
I protagonisti sono Francesco Boari, presidente dell’Asd AnconAgility, le figlie Elena e Rebecca Boari, entrambe poco più che ventenni e pluricampionesse, con un palmarès che le vede ai vertici dei campionati nazionali e tra le prime, negli anni, ai Mondiali assoluti di Agility Dog, e la madre Valeria Ciattaglia, cuore organizzativo dell’associazione: una famiglia che ha fatto crescere la disciplina e contribuito a renderla una realtà solida sul territorio.
Per il ventennale, AnconAgility propone un calendario fitto di eventi, insieme con CUS Ancona, CSEN, CONI e altri soggetti istituzionali che ogni giorno sostengono e promuovono lo sport cinofilo in città. Il calendario è stato recentemente presentato in Comune con gli assessori allo Sport Giovanni Zinni, alla Tutela degli Animali Orlanda Latini e ai Grandi Eventi Angelo Eliantonio. In programma c’è un nuovo festival: il Festival della Cinofilia “Ankon Dorica Civitas Fido!”: tre giorni dal 22 al 24 maggio 2026 destinati a coinvolgere tutta la città. Durante la conferenza stampa è stata firmata anche la convenzione tra AnconAgility e il CUS Ancona, pensata per condividere eventi e aprire la disciplina agli studenti universitari.
Il 2026 sarà quindi un anno che porterà l’agility dog fuori dal campo e dentro la città, con manifestazioni nelle scuole, gare nazionali, esibizioni estive sulla spiaggia libera di Posatora, momenti di festa come Halloween e spettacoli natalizi sotto l’albero di Piazza Roma. Ogni iniziativa racconta il valore della disciplina e avvicina cittadini e visitatori a un mondo spesso invisibile.
“AnconAgility ci regala grandi emozioni – ha detto il vicesindaco Zinni – ed è un esempio straordinario di come sport e famiglia possano andare insieme. È un modello per chi fatica a trovare momenti condivisi e valori da trasmettere”. L’assessore Latini ha ricordato la perfetta simbiosi tra uomo e animale e l’impatto positivo della disciplina su salute, socialità e integrazione, mentre Eliantonio ha definito il festival un evento unico a livello nazionale, capace di mettere Ancona sotto i riflettori. Maria Teresa D’Angelo ha sottolineato la capacità dell’agility dog di aggregare, promuovere rapporti ottimali e favorire la relazione tra cani e padroni. Il presidente regionale del CONI Fabio Luna ha parlato di AnconAgility come di una realtà fondamentale per lo sport marchigiano, capace di coniugare agonismo, socialità, promozione turistica e ricaduta economica. Francesco Boari ha ricordato gli inizi, quando la disciplina era poco conosciuta, e ha spiegato quanto sia importante portarla nelle scuole e nel territorio per farla crescere ancora.
Vent’anni di AnconAgility raccontano storie di salti, tunnel, corse libere e sorrisi condivisi. Una disciplina che, nelle mani di una famiglia intera, è diventata patrimonio della città. Tutti gli eventi, il programma completo e le informazioni sul Festival della Cinofilia sono disponibili sul sito del Comune di Ancona: www.comune.ancona.it.
Captain Kate McCue ha scoperto un lato degli anconetani che forse nemmeno loro sanno di avere. Trent’anni trascorsi sul mare, undici passati al comando e più porti visitati di quanti riesca a contarne. Eppure, la vera scoperta per lei non è stata una rotta esotica, ma questo gomito di terra affacciato sull’Adriatico. Da maggio, Kate vive Ancona giorno dopo giorno, seguendo nei cantieri navali il completamento della Four Seasons I. Ma non è solo una questione di scafi e motori: dopo una vita in movimento, Ancona è il primo luogo al mondo che le abbia davvero dato il senso di casa.
E, considerato che la Capitana Kate è la “navigatrice” più seguita al mondo, con oltre 4,7 milioni di follower tra Instagram e TikTok, il suo racconto della città sui social fa sì che Ancona venga scoperta ogni giorno da moltissime persone. Nelle sue pagine dove mare e città si intrecciano naturalmente, mostra il Passetto, i tramonti sul porto, le vie del centro, e racconta storie, tradizioni e curiosità locali.
«Sono arrivata per la prima volta a marzo dell’anno scorso» racconta. «Sono rimasta una settimana per controllare lo yacht, poi a maggio mi sono trasferita. L’azienda mi ha trovato un appartamento in Corso Garibaldi, che si è rivelato perfetto. Ha veramente tutto ciò di cui ho bisogno». Da allora ha osservato la città cambiare con le stagioni: «Le chiome verdi del Viale, le foglie d’autunno che cadevano, gli alberi spogli illuminati per le feste e il mercatino di Natale in piazza Cavour. Non ne avevo mai visto uno in vita mia. Sono persino salita sulla ruota panoramica prima che la smontassero, per vedere la città dall’alto. È stato magico».
Una routine tra il Viale e il Porto
La sua vita ad Ancona ha assunto un ritmo costante: «Mi sveglio, percorro per due volte tutto il Viale, da piazza Cavour al Monumento e ritorno, poi proseguo per Corso Garibaldi fino al porto per andare al lavoro. Per ora il mio orario di lavoro è 9-17, ma a metà febbraio prenderemo in consegna la nave e salperemo. Sarà un giorno molto triste per me. È il periodo più lungo che io abbia mai trascorso in un unico posto in trent’anni di mare. Qui ho costruito una routine, delle abitudini, degli affetti».
«Oh my God!»: Il calore della gente
È proprio nella vita di ogni giorno che è emerso quel lato degli anconetani che l’ha conquistata: «Crescendo in una grande città come Las Vegas, non vedi mai le stesse facce. Qui, ovunque vada, conosco qualcuno: Leo in piazza Roma che vende vestiti, Danilo alla Degosteria, Jessica da Maison Delice… Ho creato legami più profondi qui che a casa mia. Le persone sono la parte migliore». Kate porta sempre con sé dei piccoli cuori di cristallo. «Quando incontro qualcuno di nuovo, gliene regalo uno e chiedo il suo nome, e nasce un’amicizia. Mi fa pensare a Cheers (il celebre bar di una serie televisiva americana dove tutti i clienti si conoscono per nome n.d.r.), e a quella sensazione di far parte di un luogo, di sentirsi accolti. La gente si prende il tempo per conoscerti. Negli Stati Uniti tutto va più veloce e spesso può risultare superficiale. Qui le priorità sono diverse. Si vede benissimo di domenica: famiglie che passeggiano per il Corso, amici che fanno aperitivo, le cene lunghe, le feste celebrate davvero». Un episodio le è rimasto nel cuore: «Ogni mattina incontro un signore durante la mia passeggiata. Andiamo in direzioni opposte, allo stesso ritmo. All’inizio era un cenno, poi un sorriso, poi un saluto con la mano. Dopo che è uscito un articolo su di me (sul Corriere Adriatico n.d.r.), un giorno mi ha incrociata e mi ha fatto un piccolo saluto militare. Oh my God! Incredibile!».
I gatti del porto e i palazzi dell’Ottocento
Ancona l’ha colpita anche per l’amore verso gli animali: «Una città che si prende cura dei suoi animali ha buone qualità. Al porto ci sono molte colonie feline. Ho fatto amicizia con alcuni gatti, come quelli che io chiamo Claude e Casper, che in realtà si chiamano Lucrezia e Fantasmino. Mi dicono che dovrei portarli con me quando partirò, ma questa è casa loro. Sono amati e accuditi. Ogni volta che passo c’è cibo fresco».
Anche l’architettura locale la affascina profondamente: «L’unica cosa che vorrei diversa è il numero di edifici abbandonati. Sono bellissimi. Immagino come potrebbero diventare all’interno, mi piacerebbe vivere in un palazzo dell’Ottocento». La sua curiosità la spinge poi a scoprire ogni tradizione. Il 1 novembre, ad esempio, è stato l’occasione per postare un reel tra le lapidi e i monumenti del Cimitero di Tavernelle, in cui ha anche consigliato ai suoi follower di… “non regalare mai crisantemi in Italia, a meno che tu non stia andando al cimitero a trovare i defunti”. Nota curiosa per noi, ma un bell’esempio di quanto le prospettive possano cambiare quando si guarda il mondo con occhi diversi. «A Ferragosto – aggiunge – ho partecipato alla cerimonia in mare grazie alla mia amica Laura, comandante di rimorchiatore. Amo anche stare nel cantiere quando è chiuso: è silenzioso, quasi inquietante, ma bellissimo. Ed è il momento in cui escono tutti i gatti».
Sentient: l’Ancona che ti risponde
Per lei, il porto è il cuore che apre Ancona al mondo. «Ancona significa “gomito”, ma per me è stata una spalla su cui appoggiarmi. Non ho mai sentito un legame così forte con un luogo». Ha persino inventato una parola per descrivere questa connessione: “sentient”. «Viene da “senziente”. È la sensazione che la città, le persone, persino l’ambiente intorno ti rispondano, che siano consapevoli e vivi a modo loro. Lo senti nei colori del tramonto, nei momenti in cui i gatti ti riconoscono, nei ritmi della vita che sembrano accordarsi a ciascuno».
Four Seasons One partirà presto per il suo viaggio inaugurale, ma Kate pensa già al ritorno. «So che tornerò. Se ti capita qualche appartamento in vendita in corso Garibaldi fammelo sapere» dice sorridendo. «Prima di Ancona, i miei posti preferiti erano Dubrovnik e l’Islanda. Ma ora, questo è il posto che voglio chiamare casa».
Ancona nelle immagini di Captain Kate
Captain Kate McCue: Finding Home in Ancona
Captain Kate McCue, an American ship captain, is overseeing the final stages of Four Seasons I, the first yacht in the Four Seasons fleet, now being completed at the Fincantieri shipyards in Ancona. She has lived in the city since May, following the construction day by day. After three decades at sea, eleven of them as captain, and more ports than she can count, she says Ancona is the first place that has truly felt like home.
