LA PAROLA AI CONSIGLIERI / MIRELLA GIANGIACOMI

Mirella Giangiacomi, Consigliere del Gruppo Consiliare PARTITO DEMOCRATICO

Verso l’ultimo biennio, il bilancio dell’opposizione

Prossimi ad entrare nell’ultimo biennio di questa legislatura, viene spontaneo tirare le somme anche da parte di chi siede all’opposizione.
E’ naturale che l’angolo di visuale della maggioranza sia diverso da quello della minoranza.

Ma la storia di questi primi anni è quella di uno stop and go continuo con dichiarazioni fatte oggi sconfessate domani e che si sono tradotte sul piano pratico in inerzia amministrativo-decisionale.

Sulla parola chiave del programma elettorale cambiamo, le progettualità della scorsa amministrazione già in fase avanzata sono state demonizzate oggi per poi essere rilanciate domani provocando ritardi di anni con rescenti disagi per la città.

Valga su tutte l’esempio del Parcheggio SanMartino prima negato dal Sindaco (con ipotesi alternative irrealizzabili,) poi rilanciato dall’Assessore alla viabilità, riprogettato e, notizia di questi giorni , riavviata una nuova progettazione previa confronto con la Soprintendenza per il destino della exCaserma.

La viabilità è ancora un grande punto interrogativo in attesa della presentazione del PUMS ( che doveva essere presentato già nel 2024) con il sovrapporsi di dichiarazioni su ipotesi di Zac, Ztl , o o sperimentazioni che non superano le 12 ore di vita e che ottengono il risultato di scontentare tutti.

Ma una cosa è stata realizzata nello spazio di pochi mesi: la cancellazione della nuova pista ciclabile di via Marconi, progettata e finanziata, perche il messaggio è stato quello di “ fluidificare il traffico veicolare su gomma”. Il risultato è di una via tratti pericolosa per i pedoni e che crea imbottigliamenti verso il centro città.

Una politica e una comunicazione tutta incentrata sui grandi eventi con enorme impiego di risorse economiche sottratte alle priorità per la qualità della vita delle persone che hanno riguardato l’area cittadina da “mare a mare” dimenticando del tutto interi quartieri.. Una narrazione tutta euforica della quale mancano riscontri e dati sugli esiti.

Una politica del decoro urbano si può dire più che insoddisfacente.
Le dichiarazioni sull’intervento per manutenzione dei portici di Piazza Cavour vanno avanti da oltre due anni e non si vede la luce.

La manutenzione del verde è arrivata a livelli di inaccettabile pericolosità persino sulla viabilità per non parlare della sciatteria delle piazze e giardini.

La pulizia non gode di migliore salute e mi auguro che il programma illustrato da Ancona Ambiente in questi ultimi giorni possa dare risposte. Certo in questo settore è indispensabile lavorare sulla comunicazione ed educazione dei cittadini perché siano corresponsabili dell’igiene urbana con comportamenti adeguati. Scaricare le colpe solo sugli extracomunitari è miope e sbagliato.

Sulla salute e servizi sociali c’è da parte dell’assessorato una inerzia che viene giustificata con il “non ci compete”. Questa risposta è irricevibile alla luce anche delle deleghe esplicite ai rapporti con le Aziende Ospedaliere Torrette -Salesi e INRCA e alla necessità di una attenzione continua sui problemi socio-sanitari della popolazione fragile. Sui Salesi c’è stato più di uno scontro verbale quando si chiedeva di farsi parte attiva per situazioni emergenziali seriamente impattanti sui cittadini e non di mera natura sanitaria.

Sulla questione complessa di Conerobus, il Sindaco e la Giunta hanno passato mesi a scagliarsi contro quelli di prima invece di andare a verificare le questioni che, peraltro coinvolgono la loro filiera, ed affrontare seriamente il problema di come salvare l’Azienda con i suoi lavoratori. Anche qui affermazioni contraddittorie buone per un giorno mentre si riducevano in modo importante i servizi ai cittadini.

La precedente amministrazione ha lasciato in dote per la città fondi PNNR per circa 60 milioni di euro determinanti per la riqualificazione di contenitori culturali, monumentali e sportivi che per l’edificazione di nuove strutture. Auguriamoci tutti che vadano a compimento per non correre il rischio di restituire i fondi non spesi.

Mi permetto di dire, a margine di queste mie riflessioni, quanto sia insopportabile la comunicazione trionfalistica da parte della Amministrazione nell’intestarsi risultati ottenuti grazie all’mpegno, alla progettualità e ai finanziamenti della scorsa sindacatura.

Senza tutto questo oggi quei risultati non sarebbero stati possibili.

Ma questo fa parte dell’etica politica di cui non dovremmo mai fare a meno.

Voglio invece chiudere con la pagina bella che ci vede tutti lavorare per lo stesso obiettivo: il riconoscimento di Capitale della Cultura 2028 e Capitale del Mare 2026. E’ un momento importantissimo e meritato per la storia della città, Su questo non possono esserci posizioni divergenti.

LA PAROLA AI CONSIGLIERI / LUCA MARCOSIGNORI


Luca Marcosignori – Consigliere, Gruppo Consiliare ANCONA PROTAGONISTA

Una nuova Ancona, un futuro costruito insieme

È un dato di fatto: siamo una nuova Amministrazione. Dopo anni complessi, in cui la città aveva progressivamente perso slancio e capacità di immaginare il proprio futuro, oggi abbiamo intrapreso un percorso diverso, fondato su una visione chiara e su una rinnovata volontà di costruire prospettive concrete.

Nonostante le difficoltà ereditate e le sfide quotidiane, la città sta cambiando passo.

Ancona: cultura, eventi e bellezza per una città più ospitale e più inclusiva

Assumere il ruolo di Consigliere Comunale significa, prima di tutto, sentirsi responsabili del presente e del futuro della propria città.

In questi anni di mandato ho cercato di interpretare questo compito con spirito di servizio e con una visione chiara: contribuire a costruire un’Ancona più viva, più attrattiva, più accogliente.

In qualità di Vicepresidente della 6ª Commissione Consiliare Permanente (cultura, turismo, politiche giovanili, grandi eventi, teatri e università) e componente effettivo della 5ª Commissione (pubblica istruzione, disabilità nei servizi educativi, politiche comunitarie, famiglia, sport, tutela dei consumatori e tutela degli animali) ho avuto modo di lavorare su ambiti strategici che incidono direttamente sulla qualità della vita dei cittadini e sull’immagine della città.

Fare politica ascoltando la città

Fare politica, per me, significa innanzitutto ascoltare la città, interpretarne i bisogni e trasformarli in proposte e atti concreti. Il Consiglio infatti, rappresenta lo spazio istituzionale nel quale devono trovare voce le esigenze concrete di cittadini, famiglie, associazioni e quartieri.

In questa logica ho scelto di partecipare attivamente anche alle riunioni dei nuovi CTP. La partecipazione degli amministratori in questi momenti di confronto è un segnale concreto verso i quartieri, che rafforza il senso di comunità e ribadisce che nessuna parte della città è marginale.

Cultura e grandi eventi: motori di identità e sviluppo

La cultura è un asset strategico per la crescita della città. Un territorio che investe in cultura investe nella propria identità, nella coesione sociale e nella capacità di attrarre visitatori.

In questi mesi abbiamo lavorato per rilanciare i luoghi simbolo della cultura anconetana e per valorizzare i grandi eventi come strumenti di promozione territoriale. Non si tratta semplicemente di riempire un calendario, ma di costruire un racconto coerente della città, capace di mettere in rete istituzioni, associazioni, università e operatori economici.

Ancona deve tornare a essere un punto di riferimento nel panorama regionale e nazionale: un capoluogo di regione che sappia coniugare il proprio straordinario patrimonio storico e paesaggistico con una proposta culturale contemporanea, inclusiva e di qualità.

Università e giovani: trattenere talenti, creare opportunità

Essere città universitaria significa assumersi una responsabilità ulteriore. I giovani non sono solo fruitori di servizi: sono idee, energie, futuro. Favorire la permanenza degli studenti dopo gli studi, sostenere l’innovazione, creare occasioni di aggregazione culturale e musicale significa investire sulla vitalità urbana. Una città che investe sui giovani è una città che investe su se stessa.

Questa convinzione guida il mio impegno quotidiano: costruire opportunità concrete affinché chi sceglie Ancona per studiare possa scegliere di restare per lavorare, fare impresa, mettere radici.

