Questo è lo spazio dedicato ai Consiglieri comunali, che, a rotazione, ogni volta un rappresentante della maggioranza e uno dell’opposizione, illustrano i progetti significativi della propria attività
Carlo Maria Pesaresi, Capogruppo del Gruppo Consiliare ANCONA DIAMOCI DEL NOI
Il tramonto del bilancio politico: come il bilancio preventivo del Comune è diventato un esercizio ragionieristico
Nelle Commissioni si discute in queste settimane del bilancio preventivo. Al di là del prevedibile e un po’ ritrito gioco delle parti, il tutto ha per me un sapore amaro che travalica le appartenenze politiche e va dritto al cuore dell’agibilità del Consiglio comunale.
L’approvazione del bilancio preventivo di un Comune è ormai ridotta ad uno stanco atto ragionieristico, un mero adempimento tecnico-contabile, un esercizio di sopravvivenza nel quale, sostanzialmente, si garantisce l’essenziale per mandare avanti la macchina amministrativa: le spese incomprimibili, i servizi minimi indispensabili e obbligatori. Tutto il resto viene rimandato alla possibilità, sempre incerta e differita, di intervenire successivamente attraverso variazioni di bilancio. È soltanto una lontana e sbiadita copia di ciò che un tempo rappresentava il cuore pulsante dell’indirizzo politico di un’amministrazione. Era l’atto che tracciava la strada lungo la quale una Giunta prima e un Consiglio poi, decidevano dove far andare la città: quali investimenti privilegiare, quali sfide affrontare, quali priorità assumere come segno identitario del proprio mandato. Costituiva, in sostanza, la traduzione numerica di una visione politica precisa.
Oggi non è più così. E non lo è più in molte città italiane, non soltanto nella nostra. Anche chi, come me, sta all’opposizione deve porsi questo tema come centrale, perché lo riguarderà quando governerà ma soprattutto perché riguarda la supremazia della politica sulla gestione, il ruolo decisivo della programmazione rispetto all’ordinaria amministrazione, la capacità della politica di orientare, e non solo di registrare, ciò che accade.
I problemi ci sono e sono oggettivi; sottovalutarli sarebbe sciocco. I vincoli statali, gli equilibri di finanza pubblica, le rigidità del sistema contabile, le incertezze dovute alla mancata approvazione dei bilanci sovraordinati – regionale e statale – da cui dipendono quote rilevanti dei trasferimenti agli enti locali: tutto questo è reale e pesante. Ma non ci si può nascondere dietro questi ostacoli. La sensazione è che, almeno in parte, questa situazione faccia anche un po’ comodo. Un bilancio che non guida più la città, ma si limita a seguirla, espone meno chi governa, rende più facile aggiustare in corsa, consente di muoversi senza assumere responsabilità chiare. E sappiamo bene che le scelte coraggiose non sono da tutti e comportano rischi. Non viviamo, purtroppo, in un’epoca di Don Chisciotte.
Il problema, però, non è contabile: è democratico.
Quando il bilancio perde valore politico, il Consiglio comunale perde il ruolo decisionale che gli è proprio; la programmazione perde respiro strategico; la città perde la capacità di immaginare sé stessa; i cittadini perdono la possibilità di valutare davvero chi li governa. Un bilancio che non sceglie non racconta niente: non indica un’idea di futuro, non definisce una direzione, non esprime alcuna priorità.
Per rompere questa deriva, serve trovare un’altra strada. Occorre rimettere al centro poche priorità chiare e dichiarate, anche nel confronto con Regione e Stato; rafforzare il personale e le competenze del servizio di programmazione economico-finanziaria e della gestione del bilancio; costituire una struttura capace di occuparsi in modo solido dei progetti di innovazione e dei fondi europei; investire seriamente negli strumenti di partecipazione territoriale e nell’amministrazione condivisa dei beni comuni; assumersi la responsabilità di rinunciare ad alcune scelte per poterne compiere altre davvero significative. Solo così il bilancio preventivo potrà tornare ad essere ciò che dovrebbe: il primo e più forte atto politico dell’anno, non un documento che certifica soltanto ciò che non si può fare.
