Kate’s relationship with the city also unfolds online. She is the most followed mariner on the planet with over 4.7 million followers on social platforms including Instagram and TikTok, which show a behind the scenes glimpse at a ship captain’s life. On her social pages, life at sea blends naturally with life in Ancona.
She shares glimpses of Ancona online. “By the time I leave, I’ll have lived here almost a year. I even rode the Ferris wheel to see the city from above. It felt magical.” She wishes she could show more. “I’d love to share the shipyard, but confidentiality makes that impossible. The people who work there build marvels over years, and they don’t get the recognition they deserve.” She has watched the city change with the seasons. “Autumn leaves falling. Bare trees wrapped in holiday lights. The Christmas market—I had never seen one before.”
“I first came to Ancona in March of last year,” she says. “I stayed for a week to check on the ship. I moved here in May. I didn’t have much choice in apartments—the company found one for me on Corso Garibaldi. It ended up being perfect. It has everything I need.”
Building a brand-new vessel means starting from zero. “We created the safety management systems, took part in factory tests for the equipment, and supported the site team during construction,” she explains. Her routine in Ancona is steady, almost quiet—unusual for someone used to constant movement. “I wake up, walk the Viale back and forth twice, then go to work. Right now it’s a nine-to-five job, but in mid-February we’ll take delivery of the ship and sail her out of Ancona. That will be a very sad day for me. It’s the longest I’ve stayed anywhere in thirty years at sea. I’ve built a life here—habits, rhythms, attachments.” Four Seasons I will carry 200 crew members and 200 guests. Its first stop will be Málaga, and it will remain in the Mediterranean. The maiden voyage is set for March 20.
Work brought her to Ancona, but the city won her over. “I’d love to buy a house here, even if I’m leaving for now. Just to know I can come back.” Her photos and videos show monuments, the Passetto, Corso Garibaldi, sunsets over the port, and quiet moments in the city. They also include places that feel unexpected for someone who has lived here only a few months. One reel is dedicated to the Monumental Cemetery of Tavernelle and comes with a practical warning for non-Italians: never give chrysanthemums as a gift in Italy—unless, of course, you are visiting a cemetery.
“Oh my God!”: Feeling the people’s warmth
What struck her most, though, is the warmth of the people. “Growing up in a big city like Las Vegas, you don’t see the same faces often. Here, everywhere I go, I know someone. Leo in Piazza Roma selling clothes. Danilo at Degosteria. Jessica at Maison Delice. I’ve made deeper connections here than I ever did back home. The people are the best part.”
She carries a small ritual with her: tiny crystal hearts in her pocket. “When I meet someone new, I give them one and ask their name. The next time I see them, they remember me. It reminds me of Cheers—walking into a place where everybody knows your name. That’s what Ancona feels like. People take the time to know you. In the U.S., everything moves fast and can feel superficial. Here, priorities are different. Sundays show it best—families walking along Corso Garibaldi, friends meeting for aperitivo, long dinners, holidays that really matter.” One moment stayed with her. “There’s a man I see every morning on my walk. We move in opposite directions at the same pace. First it was a nod, then a smile, then a wave. After a newspaper article about me came out, he passed me one morning and gave me what felt like a little military salute. Oh my God!”
A city that cares
Ancona’s love for animals also impressed her. “A city that cares for its animals has good qualities. Around the port there are many cat colonies, with plenty of cats living there. I know a few personally, like Claude and Casper, whose real names are Lucrezia and Fantasmino. People tell me I should take them with me when I leave, but this is their home. They’re loved and cared for. Every time I walk by, there’s fresh food waiting. It’s incredible.” “Dogs are welcome everywhere too. If I didn’t do this job, I’d want to work with animals. Maybe open a bakery for cats and dogs. I’ve already spent most of my per diem on cat food anyway.”
She’s also drawn to the city’s architecture. “One thing I wish were different is the number of abandoned buildings. They’re beautiful. I immediately imagine what they could become. I’d love to live in a historic building from the 1800s.” Her curiosity pushes her to explore local traditions. “On Ferragosto, I joined a ceremony honoring those lost at sea, thanks to my friend Laura, a tugboat captain. I also love being in the shipyard when it’s closed. It’s silent, almost eerie, but beautiful. And that’s when all the cats come out.” For her, the port is the heart of the city. “It opens Ancona to the world. Once people stop and stay, they want to come back. Ancona means ‘elbow,’ but to me it has felt like a shoulder to lean on. I’ve never felt such a connection to a place.” The city also gave her space to take care of herself, rebuild routines, and find balance.
Sentient
She even invented a word to describe it: sentient. “It comes from the Italian senziente. It’s the feeling that the city, its people, even the surroundings respond to you—that they’re aware and alive in their own way. You feel it in the colors of the sunset, in the moments when the cats acknowledge you, in the rhythms of life that seem tuned to each person.” “I know I have to come back. If you ever hear of a small apartment on Corso Garibaldi becoming available,” she jokes, “please let me know.” She has visited around a hundred countries. “Before Ancona, my favorite places were Dubrovnik and Iceland. But now, this is where I want to call home.”
Sempre più spesso il lupo viene segnalato anche in aree verdi della città, frequentate ogni giorno da chi passeggia o porta a spasso il cane. Un dato di realtà che il Comune di Ancona ha deciso di affrontare puntando su informazione e prevenzione, per aiutare i cittadini a orientarsi e a comportarsi in modo corretto.
Il vademecum del Parco del Conero, rieditato dal Comune
Il cuore della campagna informativa è il depliant realizzato dall’Ente Parco del Conero, rieditato dal Comune di Ancona e distribuito come strumento pratico di conoscenza e prevenzione. Il volantino contiene informazioni essenziali sul lupo e indicazioni chiare su come comportarsi in caso di avvistamento o incontro ravvicinato, con l’obiettivo di favorire una convivenza consapevole con una specie protetta.
Cartelli informativi nei parchi più frequentati
Accanto al depliant, l’Amministrazione ha rafforzato la comunicazione sul territorio installando cartelli informativi in numerosi parchi e giardini cittadini, in particolare quelli non recintati e le aree maggiormente frequentate da chi è accompagnato da animali domestici. La segnaletica è presente, tra gli altri, al Parco Adrio Francella, al Parco Belvedere e al Parco Eraclio Fiorani di Posatora, al Parco di via del Fornetto, al Parco di viale Tiziano, al Parco Cittadella (nelle aree di via Cittadella, via Circonvallazione e Parco San Costanzo), al Parco del Pincio, alla Lunetta Santo Stefano, ai parchi di via Petrarca e Villa Beer, ai Giardini del Passetto, nelle aree di Pietralacroce (Osservatorio e Forte Altavilla), al Parco UNICEF di via Togliatti, al Parco Gabbiano di Torrette, al Parco degli Ulivi di Collemarino e al Parco del Cardeto.
Le regole di base per prevenire i contatti
Il depliant del Parco del Conero è strutturato come un vero e proprio vademecum. Tra le principali indicazioni, quella di non offrire mai cibo al lupo né alla fauna selvatica in generale e di non lasciare rifiuti o alimenti accessibili, compresi quelli destinati agli animali domestici. Per questo viene raccomandato l’uso di contenitori idonei per la raccolta dei rifiuti.
Cani al guinzaglio e attenzione nelle ore serali
Un capitolo importante riguarda la gestione dei cani. Il lupo può interpretare un cane lasciato libero come un intruso nel proprio territorio o come una possibile preda. È quindi consigliato tenerlo sempre al guinzaglio e, soprattutto nelle ore notturne o crepuscolari, non lasciarlo all’esterno ma custodirlo in casa o in un luogo sicuro.
Cosa fare in caso di incontro ravvicinato
In caso di incontro con un lupo è fondamentale evitare qualsiasi atteggiamento confidenziale. Il comportamento corretto prevede di farsi notare, parlando ad alta voce, producendo rumore con oggetti, agitare le braccia e proteggere il cane, mantenendo la distanza e senza tentare avvicinamenti. Se un lupo si avvicina ripetutamente a meno di 30 metri dalle persone, il livello di confidenza dell’animale è considerato elevato. In questi casi è necessario segnalarlo all’Ente Parco Regionale del Conero (info@parcodelconero.eu) oppure contattare il numero 1515 dei Carabinieri Forestali.
Monitoraggio
Dopo confronti con esperti e autorità competenti, gli uffici comunali sono impegnati nel monitoraggio del fenomeno, che si affianca a quello, già noto, legato alla presenza dei cinghiali. La situazione dei lupi presenta però caratteristiche diverse, poiché la tutela e la gestione delle specie protette sono affidate dalla normativa vigente allo Stato e alla Regione. «È importante rafforzare la campagna informativa sugli avvistamenti dei lupi per rendere tutti i cittadini consapevoli, in particolare chi frequenta i parchi pubblici con animali da affezione – afferma il vicesindaco e assessore alla Sicurezza Giovanni Zinni –. È fondamentale seguire le indicazioni fornite dagli enti preposti, a partire da quelle contenute nel depliant dell’Ente Parco del Conero. L’obiettivo non è creare allarmismi, ma promuovere informazione e responsabilità».
Ancona lancia la sua sfida ambiziosa per diventare la Capitale Italiana del Mare 2026, con una visione che supera la semplice celebrazione del mare.
“Questa candidatura di Ancona a Capitale del Mare – afferma il sindaco Daniele Silvetti – rappresenta una grande opportunità, perché non si tratta solo di celebrare le eccellenze, le capacità e la tradizione legata alla portualità, ma anche di valorizzare la stretta relazione che il territorio di Ancona ha con la sua storia e con il mare. Abbiamo quindi messo in rete cultura, sviluppo urbanistico e tutte le attività economiche e sociali che caratterizzano una città di mare, insieme all’identità di una città che ha instaurato gemellaggi importanti con Siracusa e Venezia. Il dossier non riguarda soltanto turismo e portualità in senso economico, ma anche cultura. Il nostro percorso, che comprende anche la candidatura a Capitale della Cultura 2028, prevede interventi di adeguamento urbanistico, rigenerazione e lavori pubblici. È un cammino che ci permetterà di sviluppare nuove potenzialità per un capoluogo rinnovato, valorizzando l’intero tessuto urbano”.