Una città più ricca di musica, di colori, di iniziative anche diurne, è una città che non teme il cambiamento, ma lo guida. Più concerti, più festival, più occasioni di incontro: spazi vissuti si traducono anche in spazi più sicuri.

Turismo, ospitalità e decoro urbano

Il turismo costituisce una leva strategica per la crescita economica, la valorizzazione del territorio e il rafforzamento della coesione sociale. La nostra città possiede un patrimonio unico, fatto di mare, porto, storia e identità. Tuttavia, oggi non è sufficiente limitarsi a custodire ciò che abbiamo: è necessario mettere a valore la pluralità e la ricchezza dei nostri luoghi, affinché ogni quartiere, ogni spazio urbano e ogni testimonianza culturale diventino elementi di una proposta turistica articolata e riconoscibile.

L’obiettivo è costruire un’offerta capace di superare la stagionalità, rendendo la città attrattiva durante tutto l’anno e generando, al contempo, un rinnovato senso di appartenenza per chi la vive quotidianamente. In questa prospettiva, investire su eventi di qualità, su un sistema di accoglienza efficiente, su una promozione coordinata e su un adeguato livello di decoro urbano significa migliorare l’esperienza dei visitatori e, allo stesso tempo, elevare la qualità della vita dei residenti.

Una città più ospitale è inevitabilmente una città più curata. Per questo considero prioritari i temi della pulizia, della sicurezza e della qualità dello spazio pubblico, con particolare attenzione al centro cittadino. Il decoro non rappresenta un semplice elemento estetico, ma un segnale concreto di rispetto verso la comunità e verso chi sceglie di visitare la nostra città.

In questa direzione si inserisce la mia mozione predisposta insieme ai colleghi di Ancona Protagonista sull’ex sede dell’INRCA. È necessario chiarire in tempi certi la destinazione del vecchio ospedale per evitare l’ennesimo edificio abbandonato. Serve una visione chiara e condivisa per restituire quello spazio alla città.

Più acqua, più bellezza, più qualità urbana

Nella mia visione futura, Ancona deve riscoprire anche il valore simbolico e concreto dell’acqua come elemento urbano. Fontane riqualificate, nuovi giochi d’acqua, spazi pubblici capaci di coniugare estetica e socialità possono contribuire a trasformare il volto della città.

L’acqua richiama il mare, elemento identitario per eccellenza, ma diventa anche occasione di incontro e di attrattività turistica. In molte città italiane ed europee questi interventi hanno rappresentato strumenti efficaci di rigenerazione urbana: possiamo farlo anche noi, con progettualità e gradualità.

Scuola, sport e inclusione: la città come comunità

Nel lavoro della 5ª Commissione, l’attenzione alla scuola, alla disabilità nei servizi educativi, alla famiglia e allo sport rappresenta un altro pilastro del mio impegno.

Una città cresce davvero solo se è capace di includere. Garantire servizi educativi di qualità, attenzione alle fragilità, sostegno alle famiglie e promozione dell’attività sportiva significa rafforzare il tessuto sociale.

Lo sport, in particolare, non è soltanto competizione: è formazione, aggregazione, prevenzione. Investire negli impianti e nelle politiche sportive significa offrire alternative sane e opportunità concrete soprattutto ai più giovani.

Il mio impegno, oggi e nei prossimi anni, sarà quello di continuare a lavorare su questi temi con serietà e passione affinché questa visione diventi realtà, consolidando un percorso di crescita che restituisca alla nostra città l’energia, il prestigio e la vivacità che merita: “La Grande Ancona”.

Polacchi e Polacche. Storia del dolce più famoso della città

Il 18 luglio 1944 le truppe alleate entrarono in una Ancona semidistrutta a causa dei 178 bombardamenti aerei, navali e terrestri che l’avevano colpita; il lungo periodo dell’occupazione nazi-fascista era finito.

Le avanguardie del II Corpo d’Armata polacco, inquadrato nell’VIII Corpo d’Armata Britannico, entrarono ad Ancona attraverso Porta Santo Stefano e presero possesso della città per il quale avevano combattuto una dura battaglia iniziata il 1° luglio con gli aspri combattimenti di Filottrano e che era proseguita nelle campagne di Osimo e Offagna nell’arco di altri 18 giorni. Appena arrivate, le truppe alleate si prodigarono per riattivare la funzionalità del porto che consideravano vitale per l’approvvigionamento logistico delle truppe alleate che combattevano lungo la linea Gotica, linea difensiva tedesca che andava da Rimini a La Spezia.

I militari inglesi e polacchi si acquartierarono in città e presero possesso delle infrastrutture militari ancora funzionanti. Per sostenere un esercito così numeroso, c’era necessità di approvvigionarla quotidianamente di cibo e quindi furono messi in funzione i forni per il pane che si trovavano presso il “magazzino artiglieria”. Si trattava di un vecchio “panificio militare” costruito nel periodo 1862/63, tra le via Palestro e San Martino dove, ora che sono stati demoliti, si estende piazza Pertini.

La gestione del panificio fu data ai militari polacchi che lo resero perfettamente funzionante iniziando a sfornare quel pane bianco che ormai mancava da tanto tempo sulle tavole degli anconetani. Oltre al pane, i militari iniziarono a fare alcuni dolci tipici della Polonia tra cui i Drozdzowe dogaliki, una specie di brioches lievitate che prendevano origine da un dolce austriaco. In Italia, a parte alcune zone del Veneto che avevano più frequenti contatti con l’Austria, le brioches erano ancora sconosciute così che, quando si trattò di dare a questi dolci un nome italiano, gli anconetani li chiamarono “polacche”. Ancora oggi il nome è rimasto e indica un tipo di cornetto caratterizzato da una glassa superficiale e da un modesto ripieno di pasta di mandorle che lo rende assolutamente gustoso per la prima colazione.

Sergio Sparapani

Palombina verso la normalità: ultima estate con sversamenti a mare. Al via i lavori


Sarà l’ultima estate di sversamenti a mare, almeno nel tratto di Palombina a ridosso del quartiere di Collemarino. Stanno iniziando i lavori di Viva Servizi volti a risolvere definitivamente l’annosa problematica degli sversamenti a mare in caso di piogge abbondanti che nella stagione estiva determinano l’apertura e la chiusura della balneazione nel tratto di litorale compreso tra Palombina e Falconara.

Il primo cantiere, della durata di poco meno di un anno, segna l’avvio di un ampio progetto di tre lotti sul litorale da Palombina a Falconara; quello che partirà a giorni prevede la realizzazione di un nuovo collettore fognario, da posizionarsi in adiacenza al Fosso della Palombina e una nuova stazione di sollevamento fognario dotata di elettropompe.

“Il cantiere che sta per iniziare porterà alla risoluzione del problema degli sversamenti che affliggono le coste e gli operatori balneari. È un momento di soddisfazione per tutti, dal consiglio di amministrazione ai tecnici” sottolinea Andrea Dotti Presidente di Viva Servizi “sono tanti anni che lavoriamo a questo progetto e finalmente siamo riusciti a metterlo a terra ed avviare i lavori”.

Il nuovo collettore, di lunghezza pari a circa 800 metri, avrà la funzione di convogliare le acque reflue urbane (acque scure) attualmente riversate nel Fosso della Palombina; si sganceranno quindi le acque reflue che saranno convogliate attraverso un nuovo collettore e una stazione di sollevamento sulla fognatura lungo la Flaminia per poi terminare al depuratore di Falconara.

“È stato il primo problema che ho trovato sulla scrivania sette anni fa quando mi sono insediato” aggiunge Moreno Clementi Direttore di Viva Servizi “siamo riusciti a fare questo stralcio del lotto uno, cioè un progetto a parte per dare subito delle risposte, in modo che dall’estate 2027 i cittadini potranno veder diminuiti i disagi nella fruizione della balneazione grazie ai nuovi impianti. È solo l’inizio di un progetto molto più ampio che comprende altre due fasi, in particolare una è al vaglio della conferenza di servizi e porterebbe gli stessi benefici anche a Falconara, per un cantiere che contiamo di iniziare a partire dal prossimo autunno”

A seguito dell’intervento che inizierà in questi giorni e il ripristino del Fosso della Palombina alla sua funzione originaria, verrà superata l’apertura degli scolmatori che oggi provocano i continui divieti di balneazione. I lavori produrranno pertanto un duplice beneficio immediato: da un lato, la rinaturalizzazione del Fosso della Palombina e dall’altro la riduzione del carico idraulico sulla rete fognaria, in quanto le acque naturali del fosso non confluiranno più, come avviene attualmente, nel sistema fognario.

La riduzione del carico idraulico grazie alla separazione delle acque bianche meteoriche, in condizioni di pioggia, comporterà una diminuzione della probabilità di attivazione dello scolmatore, con conseguenti effetti positivi sulla gestione della rete fognaria e sull’ ambiente del litorale.

Marco Loi

Prevenzione tutto l’anno: la campagna contro il melanoma e il suo decalogo

La prevenzione entra in aula e coinvolge direttamente gli studenti. Ha preso il via al Liceo scientifico Savoia il progetto nazionale SUNTEL (SUN & Telematic Learning), percorso di teledidattica e peer education rivolto alle scuole secondarie di secondo grado per promuovere la prevenzione dei tumori cutanei e un’esposizione solare consapevole. L’iniziativa, che apre l’anno scolastico 2025-2026, vede l’adesione del Comune di Ancona con l’assessore Antonella Andreoli, presente all’incontro inaugurale, che ha espresso soddisfazione per questa “campagna di prevenzione concreta, che parla ai giovani con strumenti adeguati e che quindi è un importante investimento educativo sulla salute dei ragazzi. La dirigente scolastica Maria Alessandra Bertini ha sottolineato il valore civico del progetto, inserito nei percorsi di educazione alla salute e cittadinanza attiva, con gli studenti chiamati a diventare protagonisti nella diffusione della cultura della prevenzione.

Ne parliamo con la professoressa Anna Campanati, Unità Operativa di Dermatologia, Dipartimento di Scienze Cliniche e Molecolari dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria delle Marche, Università Politecnica delle Marche, intervenuta al primo incontro per approfondire il valore scientifico e l’impatto di queste iniziative sulle giovani generazioni. Dall’intervista emerge un vademecum chiaro e operativo per la prevenzione, articolato in un utile decalogo di comportamenti concreti.


Qual è oggi la diffusione del melanoma in Italia e nelle Marche, e quali sono i motivi di questa incidenza in costante aumento?

Oggi il melanoma è considerato una delle sfide più rilevanti in Italia, con una diffusione che ha registrato un’accelerazione significativa negli ultimi due anni. Il quadro aggiornato al 2025 basato sui dati AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e AIRTUM (Associazione Italiana Registri Tumori), ci restituisce una situazione attuale che vede numeri in netta crescita, ma con una prognosi sempre più favorevole, grazie ai progressi terapeutici ed all’aumento delle diagnosi precoci.
In Italia L’incidenza del melanoma (ovvero le nuove diagnosi) nel 2025 è stata pari a 17.000 nuovi casi all’anno, un balzo considerevole rispetto ai 12.700 del 2023 (+30% circa). Tra gli under 50, il melanoma è il terzo tumore più comune per gli uomini e il secondo per le donne; un dato critico, poiché colpisce individui nel pieno della propria maturità professionale e relazionale.
Nella regione Marche i nuovi casi di melanoma, diagnosticati presso i centri dermatologici del SSN, nell’anno 2025, sono stati 750 circa. La regione Marche, come gran parte del Centro-Nord, presenta tassi di incidenza superiori rispetto al Sud Italia. Questo è dovuto sia a fattori genetici (maggiore presenza di fenotipi a cute chiara) sia a una rete di screening e registrazione dei dati storicamente più capillare. Si possono individuare tre ragioni principali per questa “epidemia” di diagnosi di melanoma:
Cambiamento degli stili di vita: L’esposizione solare è diventata “intermittente e intensa” (week-end al mare, lampade abbronzanti, vacanze invernali al sole). Questo tipo di esposizione, che causa scottature acute, soprattutto in età pediatrica e adolescenziale, è il principale fattore di rischio per il melanoma.
Migliore capacità diagnostica: Oggi la capacità diagnostica è notevolmente migliorata per il melanoma. La diffusione della “mappatura dei nei” e l’incremento al ricorso di tecniche diagnostiche di imaging sempre più sofisticate (epiluminescenza, “total body map”) permettono di individuare lesioni piccolissime che un tempo sarebbero passate inosservate o diagnosticate solo in stadi avanzati.
Invecchiamento della popolazione: Come per quasi tutte le patologie oncologiche, l’aumento dell’aspettativa di vita porta statisticamente a un maggior numero di casi registrati, poiché i danni da raggi UV sono cumulativi nel tempo.


L’età giovanile rappresenta un momento particolarmente delicato rispetto ai fattori di rischio legati all’esposizione solare?

Assolutamente sì. L’età giovanile (infanzia e adolescenza) è considerata come il periodo critico che determina gran parte del rischio di sviluppare un melanoma in età adulta. Il motivo non è solo comportamentale, ma essenzialmente biologico. l’esposizione al sole tra gli 0 e i 20 anni è così determinante per 4 motivi:

  1. La cute ha una “memoria biologica”. Il danno al DNA indotto dai raggi UV (in particolare gli UVA e UVB) è cumulativo.
  2. L’effetto delle “scottature acute”. Anche solo due o tre scottature solari gravi (con formazione di eritemi dolorosi o vescicole) prima dei 20 anni possono raddoppiare il rischio di melanoma nel corso della vita.
  3. La vulnerabilità del sistema immunitario cutaneo. Nei primi anni di vita, i meccanismi di riparazione del DNA e le difese immunitarie della cute non sono ancora pienamente sviluppati. La produzione di melanina (il nostro filtro naturale) è meno efficiente, rendendo i giovani più vulnerabili all’azione dei raggi UV.
  4. Il legame con i Nei (Nevi). L’esposizione solare eccessiva durante l’infanzia favorisce la comparsa di un numero elevato di nei. Statisticamente, avere più di 50-100 nei sul corpo è uno dei principali fattori di rischio clinici per il melanoma.
    In sintesi: Proteggere un bambino oggi con creme ad alta protezione (SPF 50+), magliette tecniche e cappellini rappresenta una vera e propria assicurazione sanitaria contro il melanoma per i suoi prossimi 50 anni.

Entrando nel merito della prevenzione primaria, quali sono i comportamenti più corretti che un adolescente dovrebbe adottare durante l’esposizione al sole?

Quando parliamo di adolescenti, la prevenzione primaria è una sfida: bisogna conciliare il desiderio di abbronzatura (spesso legato a canoni estetici sociali) con la protezione biologica. Ecco sinteticamente i comportamenti corretti che un adolescente dovrebbe adottare (fig. 1) :

  1. La Regola delle “Ore d’Oro”
    Evitare l’esposizione diretta tra le 11:00 e le 16:00. In questa fascia oraria i raggi UVA/B (i principali responsabili delle scottature e del danno al DNA) sono al loro picco di intensità.
    Un trucco pratico: Guarda la tua ombra. Se è più corta di te, il sole è troppo alto e pericoloso; meglio stare sotto l’ombrellone o al chiuso.
  2. Fotoprotezione Dinamica (Creme Solari)
    Non basta “mettersi la crema” una volta al mattino. La protezione deve essere: alta (SPF 50+): Indispensabile per i fototipi chiari, ma raccomandata a tutti nelle prime esposizioni; generosa: spesso se ne usa troppo poca. Serve circa il palmo di una mano per tutto il corpo; frequente: va riapplicata ogni 2 ore e sempre dopo ogni bagno o se si suda molto (anche se la crema è dichiarata “water resistant“).
    Un trucco pratico: La regola dell’”unità polpastrello”. In termini di superficie, 1 “Unità Polpastrello” (una striscia di crema che va dall’ultima piega del dito indice fino alla punta) è adeguata a proteggere un’area corrispondente a circa 2 palmi di una mano (comprese le dita).
  3. Protezione Fisica: Oltre la Crema.
    La crema solare non è uno “scudo totale” che permette di stare al sole all’infinito. La protezione migliore rimane quella fisica:
    Indumenti: T-shirt, cappellino con visiera e occhiali da sole con filtri UV a norma CE (per proteggere anche la delicata zona oculare e perioculare).
    Ombra: Ricordarsi che l’ombrellone non scherma il 100% dei raggi (passano per riflesso dalla sabbia), ma riduce drasticamente l’irraggiamento diretto.
  4. No alle Lampade Abbronzanti.
    Questo rappresenta un punto più critico per gli adolescenti. L’uso di lettini o docce solari prima dei 30 anni aumenta il rischio di melanoma del 75%.
    Nota bene: In Italia, per legge, l’uso dei solarium è vietato ai minori di 18 anni, proprio a causa dell’altissima suscettibilità della loro cute ai danni oncogeni.
  5. Attenzione ai “Falsi Amici”
    Il cielo nuvoloso: Le nuvole filtrano la luce ma non i raggi UV. Ci si può scottare gravemente anche con il cielo coperto.
    Il vento e l’acqua: La sensazione di fresco sulla cute maschera il calore del sole, portando a esporsi più a lungo del dovuto senza accorgersi dell’eritema in corso.