Non solo quindi paesaggio o risorsa, ma un’infrastruttura viva, capace di rigenerare ogni dimensione della città: dalle economie al paesaggio, dalla cultura alla ricerca, dalla quotidianità dei cittadini alle relazioni internazionali. Il mare unisce quartieri e porto, università e imprese, comunità locali e reti internazionali, diventando ponte tra tradizione e futuro, laboratorio per nuove soluzioni in risposta soprattutto alle sfide climatiche, piattaforma di sperimentazione. Come spiega l’Assessore al Turismo Daniele Berardinelli: “Ancona propone una Capitale del Mare che non si limita a celebrarlo, ma lo assume come valore identitario e motore di azione condivisa. Il mare entra nella città, nei saperi, nelle economie e nelle politiche pubbliche, trasformandosi in occasione di relazioni, scienza, innovazione e cultura.”
Ancona: una città di mare, un ecosistema integrato e complesso
Ancona è una città di mare in cui le dimensioni produttive, ambientali, scientifiche, culturali e istituzionali convivono in modo maturo e integrato, dando vita a un ecosistema complesso ma leggibile, raro nel panorama nazionale. La candidatura “Ancona da Mare a Mare. Ecologia delle Coesistenze” rafforza la governance attiva delle interdipendenze tra sistemi diversi, valorizzando la complessità come risorsa e orientando l’azione pubblica verso equilibri dinamici e durevoli, trasformando la condizione storico-geografica in una scelta consapevole di governo delle complessità. È per questo che il progetto di candidatura, coordinato dal Servizio Turismo ed elaborato dal Marchingegno, nasce come lavoro corale, mappa di relazioni tra città, porto, territorio e mare. Nonostante i tempi stretti per la presentazione del dossier, il Comune ha coinvolto tutti gli assessorati, gli uffici e i soggetti del territorio che operano sul mare, dalle istituzioni scientifiche ai parchi, dalle imprese alle associazioni, alle comunità locali. L’obiettivo di lungo termine è quello di creare un dialogo multiattoriale e un ecosistema sempre più integrato, in cui ogni azione rinforza l’altra, generando impatti positivi nelle diverse dimensioni.
Oltre il Calendario di Eventi, le azioni di Ancona Capitale del Mare
La candidatura di Ancona a Capitale Italiana del Mare 2026 si fonda su un palinsesto che integra permanenze e azioni concrete, con un sistema di oltre 150 iniziative provenienti da 118 soggetti diversi. A queste si affiancano i 52 progetti del Comune, creando un quadro multidimensionale e coerente di 139 interventi che spaziano tra azioni ambientali, scientifiche, economiche e culturali. Il risultato è un ecosistema urbano-marino armonico, dove ogni intervento contribuisce a rafforzare l’altro. A seguire, vengono richiamati solo alcuni degli interventi più significativi degli attori istituzionali a cui vanno aggiunti le numerose proposte pervenute da associazioni ed aziende.
Le alleanze per un’azione multilivello
La proposta lavora su alleanze multilivello. A scala regionale, con il coinvolgimento di tutti i comuni delle Marche grazie ad ANCI Marche e, in modo più diretto dei 22 Comuni costieri. A livello nazionale, si presentano i gemellaggi con Venezia e Siracusa, a partire dalla valorizzazione delle relazioni storiche e delle tradizioni marinare comuni. A livello macroregionale e europeo, la candidatura si inserisce nell’Iniziativa Adriatico-Ionica (di cui Ancona ospita il Segretariato), creando spazi di confronto e cooperazione sui temi emergenti del mare, come l’Adriatic Sea Hearing, un’audizione pubblica multilivello che trasforma l’ascolto dei territori in uno strumento formale di costruzione delle politiche marittime europee.
Tra i principali interventi proposti, l’iniziativa Conero Reef (realizzata dal DiSVA – Dip. di Scienze della Vita e dell’Ambiente – Università Politecnica delle Marche) punta a creare un hub di sostenibilità marina, integrando tutela ambientale, innovazione e valorizzazione delle tradizioni con la creazione di reef artificiali lungo le coste del Conero, percorsi subacquei e attività di monitoraggio della biodiversità. In collaborazione con il Parco Regionale del Conero, si promuovono progetti concreti per la sostenibilità ambientale e la fruizione inclusiva. Tra questi Reti in Circolo per l’economia circolare, Resonance per la gestione del rischio frane nelle aree costiere e MAPA Marine Adriatic Parks per la creazione di parchi marini interconnessi. L’accessibilità per tutti è un obiettivo fondamentale, con progetti come Sentieri per tutti (sempre del Parco del Conero) per rendere Portonovo accessibile attraverso passerelle e percorsi naturalistici, e Parasailing (Marina Dorica) per garantire la piena accessibilità per atleti paralimpici.
Sostenibilità nella pesca e innovazione scientifica
Nel cuore della strategia marittima di Ancona, la sostenibilità della pesca e lo sviluppo dell’economia blu sono centrali. Con la Scuola di buone pratiche di pescaturismo e ittiturismo (realizzata dal Dip. di Management della Politecnica delle Marche), si favorisce l’integrazione del pescaturismo, la formazione dei pescatori e lo sviluppo di nuovi modelli economici sostenibili. L’innovazione scientifica e la divulgazione sono protagoniste del Congresso Internazionale SeaScience Ancona 2026, promosso da CNR IRBIM, sperimentando tecnologie marine e coinvolgendo la cittadinanza nella conoscenza del mare. La nautica sostenibile è sviluppata da MaritimeCircular Hub, un’iniziativa promossa dalla Camera di Commercio delle Marche in collaborazione con Marina Dorica, che comprende: Sustainable Nautica Forum, evento incentrato su innovazione e sostenibilità nella nautica con focus su riuso, refitting e riduzione dell’impatto ambientale; nuova fiera della nautica usata Marina Dorica 4 Future, per promuovere la circolarità delle filiere, con incontri B2B tra imprese della Blue Economy, favorendo partnership e scambi di know-how grazie al coinvolgimento delle 37 Camere di Commercio del Forum AIC (Business Waves); Innovation Nautica Forum, presentazione delle principali innovazioni nel settore, con focus su progettazione e materiali, a livello nazionale e internazionale. Inoltre, si intende ospitare alcune barche italiane delle precedenti edizioni della America’s Cup, il più famoso trofeo nello sport della vela, nonché la più antica competizione sportiva internazionale ancora esistente.
Cultura, memoria e sperimentazione
Le azioni culturali sono promosse anche dall’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Centrale, con un progetto di urbanistica tattica in collaborazione con l’Università Politecnica e la valorizzazione digitale del patrimonio culturale portuale attraverso la piattaforma ADRIJOROUTES. Ancona ospita anche il progetto Mare Antico con il Museo Archeologico Nazionale delle Marche e la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, che mira a rinnovare gli allestimenti museali per il porto romano e l’arco di Traiano e a rafforzare la connessione tra città e mare attraverso eventi culturali e didattici. Soprintendenza delle Marche e Archivio di Stato guardano invece agliArchivi del mare,con uncensimento degli archivi legati alla cultura marittima, all’educazione e agli antichi mestieri del mare assieme a professionisti del settore. La Pinacoteca Civica accoglierà la mostra Le mappe raccontano: storie di Ancona e del suo Porto attraverso i secoli, con l’esposizione di mappe originali tra XV e XIX secolo. La FORM – Orchestra Filarmonica delle Marche, promuove Porto sonoro. Musica, lavoro e paesaggio acustico del maretrasformando i suoni del porto di Ancona in materia compositiva per un’opera sinfonica contemporanea.
Sport e mare: la dimensione internazionale
Anche lo sport non è da meno: oltre al consolidamento dell’appuntamento annuale della Regata del Conero, promossa da Marina Dorica, Ancona ospiterà anche il Campionato Mondiale di Pesca d’Altura. La competizione sarà accompagnata da incontri, workshop, seminari e spettacoli, tutti pensati per coinvolgere sia la cittadinanza che gli equipaggi provenienti da tutto il mondo.
La nuova Piazza della Repubblica: simbolo del dialogo tra mare e città
Il progetto si completa con la Piazza della Repubblica, che diventa il simbolo del dialogo tra la città e il mare. L’installazione delle sculture I Viaggiatori di Bruno Catalano evoca movimento, identità e connessione, creando un punto di incontro e partecipazione in continua relazione con il paesaggio marittimo. La piazza diventa così un luogo fisico che rappresenta una città che vive e respira di mare.
Urban Center Palazzo Anziani: un hub per il turismo, la cultura e il Made in Italy
Il Centro Urbano/Info-point di Palazzo Anziani, concepito come una infrastruttura integrata, combina spazi fisici e digitali. Ospita una piattaforma multimediale dedicata al Made in Italy e al Made in Marche, con tecnologie immersive come VR/AR, segnaletica intelligente e piattaforme web. Il centro ospita anche eventi culturali ed enogastronomici, arricchendo l’esperienza del visitatore e la narrazione territoriale.
Una prospettiva che va oltre il 2026
La candidatura di Ancona a Capitale Italiana del Mare 2026 è un progetto strategico e generativo, destinato a produrre valore a lungo termine. Gli interventi di riqualificazione, già in gran parte finanziati, sono pensati per valorizzare il patrimonio urbano e naturale, mentre il rafforzamento della sostenibilità ambientale e la protezione del mare si radicano nel territorio, con azioni continuative di educazione e monitoraggio. Il rafforzamento delle filiere legate alla blue economy, dalla nautica alla pesca sostenibile, crea nuove opportunità di sviluppo. In ambito culturale, la candidatura lascia un’impronta duratura con eventi che, oltre il 2026, diventeranno appuntamenti di qualità a livello locale e internazionale. “La rete virtuosa che stiamo costruendo,” conclude l’Assessore Berardinelli, “è riferimento e guida per una governance condivisa anche in futuro, rafforzando le relazioni tra comuni costieri, porti, comunità scientifiche e civiche”.