Quali sono invece gli errori più frequenti che riscontrate nella pratica clinica?

Nella pratica clinica, il divario tra ciò che le persone pensano di fare e ciò che la loro cute subisce realmente è molto ampio. Gli errori più frequenti che riscontriamo non riguardano solo la dimenticanza della crema, ma veri e propri errori metodologici.
Ecco i “falsi miti” e gli sbagli più comuni:

  1. La “Sindrome del Primo Giorno”
    Molti pazienti riportanio ustioni solari dopo il primo weekend di sole.
    L’errore: Esporsi per 6-8 ore consecutive il primo giorno di vacanza pensando che una singola applicazione di SPF 50 sia uno scudo indistruttibile.
    La realtà: La cute ha bisogno di un adattamento graduale. La crema solare non è una licenza per restare al sole illimitatamente, ma uno strumento per ridurre il danno durante un’esposizione controllata.
  2. Il Sotto-dosaggio (L’errore del “Tubetto Eterno”)
    È l’errore più diffuso in assoluto. Un tubetto di crema da 200 ml, se usato correttamente per tutto il corpo, dovrebbe durare al massimo 1 settimana per una persona adulta.
    L’errore: Far durare lo stesso flacone per due o tre estati consecutive.
    La conseguenza: Se applichi poca crema, l’SPF 50 si abbassa notevolmente.
  3. Dimenticare le “Zone Ombra”
    Esistono aree del corpo che regolarmente sfuggono alla protezione e che sono spesso sede di ustioni solari
    • Le orecchie (soprattutto negli uomini o in chi ha i capelli corti).
    • Il dorso dei piedi e le dita dei piedi.
    • Il cuoio capelluto (specialmente in presenza di calvizie o diradamento).
    • Il retro delle ginocchia e l’incavo ascellare.
  4. Il tranello del “Water Resistant”
    L’errore: Pensare che se la crema è resistente all’acqua, rimanga sulla cute dopo il bagno.
    La realtà: La dicitura indica che la crema mantiene l’efficacia mentre sei in acqua. Tuttavia, l’atto di asciugarsi con l’asciugamano rimuove meccanicamente l’80% del prodotto. La crema va riapplicata tassativamente dopo ogni bagno.
  5. Il Paradosso dell’Ombra e delle Nuvole
    L’errore: Non mettersi la crema perché “è nuvoloso” o “sto tutto il tempo sotto l’ombrellone”.
    La realtà: La sabbia riflette fino al 25% dei raggi UV e l’acqua il 10%. Anche sotto l’ombrellone, ricevi una dose significativa di radiazioni indirette. Le nuvole, invece, lasciano passare fino all’80% dei raggi UV, eliminando però la sensazione di calore (infrarossi), rendendo l’ustione paradossalmente più probabile perché non si avverte il “bruciore” immediato.
  6. L’applicazione ritardata
    L’errore: Mettersi la crema una volta arrivati in spiaggia.
    La realtà: I filtri chimici necessitano di circa 20-30 minuti per legarsi correttamente allo strato corneo della cute e iniziare a funzionare. La protezione andrebbe applicata a casa, prima di uscire.

Il progetto SUNTEL punta molto sulla peer education. Dal punto di vista medico e comunicativo, perché la formazione tra pari può risultare più efficace rispetto alla lezione tradizionale quando si parla di salute e prevenzione?

Il progetto SUNTEL, promosso dall’Intergruppo Melanoma Italiano e ideato dal Prof. Ignazio Stanganelli, puntando sulla peer education (educazione tra pari), intercetta una delle dinamiche psicologiche e comunicative più potenti dell’adolescenza. Dal punto di vista medico e sociologico, questa strategia è spesso più efficace della “lezione frontale” per diverse ragioni fondamentali:

  1. Abbattimento delle Barriere Difensive
    Nella lezione tradizionale, il medico o l’insegnante rappresentano l’autorità. Questo può innescare nel giovane un meccanismo di resistenza o di “percezione del rischio lontano” (il classico “lo dice perché è il suo lavoro”).
    Il “peer” (il compagno di scuola o l’amico) parla la stessa lingua, condivide gli stessi dubbi e, soprattutto, gli stessi canoni estetici (come il desiderio di essere abbronzati). La comunicazione non è più calata dall’alto, ma è uno scambio orizzontale che genera meno resistenza.
  2. Credibilità e “Modello di Ruolo”
    In dermatologia, la prevenzione passa spesso per comportamenti che gli adolescenti percepiscono come “poco cool” (mettere la crema, indossare la maglietta, evitare le lampade abbronzanti).
    Se è un coetaneo a spiegare che proteggersi non significa rinunciare al divertimento, ma evitare danni futuri e invecchiamento precoce, il messaggio acquisisce una validità sociale che il medico non può trasmettere. Il pari diventa un modello di comportamento positivo e imitabile.
  3. La Teoria dell’Azione Ragionata
    Molti comportamenti a rischio non dipendono dalla mancanza di informazioni (gli adolescenti sanno che il sole scotta), ma dalla pressione del gruppo. La peer education agisce sulla “norma soggettiva“: se il gruppo inizia a considerare la protezione solare come un comportamento intelligente e “normale“, l’individuo si adegua per non sentirsi escluso. Si sposta la percezione della protezione solare da “obbligo medico” a “scelta consapevole del gruppo“.

Quanto è importante la diagnosi precoce?

In parole molto semplici: la diagnosi precoce nel melanoma non è solo importante, è quella che ti salva la vita.
“Arrivare prima” è una questione di millimetri: Il melanoma è un tumore che cresce inizialmente sulla superficie della cute (come una macchia). Se lo prendi quando è sottile (meno di 1 millimetro), basta un piccolo intervento di chirurgico superficiale, in anestesia locale, per eliminarlo per sempre. In questo caso, guarisci nel 95-100% dei casi.
Se invece aspetti e il tumore scende in profondità, superando gli strati superficiali della cute può incontrare i vasi sanguigni e linfatici, con possibile disseminazione delle cellule neoplastiche a distanza.
In sintesi:
Preso subito: è un problema limitato alla cute che si risolve, nella maggior parte dei casi, con un piccolo intervento chirurgico superficiale.
Preso tardi: diventa una malattia difficile da curare che richiede terapie complesse.


Quali segnali devono imparare a riconoscere i ragazzi e quando è opportuno rivolgersi a uno specialista?

Per i ragazzi, imparare a “leggere” la propria cute è un po’ come imparare a riconoscere una notifica sospetta sullo smartphone: bisogna capire quando ignorarla e quando invece richiede un’azione immediata. Non serve diventare ansiosi, basta diventare dei buoni osservatori. Ecco i segnali da monitorare e quando è il momento di alzare la mano.

  1. I 5 Segnali d’Allarme: La Regola ABCDE
    Questa è la “bussola” della prevenzione. Se un ragazzo nota un neo che presenta una o più di queste caratteristiche, deve parlarne con i genitori o il medico:
    A come Asimmetria: Se immagini di dividere il neo a metà con una linea, le due parti sono molto diverse tra loro?
    B come Bordi: I bordi sono frastagliati, irregolari o “sfumati” come una macchia d’inchiostro sulla carta assorbente?
    C come Colore: Il neo ha zone di colori diversi (marrone chiaro, nero pece, rosso o addirittura bianco/grigio)?
    D come Dimensioni: Il diametro è superiore ai 6 millimetri (all’incirca la grandezza della gomma in cima a una matita)?
    E come Evoluzione: Questa è la più importante per i giovani. Il neo è cambiato rapidamente? È cresciuto, ha cambiato forma o colore negli ultimi mesi?
  2. Il trucco del “Brutto Anatroccolo”
    A volte i ragazzi hanno molti nei, tutti simili tra loro. Il segnale più chiaro di un possibile problema è il neo isolato: quello che appare visibilmente diverso da tutti gli altri per colore, forma o dimensione. Se tutti i tuoi nei sono chiari e piccoli, e ne spunta uno scuro e grande, quello è il “brutto anatroccolo” da far controllare.
    3….E quello del “Moscone sul Lenzuolo Bianco”
    A volte i ragazzi non hanno nei, in questo caso, se sulla cute spunta un nuovo neo che si nota a colpo d’occhio, che attira l’attenzione come lo farebbe un “moscone su un lenzuolo bianco”, allora quel neo va fatto controllare.
  3. Sintomi “fisici” (Oltre la vista)
    Un neo non dovrebbe mai “farsi sentire”. È opportuno rivolgersi a uno specialista se un neo:
    • Prude in modo persistente.
    • Sanguina senza che ci sia stato un trauma (ad esempio senza averlo grattato per sbaglio).
    • Provoca dolore o fastidio al tatto.
    • Presenta una crosticina che non guarisce.
    Consiglio per i ragazzi: La cute è l’unico organo che abbiamo interamente “a vista”. Controllarsi una volta al mese dopo la doccia richiede solo due minuti, ma è il modo più efficace per gestire la propria salute in modo autonomo e consapevole.

Quanto incide la tempestività dell’intervento sulle possibilità di cura?

Si usa spesso una frase molto diretta: il melanoma non perdona il ritardo, ma premia la rapidità. La tempestività non è solo “importante”, è il fattore che sposta l’ago della bilancia tra una guarigione completa e una malattia complessa da gestire.
Ecco come la tempestività d’intervento incide concretamente sulle possibilità di cura:

  1. La “Regola del Millimetro”
    Il successo della cura dipende quasi interamente dalla profondità raggiunta dal tumore nella cute.
    Sotto 1 mm (Melanoma sottile): Se l’intervento avviene quando il melanoma è confinato agli strati superficiali della cute, la probabilità di guarigione definitiva è vicina al 95-100%.
    Sopra i 2-3 mm (Melanoma spesso): Se si aspetta troppo, il tumore scende in profondità. Qui il rischio che le cellule malate entrino in circolo e raggiungano i linfonodi o altri organi aumenta drasticamente, e le possibilità di cura scendono intorno al 50-60%.
  2. Dalla chirurgia “ambulatoriale” alle terapie complesse
    La tempestività cambia radicalmente anche il tipo di percorso che il paziente deve affrontare:
    Intervento precoce: Basta una piccola asportazione chirurgica in anestesia locale (spesso in regime ambulatoriale) ed Il paziente torna a casa lo stesso giorno
    Intervento tardivo: Può richiedere l’asportazione del “linfonodo sentinella”, interventi chirurgici più ampi e, nei casi avanzati, cicli di immunoterapia o terapie a bersaglio molecolare che, per quanto innovative ed efficaci, sono cure lunghe e complesse.
  3. La velocità del melanoma
    A differenza di altri tumori della cute che crescono molto lentamente (anche in anni), il melanoma può cambiare e approfondirsi in pochi mesi. Per questo motivo, una macchia che appare “strana” oggi non dovrebbe mai essere ricontrollata “tra un anno”.
    In conclusione: Il fattore tempo è il nostro miglior alleato. Nelle Marche, grazie alla rete dei dermatologi e ai progetti di sensibilizzazione, stiamo vedendo un aumento delle diagnosi di melanomi “sottili“: questo è un ottimo segno, perché significa che stiamo battendo il tumore sul tempo.

La piattaforma digitale “Il Sole per Amico for Young” introduce strumenti di teledidattica in un ambito sanitario. Ritiene che le nuove tecnologie possano effettivamente migliorare l’alfabetizzazione scientifica e la consapevolezza sui temi oncologici tra i giovani?

Sì, strumenti come la piattaforma “Il Sole per Amico for Young” rappresentano un salto di qualità fondamentale per l’alfabetizzazione scientifica dei giovani. L’efficacia di queste tecnologie non risiede solo nella digitalizzazione dei contenuti, ma nella capacità di trasformare lo studente da spettatore passivo a protagonista della prevenzione.
I motivi principali per cui queste innovazioni sono considerate efficaci possono essere riassunti così:

  1. Linguaggio e Accessibilità
    Le piattaforme di teledidattica utilizzano codici comunicativi vicini alla Gen Z e alla Gen Alpha, come digital games, video interattivi e tecniche di morphing virtuale (come quelle usate nella piattaforma IMI MelaMEd). Questo abbatte le barriere della terminologia medica complessa, rendendo i concetti di “fototipo”, “radiazioni UV” e “mutazione genetica” comprensibili e memorizzabili.
  2. La Forza della Peer Education
    Uno dei pilastri del progetto è il Peer Education Programme. La tecnologia permette agli studenti di creare e condividere i propri contenuti (cortometraggi, grafiche, post). Quando un giovane spiega a un coetaneo perché è importante evitare le lampade abbronzanti o come monitorare un neo sospetto, il messaggio ha un impatto psicologico molto superiore rispetto a una lezione frontale tradizionale.
  3. Personalizzazione e Flessibilità
    A differenza dei vecchi opuscoli cartacei, le piattaforme digitali offrono percorsi differenziati:
    For Kids: focalizzato sul gioco e sulle regole base dell’esposizione solare.
    For Young: approfondimenti scientifici per le scuole superiori, inclusi moduli per indirizzi biomedici, che collegano la prevenzione alla ricerca oncologica avanzata.
  4. Dalla Teledidattica alla Consapevolezza Clinica
    L’alfabetizzazione digitale alla salute è correlata a una maggiore aderenza ai futuri protocolli di cura. Insegnare ai giovani a distinguere le fonti scientifiche certificate (come quelle fornite dall’Intergruppo Melanoma Italiano – IMI) dalle “fake news” sulla salute è un atto di prevenzione secondaria che durerà per tutta la loro vita adulta.

Quali sono i linguaggi più efficaci per comunicare questi contenuti?

Per comunicare temi complessi come la prevenzione ai giovani, non basta “trasmettere” informazioni; bisogna parlare la loro lingua. I linguaggi più efficaci oggi sono quelli che mescolano intrattenimento, interazione visiva e autenticità.
Sono tre i pilastri della comunicazione scientifica moderna per le nuove generazioni:

  1. “Visual” & “Gamification”
    I giovani elaborano le informazioni visive 60.000 volte più velocemente del testo.
    Video Brevi e Dinamici: L’uso di Reel, o brevi animazioni (motion graphics) permette di spiegare concetti come il danno al DNA causato dai raggi UV in pochi secondi, usando metafore visive.
    Gamification: Trasformare l’apprendimento in un gioco (quiz a premi, badge di competenza, simulazioni virtuali) aumenta il coinvolgimento. Se un ragazzo deve “proteggere” un avatar dai raggi solari in un gioco, memorizzerà le regole di prevenzione molto meglio che leggendo un manuale.
  2. Linguaggio “Peer-to-Peer” (Educazione tra pari)
    Il linguaggio accademico crea spesso distacco. Il linguaggio più potente è quello dei coetanei.
    Authentic Voice: Quando gli studenti delle scuole superiori creano contenuti per i propri coetanei, utilizzano uno slang e dei riferimenti culturali comuni che rendono il messaggio credibile.
    Influencer e Role Model: La collaborazione con creator digitali che godono di fiducia può “normalizzare” i controlli medici di prevenzione, rendendoli parte di una routine di benessere anziché un’imposizione medica.
  3. La Narrazione Emozionale (Storytelling)
    La scienza spiega il “come”, ma la narrazione spiega il “perché”.
    Testimonianze: Raccontare storie reali di giovani che hanno affrontato la malattia o che hanno cambiato le proprie abitudini dopo una diagnosi precoce attiva l’empatia.
    Metafore Semplificate: Sostituire il gergo clinico con analogie quotidiane. Ad esempio, paragonare la cute ad una “memoria digitale” che registra ogni scottatura solare fin dall’infanzia aiuta a comprendere l’effetto cumulativo dei danni UV.

Il melanoma è spesso percepito come un rischio lontano. Come si può superare questa sottovalutazione e trasformare la prevenzione in un’abitudine stabile, non legata solo alla stagione estiva?