Questo è lo spazio dedicato ai Consiglieri comunali, che, a rotazione, ogni volta un rappresentante della maggioranza e uno dell’opposizione, illustrano i progetti significativi della propria attività
Diego Urbisaglia – Componente del gruppo Consiliare ANCONA FUTURA
Da questa amministrazione solo promesse da marinai
In un’antica città di mare come Ancona le promesse da marinaio uno se le dovrebbe anche aspettare.
Ma quello a cui stiamo assistendo oramai da due anni e mezzo ha superato ogni più marinaresca aspettativa.
Viviamo a cadenza quotidiana gli stessi due scenari, nei quali da una parte si esalta l’ordinario che viene fatto passare come qualcosa di straordinario, sia che si parli di manutenzioni ordinare, risposte a piccoli problemi amministrativi quotidiani, delibere di ordinaria amministrazione che arrivano in consiglio, in secondo luogo assistiamo a cadenza quotidiana a continui ripensamenti su ogni scelta presa o promessa elettorale fatta.
Di fatto un cittadino anconetano che vive la città non può non notare come ci sia stata una regressione netta sulle manutenzioni cittadine, i servizi offerti, il decoro della città, le grandi opere che disegnano in prospettiva la nostra Ancona (e non parlo di quelle progettare, finanziate e iniziate a realizzare dal Sindaco Mancinelli), ma se per caso si taglia una siepe o si riposiziona un’altalena in un parco, questa amministrazione la vive e la propaganda come fosse una rivoluzione copernicana.
Allo stesso tempo assistiamo a continui inversioni di rotta o equilibrismi per far star in piedi posizioni prese e promesse fatte nella consapevolezza che quanto raccontato ai cittadini in campagna elettorale non è realizzabile o molto distante dal divenire realtà e il pensiero non può che andare su scelte come l’impianto crematorio di Tavernelle, il parcheggio San Martino, il misero fallimento del PIA 2 e tanto altro ancora.
Sorvolo sui tentativi di incolpare sempre chi c’era prima perché oramai è una strategia che come un boomerang sta tornando indietro e si sta abbattendo addosso a chi utilizza sempre questa scusante.
Ecco, arrivati al giro di boa di questa consiliatura e anche alla luce di un rispetto delle istituzioni cittadine da sempre dimostrato, ritengo che il rinnovato impegno che sto portando avanti come capogruppo di “Ancona Futura” e che mi vedrà coinvolto anche nei mesi a seguire, sarà quello di portare alla luce le tante storture, promesse disattese e perché no, io le voglio considera vere e proprie prese in giro, di chi ha promesso un grande cambiamento e nei fatti non lo realizza.
I quartieri abbandonati, i borghi traditi, l’attenzione alla città che a quanto pare per questa amministrazione finisce fuori della galleria del Risorgimento (e anche prima della Galleria mi sembra che non si registrino risultati eccellenti), meritano un’attenzione specifica.
Ma soprattutto penso che la narrazione rispetto all’amministrazione della nostra amata Ancona debba tornare ad essere veritiera, perché non saranno quattro eventi strapagati o qualche conferenza stampa che descrive come straordinari semplici interventi ordinari a proiettare la città nei prossimi anni verso il futuro che merita.
Su questi temi rinnovo il mio impegno in Consiglio Comunale.
Questo è lo spazio dedicato ai Consiglieri comunali, che, a rotazione, ogni volta un rappresentante della maggioranza e uno dell’opposizione, illustrano i progetti significativi della propria attività
Francesco Novelli – Componente del gruppo Consiliare FRATELLI D’ITALIA
Una città sempre più attenta ai bisogni dei giovani
Ancona sta vivendo una fase di trasformazione che guarda con maggiore attenzione ai bisogni delle nuove generazioni. Dopo anni in cui la città ha faticato a trattenere energie, oggi si avverte un cambio di passo: una volontà chiara di ricostruire un rapporto più stretto con i giovani, ascoltandone le esigenze e offrendo opportunità concrete di crescita, formazione e partecipazione. I giovani non sono soltanto destinatari di politiche pubbliche, ma protagonisti di una visione che intende restituire ad Ancona vitalità, dinamismo e futuro.
Un rilancio che passa anche dalla rappresentanza istituzionale e dall’impegno civico: sono infatti moltissimi i giovani consiglieri e i ragazzi che, attraverso la rappresentanza dei CTP o il mondo dell’associazionismo, prendono parte attiva alla vita politica e sociale della nostra città.
Università, sociale, sicurezza e sviluppo economico
In questo percorso, il rapporto con le università rappresenta un asse fondamentale. Ancona è una città universitaria a pieno titolo e rafforzare il legame tra istituzioni accademiche, Amministrazione comunale e tessuto produttivo significa creare un ecosistema favorevole alla formazione, alla ricerca e all’occupazione qualificata.
Favorire la permanenza degli studenti dopo il percorso di studi, attrarre giovani ricercatori, sostenere l’innovazione e le start-up non è solo una scelta economica, ma una vera politica strategica che incide direttamente sulla qualità della vita.
È una scelta chiara che l’Assessorato alle Politiche Giovanili e ai Grandi Eventi stanno portando avanti, insieme a tutta l’Amministrazione comunale, con costanza e determinazione, e che sta già producendo i primi risultati concreti. Dai concerti alle occasioni di aggregazione in città, dal Festival StartAN agli eventi Erasmus, fino alla nuova tessera dello studente: azioni pensate per offrire ai giovani una città capace di rispondere alle loro reali esigenze.
Altro aspetto cruciale è l’attenzione all’ambito sociale e alla sicurezza. Una città che vuole essere attrattiva deve sapersi prendere cura delle fragilità. Politiche sociali efficaci, una presenza costante sul territorio e la collaborazione con il Terzo Settore sono strumenti essenziali per costruire coesione e senso di appartenenza.
Allo stesso tempo, sicurezza e legalità rappresentano condizioni indispensabili per garantire spazi pubblici vivibili e relazioni sociali positive. Un percorso che passa anche dal rafforzamento del controllo del territorio, da un presidio efficace degli spazi urbani e, per quanto di competenza, dall’azione quotidiana della Polizia Locale che, grazie all’impegno dei suoi agenti e all’attenzione dell’Amministrazione, contribuisce giorno dopo giorno al raggiungimento di questi obiettivi.
Il rilancio di iniziative culturali, commerciali e imprenditoriali rappresenta un altro tassello fondamentale. Ancona sta lavorando per rendere il proprio tessuto socio-economico più dinamico e attrattivo, valorizzando l’identità della città, il suo patrimonio storico, il rapporto con il mare e il porto, ma anche sostenendo nuove forme di economia urbana. Eventi culturali, rigenerazione degli spazi, valorizzazione dei mercati e sostegno alle attività economiche di prossimità sono strumenti concreti per animare la città e favorire nuove opportunità.
Per troppo tempo Ancona ha faticato a esercitare pienamente il proprio ruolo di capoluogo; oggi, passo dopo passo, torna a essere protagonista nello scenario regionale, dialogando con le altre istituzioni e avanzando proposte. Alla base di questo processo vi sono il confronto costante e l’ascolto. Solo coinvolgendo cittadini, categorie economiche, associazioni e mondo giovanile è possibile interpretare correttamente i bisogni della città e costruire politiche efficaci.
Guardare avanti con responsabilità e fiducia
In questi due anni e mezzo le aree di intervento sono state numerose e i risultati iniziano a essere tangibili.
Il lavoro della Giunta e dell’Amministrazione sta andando nella giusta direzione, con la consapevolezza che i cambiamenti strutturali richiedono tempo, continuità e visione. Le sfide non mancano e saranno sempre più complesse, ma la città guarda al futuro con maggiore fiducia. La classe politica chiamata a governare Ancona deve continuare a farlo con responsabilità e determinazione.
La candidatura di Ancona a Capitale italiana della Cultura è solo una delle sfide che ci attendono: un’opportunità per rafforzare un percorso già avviato e per valorizzare ulteriormente il nostro patrimonio che, grazie a un approccio integrato tra turismo, eventi e tessuto economico, sta riscoprendo un nuovo protagonismo.
In un quadro così complesso, il lavoro del Consiglio comunale resta fondamentale. L’impegno e il confronto tra i consiglieri, al di là delle appartenenze politiche, sono elementi essenziali per garantire una guida equilibrata e credibile. È nel dibattito democratico e nella responsabilità istituzionale che Ancona può continuare a costruire il proprio futuro, con sana ambizione e un forte senso di comunità.
A quasi tre settimane dall’avvio della University Card, il nuovo strumento digitale pensato per gli studenti dell’Università Politecnica delle Marche, si registrano i primi riscontri concreti. In una fase dichiaratamente sperimentale, i dati iniziali indicano un interesse diffuso, soprattutto da parte delle attività commerciali, che in questa fase sono chiamate ad aderire. Molti e diversificati sono i settori merceologici delle attività già attive, che sono circa 70. E’ interessato praticamente tutto il commercio di prossimità. Le macrocategorie già attive nella card sono: abbigliamento, beauty (parrucchieri, ottiche, estetiste, profumerie), cultura (musei, mostre), food, formazione (scuole di lingua), immobiliare, informatica, libri, oggettistica, salute, sport, teatro e tempo libero.
Sebbene inoltre non sia ancora partita la campagna di comunicazione per gli studenti, sono già oltre 300 le iscrizioni.
Il progetto nasce come test sul campo, con l’obiettivo di crescere attraverso l’uso diretto da parte degli studenti e l’adesione progressiva degli esercenti. Come ha spiegato l’assessore all’Università Marco Battino, «con il rilascio della Card il percorso di accoglienza e di inclusione degli studenti universitari ad Ancona compie un ulteriore passo avanti». Battino ha sottolineato come l’iniziativa risponda a un impegno assunto con l’Università e con gli studenti, per «costruire una città davvero pensata per loro e per rendere Ancona non solo il luogo in cui si studia, ma anche il luogo in cui si vive bene». La University Card, ha aggiunto, è «uno strumento concreto, che mette in rete esercizi, servizi, cultura, mobilità, sport e occasioni di socialità», capace di far sentire gli studenti parte della comunità cittadina.
La Card è destinata a tutti gli iscritti all’Università Politecnica delle Marche, indipendentemente dal luogo di residenza, e si inserisce nel progetto più ampio di Ancona Città Universitaria. Un disegno che comprende nuovi spazi studio, servizi di orientamento, attività culturali condivise e un rapporto più strutturato tra istituzioni, Ateneo e territorio. La piattaforma digitale collegata alla Card funge da punto di accesso unico alle opportunità offerte dalla città, con informazioni e agevolazioni che spaziano dall’abbigliamento al benessere, dalla cultura al cibo, dalla formazione allo sport, fino al teatro, al tempo libero e all’accesso a mostre e Pinacoteca. Sul fronte culturale, Marche Teatro ha aderito sin dalle prime fasi. Il direttore Giuseppe Dipasquale ha spiegato che l’adesione nasce dalla convinzione che «il teatro debba essere uno spazio vivo, attraversabile, parte integrante della quotidianità dei giovani». L’iniziativa, ha aggiunto, contribuisce ad «abbattere distanze, stimolare curiosità e creare un legame duraturo tra i ragazzi, il territorio e i luoghi della cultura», rappresentando un investimento sul pubblico di oggi e di domani.
Attraverso questo link è possibile accedere alla Web app e registrarsi come studente, inserendo i propri dati anagrafici e la matricola, oppure compilare un modulo on line come attività commerciale per gli esercizi che hanno intenzione di promuovere una scontistica o delle agevolazioni.
Anche l’Università Politecnica delle Marche ha rimarcato il valore strategico della Card. Il rettore Enrico Quagliarini ha definito il progetto «un passo concreto verso una città sempre più accogliente e integrata con la comunità universitaria», capace di offrire agli studenti non solo opportunità di studio ma anche servizi e agevolazioni che migliorano la qualità della vita ad Ancona. Una visione condivisa che rafforza il legame tra Ateneo, istituzioni e territorio.
Il coinvolgimento delle associazioni di categoria, CNA, Confartigianato e Confcommercio, conferma la volontà di costruire un progetto condiviso. I rappresentanti delle associazioni hanno ribadito che la crescita della popolazione studentesca rappresenta un’opportunità per l’intero tessuto economico e che ora spetta alle imprese tradurre la Card in uno strumento realmente utile e diffuso, capace di interessare non solo il centro ma tutti i quartieri cittadini.
Uno step successivo già programmato prevede inoltre la possibilità di switch nella lingua inglese, anche in considerazione della crescente presenza ad Ancona di numerosi studenti internazionali. Sin da subito sono stati consegnati ai commercianti aderenti una vetrofania e altro materiale informativo da mettere a disposizione nei propri negozi.
Nelle prossime settimane la fase sperimentale proseguirà quindi con l’ingresso di nuove attività commerciali e con l’ampliamento progressivo delle convenzioni, elementi che consentiranno di valutare l’impatto effettivo della University Card sull’offerta di servizi per gli studenti e il valore di questo servizio per l’integrazione tra città e comunità universitaria.
Una tavola imbandita. È l’immagine che fa da cornice, e che resta, anche in senso metaforico, dopo una lunga chiacchierata con il professor Tommaso Lucchetti, anconetano doc, ma con origini che guardano anche all’altra sponda dell’Adriatico e che raccontano di visioni, di viaggi, di scelte che molto spesso sono arrivate oltre i confini, geografici e ideali. Una chiacchierata che, oltre a ripercorrere storie personali, di gente, di città, è servita anche a delineare il contenuto di questa intervista.
Tommaso Lucchetti è docente all’Università di Parma, dove insegna Storia e cultura dell’alimentazione e immagine del cibo nelle scienze gastronomiche. È autore di numerose pubblicazioni e monografie sulla storia culinaria, in particolare legate alle Marche, oltre che alla cultura gastronomica italiana. Cura una serie di progetti, come la collana “Il Conviviale”, edita dalla casa editrice dorica Il Lavoro Editoriale, in cui conduce un’analisi e un racconto corale con i suoi studenti dell’Ateneo parmense sui temi della ricerca storica e delle tradizioni, ma anche della divulgazione culturale attorno al cibo, alla tavola e alle pratiche alimentari del passato e del presente.
La chiacchierata si svolge, dunque, nei primi giorni di dicembre, attorno a una tavola imbandita: dolci che evocano tradizioni anconetane, marchigiane, ma non solo, perché alcuni arrivano dai suoi studenti, sparsi in tutta Italia, e oltre; tovaglie, pizzi, ricami e porcellane, che hanno attraversato il corso di più di un secolo e un pezzo di mare, dalla Croazia di nonna Tilda (classe 1900), fino all’Ancona della zia Linuccia, custode silenziosa d’altri tempi di regole discrete che trasformavano il bon ton in gentilezza, sorriso, accoglienza sincera. Una moka in primo piano sembra avere coraggiosamente attraversato, anch’essa, il corso di tutti questi anni, e le vicende di una famiglia in cui la cultura scientifica (la mamma era la dottoressa Marina Pugnaloni, direttrice della Farmacia del Salesi fino ai primi anni Novanta) è andata di pari passo con quella giuridica (del papà, l’avvocato Alberto, molto conosciuto in città e riferimento autorevole nel settore del diritto del lavoro). Una famiglia dove alla fine si è trovato, evidentemente, anche lo spazio per produrre frutti “umanistici” di grande rilievo.
La tavola imbandita dell’intervistaUna tavola apparecchiata a casa Lucchetti
È quasi Natale, e quindi, prima di tutto, si parla di cibo e tradizioni.
Il Natale è un momento centrale nella cultura del cibo. Che significato assume dal punto di vista storico e simbolico?
“Inevitabilmente la secolarizzazione ha fatto venir meno alcuni aspetti della devozione. Io ricordo all’ora di religione don Elio Lucchetti (amatissimo sacerdote battutista) ci faceva notare, a inizi ’80, come le luminarie stessero perdendo l’iconografia natalizia: niente più stelle comete o sacre famiglie stilizzate ma ormai elementi più neutri del mondo anglosassone. Diciamo che il Natale nordico, quello così incantevole e quasi magicamente fiabesco, codificato da Charles Dickens, ha un po’ eroso le nostre tradizioni più antiche, che sopravvivono anche con operazioni culturali mirate nella provincia, sostenute con forza e volontario spirito di cooperazione come momento di autoriconoscimento. Pensiamo nel periodo natalizio alla questua con i suoi canti, ma anche, poco prima, ai falò per la Venuta il 9 dicembre, che una volta mobilitava i ragazzini in gare tra quartieri anconetani, come raccontano ancora alcune persone più anziane. Le parrocchie una volta esprimevano la loro perizia e fantasia nei presepi, come anche le famiglie, e molti erano i cartolai o le mercerie che vendevano statuine o casette. Resiste, incredibilmente, il presepe vivente, manifestazione sempre più perpetuata, vissuto in alcune comunità con profondo spirito di cooperazione volontaria assai fortificante per certi borghi.
Anche sul mangiare resiste incredibilmente, come memoria anche devozionale, il cenone di magro della vigilia, rigorosamente con la pescagione più amata. Del tutto scomparso, invece, è un piatto composto di pesce molto tradizionale decenni fa: il cappone di galera, pietanza originaria della tradizione marinara. Nell’immaginario resistono i cappelletti in brodo per il pranzo del 25 (grande preparazione a catena nelle famiglie nelle memorie di molti), ma non è detto che la tradizione venga rispettata. Così dicasi per la portata di carne. Il vessillo simbolico del cappone o del tacchino, o il servizio dei fritti, e, come contorno, l’insalata russa o la parmigiana di gobbi spesso sono solo ricordi, soppiantati dalle mode del momento.
Di certo però il Natale rappresenta un momento dell’anno in cui più che mai si mangia storicamente: aromi e sapori scavano nella memoria familiare, perché l’elemento del ricordo nostalgico nutre tantissimo questa festività, e quindi recuperiamo ricette antiche con un attaccamento filologico e affettivo al tempo stesso, con ingredienti ed effluvi che tendiamo a dimenticare e trascurare per il resto dell’anno. Per i dolci poi, inevitabilmente, con la pubblicità unificante del Carosello, dai tardi anni ‘50 esplode lo status symbol del dessert con panettone e pandoro, con una fascinazione tale da far sopravvivere solo nelle aree periferiche e rurali della provincia il “bustrengo” o “fristingo”, o la “nociata”, o il ciambellone e la pizza di Natale.
Il Natale per me, poi, era vedere mia madre e le donne della sua generazione che andavano in negozi o bar che vendevano con prezzi da grossisti i cioccolatini a peso, in quantità da garantire non solo la dispensa delle feste, ma anche i regalini confezionati in sacchettini home made da donare a pazienti, vicini, colleghi di lavoro. Ce n’erano diversi di questi negozi delle meraviglie golose e liquorose, eredi un po’ dei vecchi spacci di prodotti coloniali che si trovano nelle guide ottocentesche della città. Anche questo era un modo diverso di vivere il Natale, all’insegna di una dolcezza e cortesia d’altri tempi”.
Qual è, in generale, il legame tra Ancona e il cibo, dal punto di vista storico e simbolico? Che città è Ancona se la si guarda attraverso le sue tavole?