Per superare la percezione del melanoma come un “rischio lontano” o esclusivamente “estivo”, è necessario scardinare l’idea che il danno solare sia un evento acuto (la scottatura) e sostituirla con il concetto di accumulo biologico.
Per trasformare la prevenzione in un’abitudine costante occorre tenere presente alcune strategie psicologiche e pratiche:

  1. Il Concetto di “Memoria della Pelle”
    Il linguaggio più efficace per i giovani è quello della tecnologia. La cute non è un involucro inerte, ma un “hard disk” che registra ogni esposizione non protetta.
    Danno Invisibile: Spiegare che i raggi UVA/UVB (responsabili dell’invecchiamento e dei tumori) sono presenti tutto l’anno, anche in caso di cielo nuvoloso o durante l’inverno.
    Effetto Accumulo: usare l’analogia del codice sorgente che viene scritto una sola volta: ogni scottatura è un glitch che corrompe il DNA. Anche se il “software” sembra funzionare, il sistema non fa mai il reset e accumula errori nel database profondo. Quando i file corrotti diventano troppi, il sistema va in crash totale: è lì che nasce il melanoma.
  2. De-stagionalizzare la Protezione (Skincare vs. Protezione Solare)
    La chiave è inserire la protezione solare nella propria routine quotidiana, non nel kit da spiaggia.
    Cosmetizzazione della Prevenzione: Promuovere filtri solari contenuti in creme idratanti o prodotti per il viso che i giovani usano abitualmente. Se la protezione diventa un gesto cosmetico, la costanza aumenta drasticamente.
    Protezione in Città: Focalizzare l’attenzione su momenti quotidiani: l’attesa del bus, l’attività sportiva all’aperto o la passeggiata in centro.
  3. Automonitoraggio: La Regola dell’ABCDE come “Check-up” Mensile
    Trasformare il controllo dei nei in un’abitudine di self-care, simile a quella che si ha per il fitness o l’alimentazione ed Insegnare a riconoscere i segnali d’allarme non come una diagnosi ansiogena, ma come una forma di consapevolezza del proprio corpo.
  4. Cambiamento del Modello Estetico
    Il mito della “tintarella a tutti i costi” come sinonimo di salute va sostituito.
    Cultura del “Glow” Naturale: Promuovere l’idea che la cute sana è quella protetta.
    Influencer Marketing: Coinvolgere icone di stile che mostrano l’uso della protezione solare anche in contesti non balneari (montagna, città, sport).

Infine, quali risultati concreti si aspetta da questo percorso nel medio periodo?

Dall’applicazione di questo percorso di teledidattica e dall’uso di linguaggi innovativi (come la metafora del “glitch” genetico), nel medio periodo (3-5 anni) ci si aspettano tre risultati concreti e misurabili:
• Aumento della “Alfabetizzazione sanitaria” Digitale: I giovani non saranno solo più informati, ma capaci di distinguere tra fonti scientifiche attendibili e fake news, diventando ambasciatori della prevenzione nelle proprie famiglie (trasmissione del sapere bottom-up).
• Cambio dei Comportamenti Solari: Una riduzione statisticamente significativa degli episodi di eritema solare nelle fasce 12-18 anni e un incremento dell’uso quotidiano di filtri solari, non più percepiti come “creme da spiaggia” ma come strumenti di protezione del proprio “sistema operativo“.
• Diagnosi Precoce e Consapevolezza: Un aumento delle visite dermatologiche preventive richieste spontaneamente dai giovani o dai loro genitori, grazie alla capacità di riconoscere i segnali d’allarme (regola ABCDE) prima che il “glitch” diventi un problema critico.
• Creazione di un Database di Peer-Education: Una library digitale di contenuti creati dagli studenti (video, meme, grafiche) che continui ad auto-alimentarsi, rendendo la prevenzione un tema culturale stabile e non una campagna isolata.


Esistono indicatori che possono misurare l’efficacia di un progetto educativo in termini di cambiamento dei comportamenti e riduzione del rischio?

Nel progetto Suntel (legato alla piattaforma “Il Sole per Amico for Young”), la tecnologia non è solo il mezzo, ma il metro di misura del cambiamento. E’ possbile misurare concretamente il successo di questo percorso attraverso alcuni indicatori:

  1. Indicatori di “Digital Engagement” (Processo)
    Essendo una piattaforma di teledidattica, il primo segnale di efficacia è la partecipazione attiva:
    • Tasso di completamento dei moduli: Quanti studenti terminano l’intero percorso formativo rispetto ai log-in iniziali.
    • Produzione di contenuti “Peer-to-Peer“: Il numero di video, meme o grafiche (come quella del “glitch”) caricati dai ragazzi. Questo misura quanto hanno interiorizzato il messaggio al punto da volerlo spiegare agli altri.
  2. Indicatori di Alfabetizzazione Sanitaria (Competenza)
    • Riduzione del “Gap di Conoscenza”: Confronto tra i risultati dei quiz iniziali e finali sulla piattaforma. Un successo del progetto Suntel si riflette in un incremento netto della comprensione di concetti come fototipo e indice UV.
    • Riconoscimento dei Segnali (Regola ABCDE): Test interattivi in cui gli studenti devono identificare lesioni sospette in un ambiente virtuale protetto, misurando la loro precisione diagnostica “teorica”.
  3. Indicatori Comportamentali e di Impatto (Risultato)
    • Effetto “Ambasciatore” in Famiglia: Questionari somministrati ai genitori per verificare se i figli hanno riportato a casa le buone pratiche, influenzando ad esempio l’acquisto di solari adeguati o la prenotazione di una mappatura dei nei per tutta la famiglia.
  4. Indicatori Clinici a Lungo Termine
    • Aumento degli Screening Giovanili: Monitoraggio statistico (in collaborazione con i centri dermatologici del SSN locali) per vedere se, nelle zone dove Suntel è attivo, aumentano le visite di controllo spontanee tra gli under 20.

Immagine di copertina realizzata con AI

Sisma: 73 milioni per edifici pubblici e scuole. Contributi ai privati: al via le domande

Con lo stanziamento di oltre 73 milioni per il capoluogo entra nel vivo una decisiva fase della ricostruzione post sisma 2022. L’ordinanza firmata dal Commissario Straordinario alla Ricostruzione segna il passaggio dalla gestione dell’emergenza alla pianificazione strutturata degli interventi pubblici e privati e con un impianto fondato su tempi certi, procedure semplificate e strumenti immediatamente operativi dedicati alle domande di contributo da parte dei privati per i quali è operativa la piattaforma Ge.Di.Si, lo strumento unico digitale per la gestione delle pratiche di ricostruzione privata, mentre i primi Documenti di Indirizzo alla Progettazione (DIP) relativi alla ricostruzione pubblica e agli edifici di culto sono già in fase di valutazione presso gli Uffici Speciali per la Ricostruzione.

Il terremoto aveva colpito in modo particolare le città di Ancona, Fano e Pesaro, lasciando ferite profonde nel tessuto urbano e sociale. Oggi, con l’avvio della nuova fase, si punta non soltanto alla riparazione dei danni, ma a un vero progetto di rinascita urbana.

Oltre 70 milioni per Ancona: scuole ed edifici pubblici

Sul fronte pubblico, Ancona ottiene un finanziamento di 73 milioni di euro destinato alla messa in sicurezza e al recupero di scuole ed edifici strategici. Più di 25 milioni saranno investiti negli istituti scolastici cittadini, con interventi di adeguamento sismico, ripristino funzionale e miglioramento complessivo della sicurezza.

Tra le strutture interessate figurano la scuola primaria Dante Alighieri (3,53 milioni di euro), la Don Milani (5,625 milioni), la secondaria di primo grado Marconi (4,905 milioni), la Podesti (3,5 milioni), la Donatello – blocchi C1 e C2 – (3,04 milioni), oltre agli interventi su Verne, XXIV Aprile e sull’Istituto Comprensivo Ancona Nord. Previsti lavori anche per l’Asilo Nido Isola di Elinor – Pollicino (980 mila euro), per l’edificio Ex-Disney (900 mila euro) e per la scuola M. Buonarroti (210 mila euro).