“Ancona era città di commercio, innanzitutto per mare: prodotti esotici inevitabilmente potevano avere una familiarità maggiore con aromi e sapori che, per quanto per molti inarrivabili, circolavano in città, dalle spezie esotiche orientali ai cosiddetti “coloniali” provenienti anche dai nuovi continenti in età moderna. C’erano poi anche negozi articolati di vari generi commestibili, come ad esempio le botteghe dei pastai, dove si evince l’impiego di varianti con lo zafferano. La documentazione degli archivi gentilizi ci racconta come le famiglie nobili anconetane avessero una dotazione di utensili e corredi da mensa articolata ed elegante, oltre che meccanismi di approvvigionamento dai possedimenti in villa nelle campagne come anche nei palazzi cittadini (ad esempio le limonaie nelle dimore). Esistono anche inventari della cucina e della sala del palazzo degli Anziani tra tardo Cinquecento ed inizio Seicento. Questo per dire che le cronache parlano di importanti festeggiamenti conviviali per eventi cittadini. Ma anche dalla letteratura, specialmente memoriale, vediamo pranzi e cene per solennizzare con pietanze ritualmente ricorrenti momenti del calendario liturgico e tappe della vita familiare e sociale (ad esempio certe mangiate in gruppo di colleghi di lavoro, come i pescatori)”.
Ci sono piatti, prodotti o tradizioni che secondo lei raccontano meglio l’identità alimentare anconetana?
“È inevitabile che nell’immaginario comune Ancona è città di mare, e come tale c’è una narrazione sul pescato molto forte, a cui si aggiunge una derrata ittica di importazione molto identitaria e amata come lo stoccafisso, addirittura protagonista di ritrovi conviviali ad hoc, come del resto anche le cozze, con le vissutissime “mosciolate”. Ricordiamo quanti poeti vernacolari si sono sbizzarriti sulla degustazione quasi mistica di alcuni molluschi. Le ricette delle osterie del porto recano memorie preziose, anche dell’inevitabile contaminazione con i prodotti della terra e della campagna circostante, e in alcuni casi addirittura con adattamenti di tecniche di cottura di carne, come la “porchetta”, e di provviste di animali di terra come certi salumi suini che si abbinano a soluzioni per alcuni pesci”.
Quali curiosità, storie o dettagli poco noti della cucina di Ancona meritano di essere riscoperti?
“Ci sono episodi della storia di memorabili feste e banchetti nella nostra città che sarebbero degni di emergere alla conoscenza dei più. Ricorderei anche alcune preparazioni del tutto sconosciute ma che in ricettari antichi vengono denominate “all’anconetana”. Proverei però a sottolineare, poiché ci sono tante operazioni di recupero dedicate alla cucina di pesce, come debba essere ancora indagata la storia della nostra arte dolciaria. Noi sappiamo ad esempio che, accanto ai frutti di mare, il dono che il governo faceva ai notabili romani nei secoli scorsi era in zucchero, e che in una nota giostra cittadina vennero offerti agli ospiti confetture e paste dolci realizzate in forma di crostacei. Riguardo ai dolci popolari, non si conosce a sufficienza la “segavecchia”, in ricordo dei rituali di mezzaquaresima”.
Una chiacchierata così approfondita e ricca di spunti, curiosità e riflessioni, desta l’attenzione anche rispetto al percorso che ha portato il professor Lucchetti da Ancona alla cattedra dell’Università di Parma. Dopo una prima formazione classica al liceo Rinaldini, dove è stato avviato alla storia dell’arte da Gabriella Del Mastro, Lucchetti ha scelto di studiare Conservazione dei Beni Culturali a Viterbo, approfondendo l’antropologia culturale e lo studio delle pratiche alimentari nelle immagini storiche. La sua tesi di laurea sulle arti da tavola nel Seicento nelle Marche è stata realizzata sotto la guida di Barbara Fiore Cardona, con correlatrici Claudia Cieri Via e Simonetta Prosperi Valenti Rodinò, e ha segnato l’inizio di un percorso accademico in cui ha integrato storia dell’arte, iconografia e cultura del cibo. Successivamente, ha proseguito la specializzazione in tutela dei beni storico‑artistici con contributi di studio di Daniela Cavallero Gallavotti e Cecilia Mazzi in museologia e storia del collezionismo. Ha poi frequentato il master in Storia e Cultura dell’Alimentazione all’Università di Bologna, un programma fondato da Massimo Montanari, con docenti come June Di Schino e Alberto Capatti, fra i più autorevoli storici della gastronomia in Europa. Qui ha approfondito le connessioni tra pratiche alimentari, immagini e cultura materiale storica. Il professore ha anche una esperienza decennale con i musei della provincia e nel corso della sua carriera accademica è stato docente in corsi, seminari e master, prima di consolidare il proprio ruolo all’Università di Parma.
Quando e come nasce il suo interesse per la storia e la cultura del cibo? C’è stato un momento preciso in cui ha capito che sarebbe diventato il suo ambito di ricerca?
“Barbara Fiore, che mi ha laureato, è nata a Cingoli e, pur laureatasi alla Sapienza, ricorda il suo primo lavoro importante come studiosa e ricercatrice ad Arcevia. Mi incoraggiò ad amare e a dedicarmi alle Marche, e poiché il suggerimento dato a noi studenti di Beni Culturali era di iniziare a indagare i nostri territori d’origine, mi dedicai volentieri alla mia regione. Fu così che nelle mie interminabili sessioni bibliografiche scoprii il lavoro magnifico sull’identità di queste terre da parte della casa editrice Il Lavoro Editoriale. Sfogliavo e fotocopiavo quelle pagine di quei saggi e cataloghi d’arte con ammirazione ed entusiasmo e sotto sotto l’ambizione, quasi un sogno, di partecipare a quel gruppo di autori: quando poi Giorgio (Mangani n.d.r.), saputo della mia tesi, mi cercò per parlarmi di un progetto mi sembrò davvero un traguardo. Ora pubblico per lui da quasi 20 anni, e continua ad essere per me un punto di riferimento, anche per i ricordi di personalità che non ho mai fatto in tempo a conoscere. La fase di ricerca sugli autori marchigiani è stata per me esaltante, specialmente per gli studiosi di questa regione dei decenni e quasi secoli scorsi, come Caterina Pigorini Beri o Giovanni Crocioni (nel 2000 con l’Accademia Marchigiana di Scienze Lettere ed Arti vinsi il premio per la tesi di laurea intitolato a quest’ultimo). Sono stato facilitato dalla mia esperienza per il servizio civile alla Biblioteca Comunale “Luciano Benincasa”: finivo le mie ore e restavo lì a scorre gli scaffali, con i consigli preziosi dell’allora direttore Alessandro Luigi Aiardi (scomparso di recente). Con la biblioteca ho da sempre un rapporto importante, e sono affezionatissimo a Emanuela Impiccini e Giovanna Pirani, con le quali ho anche realizzato due mostre con il patrimonio librario, intitolate “Dalla terra alla mensa”. Ricordo anche con loro un ciclo di conferenze su alcuni alimenti iconici della cultura alimentare, con letture di poeti dialettali. Non voglio, infine, dimenticare quanto mi abbia arricchito umanamente e professionalmente il lavoro ultradecennale con il Sistema Museale della Provincia di Ancona, con la presidenza di Alfonso Capriolo, e la supervisione di Patrizia Fava per la rassegna annuale “Musei da scoprire”. A Patrizia devo anche in mio “debutto” in qualità di esperto in materia al corso di storia dell’arte “Grand Tour”, dove ero appunto docente di Storia dell’arte della tavola; è lì che ho capito che quello darebbe stato il mio felice approdo”.
Quanto hanno contato Ancona e le Marche nella sua formazione? Ci sono elementi del territorio che ritrova ancora oggi nel suo modo di studiare e raccontare il cibo?
“Tutti gli approfondimenti e le letture sulle Marche mi hanno fatto capire le unicità del territorio innanzitutto in termini di paesaggio e organizzazione del mondo e della società rurale. I nostri panorami coltivati, ricamati nella varietà delle colture, hanno da sempre colpito i viaggiatori come segno e riflesso della nostra personalità e ricchezza di risorse. Ricordo con piacere un libro curato su commissione della CNA, Il paesaggio imbandito. La personalità scientifica e il gruppo di lavoro di Sergio Anselmi e del Museo della Mezzadria, per quanto lontano dal mio percorso formativo, mi ha fornito gli strumenti per cogliere le somiglianze e differenze e la costante osmosi tra classi sociali contrapposte nello scambiarsi saperi e pratiche nella cucina ordinaria e festiva. Ricordo, infine, lo studio dei monasteri, per me fondamentale, e cito a questo proposito l’operato di Amelia Mariotti, curatrice del museo di Serra Dei Conti sulle arti monastiche”.
Insegna Storia e cultura dell’alimentazione e iconografia del cibo all’Università di Parma. Che tipo di sguardo cerca di trasmettere ai suoi studenti quando affronta questi temi?
“Ai miei studenti dico come prima cosa di guardarsi attorno. Cercare le cose del passato con uno sguardo tutto loro, appunto da gastronomi del futuro, e quindi da curiosi indagatori del ciclo terra, dispensa, cucina, mensa. Devono interrogarsi su quanto attorno a loro ci siano tanti insospettabili reperti parlanti questa lingua: l’immagine del cibo non è solo Le nozze di Cana del Veronese, o una natura morta in cucina di Carlo Magini, ma è anche costituita da tutte le foto di feste e pranzi dei loro nonni, o dai cartoncini augurali, magari anche di menù, custoditi in certe scatole o album nelle abitazioni. I documenti non sono solo preziosissimi incunaboli e cinquecentine, ma anche i quadernetti manoscritti ingialliti di casa. In merito infine, agli oggetti, certi pezzi pregiati custoditi nella credenza hanno un valore infinitamente inferiore, ovviamente, della saliera di Benvenuto Cellini, ma sono testimonianza del senso del bello e del buono nelle dimore, dai servizi da caffè impolverati a vecchie scatole di latta di biscotti con decori liberty. Si tratta di manufatti che nel tempo perdono magari la loro destinazione d’uso ma diventano oggetti d’affezione portatori di ricordi, e come tali vanno trattati. Tutti questi veicoli di memoria gastronomica e conviviale i ragazzi sono invitati a coccolarli come fossero peluches, trovando gli strumenti per recuperare in loro ciò che esprimono e testimoniano per la storia e la cultura dei processi alimentari”.