Le risorse interesseranno inoltre sedi istituzionali e immobili di grande valore storico e identitario: dal Palazzo del Popolo all’ex Mattatoio a Villa Almagià. Particolarmente rilevante è il completamento della Mole Vanvitelliana, oggetto di un intervento superiore ai 3,5 milioni di euro. Simbolo culturale della città, la Mole tornerà a essere uno dei poli centrali della vita artistica e sociale anconetana. Finanziamenti corposi sono previsti anche per il recupero dei cimiteri cittadini, da quello di Tavernelle a quelli frazionali.

Patrimonio storico e identità urbana

Accanto alle scuole, il piano dedica attenzione al patrimonio storico e culturale, con interventi mirati su edifici di grande valore. Tra questi, Palazzo degli Anziani (Sala Consiliare e Sala del Camino), Palazzo Malacari con il suo scalone centrale, Villa Beer (2,439 milioni per il miglioramento sismico), l’ex Convento di San Francesco – Sala Capitolare (713 mila euro), Porta Capoleoni, la sede della delegazione e l’arco storico di Paterno, l’ex Forno di Paterno e la Torre Campanaria della Prefettura. Si tratta di interventi che vanno oltre la semplice riparazione strutturale: l’obiettivo è coniugare sicurezza e valorizzazione, restituendo alla comunità spazi che rappresentano memoria e coesione sociale.

Importante anche il capitolo dedicato alla sicurezza e funzionalità degli impianti sportivi. Sono previsti la demolizione e ricostruzione della bocciofila di via Gioberti (1,15 milioni di euro), il ripristino dei danni al Palasport “F. Brasili” di Collemarino, interventi sulla palestra di via Ragnini e l’adeguamento sismico degli spogliatoi della palestra geodetica di Montesicuro (450 mila euro) e del campo di calcio di Vallemiano.

Ricostruzione privata: operativa la piattaforma Ge.Di.Si.

Accanto agli interventi pubblici, è già attiva la piattaforma digitale Ge.Di.Si., strumento unico per la gestione delle pratiche di ricostruzione privata. Professionisti e cittadini potranno presentare le istanze di contributo entro il 31 dicembre 2026 per una prima valutazione.

I beneficiari sono i nuclei familiari la cui abitazione principale sia stata distrutta o gravemente danneggiata e che abbiano manifestato la volontà di ricostruire. Il cronoprogramma stabilisce scadenze precise: entro il 31 marzo 2026 dovrà essere presentata la valutazione preventiva del livello operativo e la richiesta di autorizzazione al miglioramento; entro il 30 giugno 2026 andrà depositato il contratto di incarico al professionista presso l’Ufficio Speciale per la Ricostruzione; entro il 31 dicembre 2026 dovrà essere inoltrata la richiesta di contributo tramite piattaforma. Le modalità di concessione ed erogazione saranno definite con successivo decreto commissariale. La programmazione economica prevede uno stanziamento pluriennale significativo: 20 milioni di euro per il 2026, 90 milioni per il 2027 e 220 milioni per il 2028. Una copertura che garantisce continuità agli interventi e consente di pianificare con una prospettiva di medio-lungo termine, mettendo al centro la sicurezza, la qualità urbana e il futuro delle comunità colpite dal sisma.

IL PERSONAGGIO/ Chiara Malerba: il cinema-meraviglia, il Piano e la sala come esperienza collettiva

43 anni, laurea in Lettere, anconetana. Gestore di sale e prima ancora appassionata di cinema tanto da aver fatto della programmazione di cartelloni di autore un mestiere dopo un primo servizio civile all’Arci. Ma parlare di Chiara Malerba solo come esercente è riduttivo, dato che è diventata sinonimo vivente di selezione di film d’autore, punto di riferiemento dei cinefili, deus ex machina del cartellone estivo al Lazzaretto, animatore culturale. Fino ad arrivare al centro di un commovente crowdfunding , che ha coinvolto tante persone di Ancona e non solo, per non fare spegnere le luci all’Italia di corso Carlo Alberto.

Una volta hai detto che il cinema è stato da sempre il tuo “paese dei balocchi”: lo è ancora? Hai in mente questa dimensione quando costruisci un cartellone?

Sì, lo è ancora. Il cinema per me è sempre stato un luogo di meraviglia, di scoperta, quasi di sospensione dalla realtà. Quando ero ragazzina entravo in sala con la stessa curiosità con cui si entra in un mondo parallelo. Oggi quella magia non è scomparsa, si è trasformata: è diventata anche responsabilità. Quando costruisco un “cartellone” penso proprio a questo, a creare uno spazio dove chi entra possa sentirsi accolto, incuriosito, magari anche un po’ spiazzato. In fin dei conti il “paese dei balocchi” non è solo evasione: è un luogo dove si cresce.

Come nasce una programmazione? Qual è la ricetta per bilanciare produzioni commerciali e offerta culturale?

La programmazione nasce dall’incrocio tra diversi fattori: le uscite nazionali, la disponibilità dei film, i costi di distribuzione, le esigenze economiche della sala. Non esiste una formula matematica, ma esiste un equilibrio delicato. Programmare significa certo conoscere il pubblico, ma anche provare a guidarlo. Le produzioni commerciali sono importanti perché tengono viva la sala, ma accanto a quelle c’è il desiderio di proporre film che non troverebbero spazio altrove. È un dialogo continuo tra sostenibilità economica e identità culturale. Bisogna ascoltare molto, creare relazioni, osservare le reazioni, ma anche avere il coraggio di proporre qualcosa che all’inizio sembra “difficile”. Spesso il pubblico sorprende.

Se uno spettatore vuole vedere il film iraniano, la prova di un regista coreano, una pellicola particolare, è quasi scontato che pensi all’Azzurro o all’Italia. Cosa significa proporre questa selezione cinematografica ad Ancona? Che pubblico c’è qui da noi?

Proporre cinema d’autore ad Ancona significa credere che anche in una città di provincia ci sia una comunità curiosa, attenta, desiderosa di sguardi diversi. Il pubblico c’è, ed è fedele. Non è enorme, ma è appassionato. C’è chi viene da anni, chi aspetta il film “particolare”, chi si fida della selezione. Questo crea un rapporto molto bello, quasi di complicità. Una sala indipendente non è un luogo neutro dove i titoli si susseguono in modo impersonale. Ogni scelta contribuisce a definire un’identità e, nel tempo, a creare un rapporto di fiducia con chi partecipa. Quando uno spettatore decide di vedere un film all’Azzurro o all’Italia non sta scegliendo soltanto un orario o una poltrona: sta affidandosi a una linea editoriale. In questo senso la sala non è solo uno spazio di consumo culturale, ma un luogo in cui si forma una comunità di sguardi. E questa continuità è ciò che rende un cinema qualcosa di più di uno schermo acceso.

Come si è evoluto questo pubblico nel tempo?

Negli anni il pubblico è cambiato, come è cambiato il modo di fruire il cinema. È diventato più selettivo. Il cambiamento più evidente riguarda le abitudini. In passato il cinema era più spesso una consuetudine settimanale; oggi è una scelta più mirata. Si esce per un film preciso, magari dopo aver letto recensioni o visto trailer. Però noto anche un bisogno crescente di esperienze condivise. Dopo il periodo della pandemia, ad esempio, molte persone hanno riscoperto il valore dello stare insieme in sala.

E i giovani? Quanto pesano le piattaforme? I film su Netflix fanno perdere pubblico e funzione sociale alle sale?

Le piattaforme hanno cambiato le abitudini, è innegabile. Netflix e le altre offrono una comodità enorme. Ma l’esperienza in sala è un’altra cosa: è concentrazione, è buio condiviso, è reazione collettiva. I giovani vivono molto la dimensione privata, ma quando riesci a coinvolgerli – con rassegne, incontri, eventi – rispondono. Non credo che le piattaforme tolgano funzione sociale alle sale: le mettono alla prova, le obbligano a rafforzare la propria identità. Una sala oggi non può limitarsi a programmare film; deve costruire occasioni. Incontri con autori, rassegne tematiche, collaborazioni con scuole e associazioni, momenti di discussione. Deve diventare uno spazio riconoscibile nella vita culturale della città. Se riesce a fare questo, la sala non perde funzione sociale, anzi la rende più evidente. Non è più solo un luogo di consumo culturale, ma un punto di aggregazione, un presidio. In un’epoca di visioni solitarie, il valore aggiunto diventa proprio la possibilità di condividere uno sguardo.

Domanda d’obbligo: il tuo film del cuore?