Chi sono oggi i suoi studenti? Da dove arrivano, che aspettative hanno e cosa li spinge a studiare il cibo come fenomeno culturale?
“Sono sempre più convinto che la sovraesposizione della cucina nei media e come fatto socio-culturale creatasi negli ultimi due decenni abbia inciso solo in parte nelle iscrizioni così corpose ai corsi di laurea in Scienze Gastronomiche, ormai sempre più diffusi. Una parte degli iscritti, ma molto di più negli anni scorsi, sono anche professionisti del settore o appassionati, quindi anche gente adulta, che cerca una qualificazione universitaria. Per quanto riguarda i ragazzi, la provenienza è indicativa fino a un certo punto: certamente molti provengono dagli istituti alberghieri, ma molti altri hanno una maturità liceale tradizionale, scientifica o classica. Direi che ciò che li accomuna è di certo una curiosità innata verso il cibo e le arti di trasformazione e cucina. L’identità di certo dipende da un’inclinazione individuale ma molto incide anche il clima in famiglia. I miei ex studenti, ora collaboratori, hanno respirato in famiglia questa attenzione affettuosa, a partire dall’orto per arrivare alla cura nell’apparecchiare. Sono stati temprati in un clima che li incoraggiava quando non avviava”.
Che tipo di rapporto si crea in aula e fuori dall’aula? C’è un episodio o un progetto che racconta bene il suo modo di lavorare con loro?
“Mi ricordo quando ho iniziato le mie prime lezioni in un’aula universitaria la mia ansia era quella di trasmettere il più possibile, cercando di dare quanti più spunti possibili di approfondimento, e scivolando spesso in aneddoti significativi, oltre ad esempi che sapevo funzionali se non illuminanti. La cosa vedevo che riusciva, anche perché spesso i ragazzi chiedevano di non far pausa durante le due ore. Mi rendevo però contro che questa frontalità rischiava di diventare uno scambio unidirezionale e allora ho cominciato a spiegare talvolta con conversazioni, facendo osare i ragazzi nel formulare teorie, ad esempio sull’etimologia di certi termini del lessico storico-gastronomico, che spesso sono l’essenza storica in una singola parola. Ho poi cominciato a proporre loro di cercare riscontri a quello che dicevo, con esplorazioni addirittura domestiche, se non visite nel territorio, come ad esempio per dimostrare come certi musei arrivino a raccontare temi della storia e delle tradizioni di cibo. Comunque ho sempre fatto poi creare i ragazzi con metà dell’esame condotto in autonomia, con una ricerca storica o iconografica di un tema o immagine da loro trovato, e che soprattutto fosse una vera e propria tesina inedita e non compilativa. Costringo i ragazzi a lavorare e risistemare contenuti e bibliografia finché il lavoro non è almeno minimamente degno di una pubblicazione seria. Ci vuole tempo da parte mia e loro, ma poi è tempo che, lo riconoscono, guadagnano quando devono affrontare la tesi di laurea, con me o con altri docenti. Agli autori dei lavori migliori e più appassionati (e appassionanti) ho anche consentito di tenere seminari o esporre le ricerche durante le lezioni. Poi ci sono quelli che hanno scelto di laurearsi con me, e alcuni di loro hanno accolto questa palestra di ricerca e scrittura che è la collana di volumi, nata per dare visibilità alle tesi di laurea più ricche e preziose, che sono riuscito a mettere in piedi grazie al supporto affettuoso di Giorgio Mangani, da sempre al mio fianco per le moltissime cose fatte uscire con Il Lavoro Editoriale”.
Il prof. Lucchetti con alcuni dei suoi studenti dopo la presentazione di uno dei volumi del Conviviale
Che cosa racconta “Il Conviviale”, la collana che cura insieme con i suoi studenti? Qual è l’idea che tiene insieme i volumi e cosa volete trasmettere a chi li legge?
“Come recita il nome di questa collana ci si rivolge a persone che amano non il mangiare, ma la cultura del cibo, il suo spirito di condivisione non solo gastronomico ed organolettico ma anche appunto di conversazione, che traendo spunto da ciò che si degusta a tavola, a casa o in locali pubblici come i caffè (modello anche letterario e filosofico illuminista) porta a ragionare in libertà su ogni pensiero o nozione connessa alla mensa. Del resto “Convivio” è un saggio letterario per Dante, oltre che modello di dibattito per pensatori antichi. Ecco che allora si viaggia, sia per territori, con tradizioni e credenze legate a ogni specifico tema, sia per ambiti tematici, andando a cercare come anche altre espressioni della cultura e della creatività parlino dell’argomento in questione, dalla letteratura, alle arti, al cinema, allo spettacolo, al folklore, alla devozione religiosa, in prospettive storiche e antropologiche, ma, se capita, anche tecniche e scientifiche. Si vuole incuriosire e appassionare tutti coloro che non cercano semplicemente la ricetta, che pure è importante, ma anche la componente intellettuale che sta dietro a tutte le arti e i saperi della tavola. Sono sempre partito dall’idea che l’obiettivo era valorizzare le tesi di laurea che seguivo, meritevoli di essere premiate. Ora che il gruppo è affiatato, discutiamo periodicamente sulle scelte dei titoli e soggetti di ogni volume, lasciandoci anche seguire dai percorsi di indagine individuali o di gruppo, o da specifiche commissioni, come è accaduto con due cataloghi di collezioni in mostra che ci hanno dato spunti per monografie molto particolari e secondo me interessanti. L’obiettivo è riuscire a coprire nel tempo le principali festività, gli alimenti più elementari e ricorrenti, e i percorsi per ambito, come è il caso del numero sulle “immagini del cibo”, basilare per il mio corso. Stiamo valutando di creare anche testi su città. La “nostra” (di adozione), Parma, sarà forse la prima. Poi l’attualità. E a settembre ci attende un volume dedicato al Patrimonio Unesco, per dimostrare come non solo per il cibo, ma per le tante connessioni con le arti e la vita sociale, il cibo è cultura”.
Da studioso, come valuta il riconoscimento Unesco verso il patrimonio alimentare italiano?
“Il riconoscimento Unesco mi rende felice, ovviamente, considerato che il cibo è cultura tra le culture e arte tra le arti. Al tempo stesso però mi dà inquietudine la speculazione che ne potrà derivare per un atteggiamento molto superficiale con cui questo aspetto viene affrontato. Ancora una volta la storia, che dovrebbe essere il termometro del radicamento culturale di un fenomeno, è ignorata o peggio manipolata. Trovo grave che sul tema alcuni dicano che per la prima volta una cucina nazionale viene nominata patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Successe difatti una ventina di anni fa, ben prima di noi, ai Messico, e alla Francia qualche anno fa grazie ad una furba strategia (e i cuginetti sono tronfi d’orgoglio di essere arrivati prima di noi). E questa è storia recente. Poi ci saranno quelli che improvvisano riferimenti inesistenti a trattati del passato (qui Internet fa più danni dei Borgia) o, peggio ancora, che si inventano leggende ad hoc o testimonianze orali per creare un marketing, se non glamour, almeno suggestivo”.
C’è un piatto, un libro o un ricordo legato al cibo che sente particolarmente suo e che racconta chi è lei oggi?
“Amo i dolci, che confeziono da solo da quando ero adolescente, perché sono i piatti speciali, che raccontano il senso della festa e coniugano sempre il bello con il buono trasformando sempre l’ordinario in artistico nella presentazione e decorazione. Sono poi i veicoli privilegiati della memoria affettiva. Per il pranzo che ho apparecchiato per gli 80 anni di mio padre il grosso del lavoro sono stati i quattro dessert: un dolce proveniente dalla sua nonna, uno di sua madre, uno di mamma, sua moglie, e uno mio. I tre nipoti hanno portato i primi tre, io l’ultimo. Per lo stesso motivo direi che i miei dolci preferiti sono la zuppa inglese della nonna paterna, lo strudel della nonna materna, la crema della mia adorata zia Linuccia e il mio tronchetto di Natale, che in forma mignon regalo alle persone care durante le feste. Come film, sono stato folgorato nel mio lavoro da “Il pranzo di Babette”, quando avevo 16 anni. Poco prima uscì “La famiglia” di Scola che amo profondamente (ho cercato di ricreare quell’appartamento nella casa dei nonni paterni a piazza Diaz, dove ho abitato fino a tre anni fa). Come libro, direi che “Lessico famigliare” della Ginzburg, con il suo inconfondibile senso della memoria, è più che un libro un genere letterario. Per lo stesso motivo amo molto i libri splendidi della geniale Anna Marchesini, e nelle nostre Marche considero un privilegio aver scritto una presentazione per il meraviglioso “Sillabario del tempo” di Guglielmina Rogante. A livello europeo ho amato Thomas Mann e Flaubert, oltre a Karen Blixen. Dickens ha un ruolo privilegiato. Dovrei citare anche “Kitchen” di Banana Yoshimoto, per come ha proposto un modello di famiglia del tutto autonomo e centrato sull’affetto e la solidarietà”.
Se non si fosse occupato di storia e cultura dell’alimentazione, che strada pensa avrebbe potuto prendere?
“Mi sarei comunque occupato di Storia dell’arte, in particolare di musei. La gestione museale è la mia grande passione: ho avuto per il momento il privilegio di collaborare con le ricerche e i contenuti, e in alcuni casi nella redazione dei testi e anche nel percorso e nell’allestimento, a ben cinque realtà museali sparse per l’Italia (oltre a qualche mostra temporanea, la più importante con la mia preside di Viterbo Maria Andaloro a Palermo, a Palazzo dei Normanni). Oppure avrei studiato letteratura, ma di certo avrei voluto fare il docente, e l’autore di saggi quale sono. Per essere scrittore, debuttando sulla narrativa, forse ci sarà tempo e occasione”.
C’è una domanda che non le fanno quasi mai, ma alla quale le piacerebbe rispondere?
“Più che altro un chiarimento ad una domanda a cui non so mai rispondere e che mi esaspera: quale è il tuo ristorante preferito? La gente, anche persone colte, non ce la fa ad arrivare ad un concetto di base: lo storico dell’alimentazione occupandosi del mangiare del passato osserva tutto, carte e immagini, oggetti e spazi antichi, ma non può esplorare il cibo dalle epoche scorse. Il suo pane sono gli archivi, i musei e le biblioteche, non le portate degli chef stellati!”.
Questo è lo spazio dedicato ai Consiglieri comunali, che, a rotazione, ogni volta un rappresentante della maggioranza e uno dell’opposizione, illustrano i progetti significativi della propria attività
Carlo Maria Pesaresi, Capogruppo del Gruppo Consiliare ANCONA DIAMOCI DEL NOI
Il tramonto del bilancio politico: come il bilancio preventivo del Comune è diventato un esercizio ragionieristico
Nelle Commissioni si discute in queste settimane del bilancio preventivo. Al di là del prevedibile e un po’ ritrito gioco delle parti, il tutto ha per me un sapore amaro che travalica le appartenenze politiche e va dritto al cuore dell’agibilità del Consiglio comunale.
L’approvazione del bilancio preventivo di un Comune è ormai ridotta ad uno stanco atto ragionieristico, un mero adempimento tecnico-contabile, un esercizio di sopravvivenza nel quale, sostanzialmente, si garantisce l’essenziale per mandare avanti la macchina amministrativa: le spese incomprimibili, i servizi minimi indispensabili e obbligatori. Tutto il resto viene rimandato alla possibilità, sempre incerta e differita, di intervenire successivamente attraverso variazioni di bilancio. È soltanto una lontana e sbiadita copia di ciò che un tempo rappresentava il cuore pulsante dell’indirizzo politico di un’amministrazione. Era l’atto che tracciava la strada lungo la quale una Giunta prima e un Consiglio poi, decidevano dove far andare la città: quali investimenti privilegiare, quali sfide affrontare, quali priorità assumere come segno identitario del proprio mandato. Costituiva, in sostanza, la traduzione numerica di una visione politica precisa.
Oggi non è più così. E non lo è più in molte città italiane, non soltanto nella nostra. Anche chi, come me, sta all’opposizione deve porsi questo tema come centrale, perché lo riguarderà quando governerà ma soprattutto perché riguarda la supremazia della politica sulla gestione, il ruolo decisivo della programmazione rispetto all’ordinaria amministrazione, la capacità della politica di orientare, e non solo di registrare, ciò che accade.
I problemi ci sono e sono oggettivi; sottovalutarli sarebbe sciocco. I vincoli statali, gli equilibri di finanza pubblica, le rigidità del sistema contabile, le incertezze dovute alla mancata approvazione dei bilanci sovraordinati – regionale e statale – da cui dipendono quote rilevanti dei trasferimenti agli enti locali: tutto questo è reale e pesante. Ma non ci si può nascondere dietro questi ostacoli. La sensazione è che, almeno in parte, questa situazione faccia anche un po’ comodo. Un bilancio che non guida più la città, ma si limita a seguirla, espone meno chi governa, rende più facile aggiustare in corsa, consente di muoversi senza assumere responsabilità chiare. E sappiamo bene che le scelte coraggiose non sono da tutti e comportano rischi. Non viviamo, purtroppo, in un’epoca di Don Chisciotte.
Il problema, però, non è contabile: è democratico.
Quando il bilancio perde valore politico, il Consiglio comunale perde il ruolo decisionale che gli è proprio; la programmazione perde respiro strategico; la città perde la capacità di immaginare sé stessa; i cittadini perdono la possibilità di valutare davvero chi li governa. Un bilancio che non sceglie non racconta niente: non indica un’idea di futuro, non definisce una direzione, non esprime alcuna priorità.
Per rompere questa deriva, serve trovare un’altra strada. Occorre rimettere al centro poche priorità chiare e dichiarate, anche nel confronto con Regione e Stato; rafforzare il personale e le competenze del servizio di programmazione economico-finanziaria e della gestione del bilancio; costituire una struttura capace di occuparsi in modo solido dei progetti di innovazione e dei fondi europei; investire seriamente negli strumenti di partecipazione territoriale e nell’amministrazione condivisa dei beni comuni; assumersi la responsabilità di rinunciare ad alcune scelte per poterne compiere altre davvero significative. Solo così il bilancio preventivo potrà tornare ad essere ciò che dovrebbe: il primo e più forte atto politico dell’anno, non un documento che certifica soltanto ciò che non si può fare.
Oltre 68 milioni di euro di investimenti nel 2026 per infrastrutture e opere pubbliche, quasi 30 milioni destinati ai servizi sociali e un piccolo fondo dedicato alle imprese: sono questi alcuni dei tratti che caratterizzano il bilancio di previsione 2026-2028 di Ancona. La manovra, che passa ora al vaglio del Consiglio comunale, tiene insieme investimenti strutturali nelle opere pubbliche e una spesa corrente che conferma l’impegno per i servizi sociali e l’istruzione, e, al contempo, attraverso il confronto con le categorie, pone le basi per alcune misure di sostegno alle imprese locali. Per l’annualità 2026, il bilancio prevede 146 milioni di euro di spesa corrente, che garantiscono la continuità dei servizi e la copertura di tutti gli impegni dell’ente.
Il Piano triennale delle Opere Pubbliche prevede oltre 100 milioni di euro di investimenti complessivi, di cui 68,5 milioni per il 2026, per riqualificazione, manutenzione e sviluppo delle infrastrutture cittadine; la spesa per diritti sociali, politiche sociali e famiglia raggiunge quasi 30 milioni, mentre aumenta di quasi 900 mila euro la dotazione per istruzione e diritto allo studio rispetto all’anno precedente. Per la prima volta l’Amministrazione prefigura anche un piccolo fondo dedicato alle imprese, frutto del dialogo con le categorie economiche.
Questo, nonostante la rigidità del bilancio, con circa 11,8 milioni di euro destinati a fondi e accantonamenti obbligatori, che limitano la capacità di manovra del Comune.
Proprio in tema di opere pubbliche, la Giunta comunale ha recentemente approvato un pacchetto di lavori per 11,4 milioni di euro che interesserà diverse parti della città. “Un pacchetto che libera risorse a fronte di progettazioni già contenute nel Documento Unico di Programmazione – ha spiegato il sindaco Daniele Silvetti – A questi si aggiungono oltre 33 milioni già impegnati tra progettazioni, lavori in corso e opere realizzate nel 2025. Ciò dimostra la forza propulsiva dell’Amministrazione e la capacità di visione della città”.
L’assessore ai Lavori Pubblici Stefano Tombolini ha sottolineato che si tratta di opere che permettono di intervenire su questioni pendenti da tempo e di ricucire il tessuto urbano, grazie al bilancio triennale e all’impegno degli uffici comunali.
Il pacchetto comprende interventi per la riqualificazione e sicurezza di strade cittadine, come via Fabriano, via Buozzi, via Recanati, via Albertini e via Marsigliani, e la riqualificazione di via Birarelli, con rifacimento dei marciapiedi e fresatura del manto stradale. Sono previste anche manutenzioni straordinarie delle scalinate comunali a Pietralacroce e in prossimità di Piazza Fontana, per migliorare i collegamenti pedonali tra tratti di strada a quote differenti.
Particolare attenzione è dedicata a Portonovo, con la realizzazione di un percorso pedonale tra i due laghi della baia, separato dalla viabilità veicolare, che garantirà sicurezza ai pedoni e ai fruitori delle spiagge, evitando la commistione con il traffico, soprattutto nei mesi estivi.
Altri interventi riguardano la manutenzione di muri di contenimento come quello di via Redi a Palombina Nuova, e la Galleria del Risorgimento, che sarà dotata di un nuovo impianto di illuminazione efficiente e sicuro. Tra le opere di valorizzazione urbana e culturale si segnalano la riqualificazione dell’affaccio panoramico in via Papa Giovanni XXIII, con percorsi pedonali, sedute e illuminazione, e il completamento della Cittadella Sportiva di Passo Varano, con piscina olimpionica e tiro a segno.
Il pacchetto include inoltre interventi di miglioramento sismico alla Mole Vanvitelliana, il ripristino dell’edificio ex Disney a Collemarino per uso scolastico, la riqualificazione del lungomare Vanvitelli e della passerella pedonale dell’asilo nido Scarabocchio, il ripristino della Sala del Consiglio comunale in Palazzo Anziani e l’installazione di nuovi impianti di climatizzazione in vari immobili comunali.
Secondo Zinni, vicesindaco e assessore al Bilancio, il bilancio rimane tecnico ma ambizioso, capace di coprire tutti gli impegni del Comune, con attenzione a cultura, eventi, associazionismo, sport e sicurezza. La manovra conferma anche l’incremento del fondo di incentivazione del personale, circa 400.000 euro, e mantiene sostanzialmente invariata la tariffazione comunale, salvo adeguamenti all’inflazione.
Infine, l’Amministrazione ha avviato un confronto con categorie e sindacati, introducendo il fondo per le imprese e confermando contributi affitti e destinazione di eventuali economie della Tari al sociale. “I sindacati hanno apprezzato le maggiori risorse destinate ai servizi sociali e scolastici”, conclude Zinni, ribadendo l’obiettivo di sostenere la crescita della città e il ruolo di Ancona come capoluogo di regione.
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