È una domanda difficilissima. Potrei citarne molti, ma se devo sceglierne uno che mi accompagna da sempre direi Nuovo Cinema Paradiso. Forse è inevitabile, facendo questo mestiere. Racconta l’amore per la sala come luogo di formazione sentimentale e collettiva. Ogni volta che lo rivedo mi ricorda perché ho scelto questo lavoro.

Perché il cinema? Cosa ti colpisce e ti appassiona di questo genere di espressione? Chi, ad esempio, ama leggere talvolta non ritrova il senso che scopre nelle pagine in una trasposizione cinematografica, ma è anche vero il contrario, che “come lo dice” il cinema non ha eguali…

Il cinema ha una potenza unica: mette insieme immagini, parole, musica, silenzi. È un linguaggio completo. Amo molto la letteratura, perché ti permette di entrare dentro la mente di un personaggio, di esplorare sfumature di pensiero e interiorità. Il cinema, però, ha una forza diversa, più immediata e quasi fisica: agisce sui sensi in modo diretto, combinando immagine, suono, ritmo e movimento. Un solo sguardo, una luce particolare, un’inquadratura ben pensata possono comunicare emozioni complesse che a volte servirebbero pagine e pagine per descrivere. Questa immediatezza non è superficiale, anzi: è una forma di comunicazione che tocca direttamente la percezione dello spettatore e lo coinvolge in modo totale. E quando accade questo, quell’esperienza diventa collettiva. Non importa se le persone in sala sono sconosciute tra loro: reagiscono insieme, ridono, trattengono il respiro, si commuovono. In quel momento si crea una memoria condivisa, un piccolo patrimonio comune che resta anche dopo l’uscita. Per me, questa è la potenza del cinema e della sala cinematografica: non solo raccontare una storia, ma generare un’esperienza che unisce individui diversi, trasformando la visione in un gesto sociale, un modo di incontrarsi e sentirsi parte di qualcosa di più grande.

Una delle sale che gestisci sta nel cuore di un quartiere complesso. Alcuni hanno definito la sua salvaguardia l’inizio del riscatto: che rapporto hai con il Piano?

Il quartiere Piano San Lazzaro per noi ha un valore speciale: è uno storico pezzo della città e allo stesso tempo una sfida. Mantenere un presidio culturale qui, con l’insegna accesa del Cinema Italia, significa lavorare ogni giorno per cambiare la narrativa del quartiere. Spesso le cronache locali lo raccontano solo per problemi o criticità, mentre noi vogliamo valorizzare ciò che di positivo c’è: la comunità, le energie locali, le storie di collaborazione. La nostra missione è creare socialità e comunità attraverso la cultura, e per questo ci apriamo sempre più alle forze del quartiere, dai comitati territoriali alle assemblee locali, ospitandole quando possibile e raccontando insieme questo spazio in modo diverso. È una sfida dentro la sfida, ma anche un’opportunità per fare cultura radicata e condivisa

Barbara Ulisse

Ancona misura l’impatto delle sue scelte sui giovani


Cosa succederebbe se un’Amministrazione pubblica, prima di prendere una decisione, si chiedesse quali effetti produrrà tra dieci o vent’anni sui ragazzi di oggi?

Questa domanda ad Ancona avrà presto una risposta concreta perché in questi giorni ha preso avvio l’iter che porterà il Comune a integrare in modo stabile nella propria programmazione la Valutazione di Impatto Generazionale (VIG), uno strumento pensato per misurare in via preventiva gli effetti delle scelte pubbliche sui giovani tra i 14 e i 35 anni e, più in generale, sulle opportunità future della città.

Il tema non nasce ora. Nelle scorse settimane il Consiglio comunale aveva discusso una mozione sulla valutazione di impatto generazionale, approvandola. Con il via libera della Giunta su proposta dell’assessore alle Politiche Giovanili Marco Battino si entra ora nella fase operativa: una delibera avvia la sperimentazione della VIG e definisce gli indirizzi per la sua integrazione nel Documento Unico di Programmazione, l’atto che ogni anno stabilisce priorità strategiche, investimenti pubblici e indirizzi di governo. Il percorso si muove in coerenza con le Linee guida di ANCI e punta a trasformare un principio in prassi amministrativa.

La VIG diventa così parte della programmazione comunale, collegando in modo diretto politiche giovanili, sviluppo sostenibile ed equità intergenerazionale alle scelte di bilancio. In questo modo, le decisioni economiche e strategiche dell’ente saranno valutate anche in base agli effetti prodotti sulle nuove generazioni.

Il metodo si fonda su indicatori misurabili: occupazione giovanile, numero di NEET (non inseriti in percorsi di istruzione, lavoro o formazione), accesso alla formazione, condizioni dell’abitare, mobilità urbana, qualità ambientale, accesso ai servizi. Attraverso questi dati sarà possibile stimare in modo oggettivo l’impatto delle politiche pubbliche sulla condizione dei giovani e sull’equilibrio nel medio e lungo periodo.

Accanto agli indicatori quantitativi saranno applicati criteri di misurazione espliciti: la decisione amplia le opportunità di lavoro e di autonomia per le nuove generazioni? Riduce i divari territoriali e sociali? Rafforza la sostenibilità ambientale? Garantisce un equilibrio tra costi immediati e benefici nel tempo? Ogni intervento rilevante sarà accompagnato da una relazione sintetica che descriva impatti diretti e indiretti, rendendo trasparente il legame tra spesa pubblica e risultati attesi.

La delibera prevede che l’introduzione della VIG avvenga con il supporto metodologico di ANCI e l’affiancamento dell’Associazione nazionale dei Comuni comincerà a breve. Il raccordo con l’Università Politecnica delle Marche contribuirà alla definizione e all’analisi degli indicatori, rafforzando la base scientifica delle valutazioni.

L’iniziativa è stata presentata dal sindaco Daniele Silvetti a Roma, come elemento qualificante della politica dell’Amministrazione, nel giorno in cui è stato illustrato al Ministero il dossier per la candidatura di Ancona a Capitale italiana della Cultura 2028. In quella sede il primo cittadino ha sottolineato la scelta di rendere strutturale la valutazione dell’impatto generazionale all’interno della programmazione economica e strategica dell’ente. «Vogliamo trattenere i nostri giovani talenti e attrarne altri, investire sul loro futuro, costruendo una città viva e dinamica, creativa. Per questo abbiamo deciso in Consiglio comunale che il Documento Unico di Programmazione sarà adottato valutando ex ante l’impatto economico, sociale e ambientale delle nostre politiche sulle nuove generazioni, usando gli indicatori della VIG, valutazione di impatto generazionale approvata in Consiglio e Giunta», ha dichiarato il sindaco.

Sulla stessa linea l’assessore Marco Battino: «Fino ad oggi la valutazione di impatto generazionale è rimasta spesso un tema da convegno. Oggi la portiamo dentro gli atti del Comune. Rispondiamo a quanto richiesto dall’Unione Europea con lo Youth Check e ci collochiamo tra i primi Comuni in Italia ad applicare questo metodo in modo strutturale. Ogni politica che verrà messa in campo e ogni decisione amministrativa dovranno considerare le conseguenze nel tempo. Le scelte di oggi producono effetti domani, e vogliamo misurarli».

La Valutazione di Impatto Generazionale entrerà progressivamente nel DUP, collegando obiettivi, risorse e risultati riferiti ai giovani della città. Il sistema di monitoraggio sarà affidato al Nucleo di Valutazione, che seguirà nel tempo l’effettiva integrazione dello strumento nella programmazione comunale e ne verificherà l’applicazione concreta. Se la sperimentazione darà esiti coerenti con gli obiettivi dichiarati, la VIG diventerà un passaggio ordinario nelle scelte amministrative, rendendo strutturale un approccio che mette al centro le conseguenze delle decisioni pubbliche sulle generazioni future.

Tiziano, Lotto e l’AI: confronti ravvicinati in Pinacoteca


Dal 14 febbraio la Pinacoteca Civica Francesco Podesti di Ancona si è trasformata in un laboratorio aperto sul Rinascimento. La città ha accolto due prestiti di grande rilievo e li ha messi al centro di due mostre studio pensate per far vedere da vicino, con calma e in modo comparativo, come lavoravano due protagonisti assoluti del Cinquecento: Tiziano Vecellio e Lorenzo Lotto.

Tiziano 1520: opere a confronto

La mostra studio “Tiziano 1520. La Pala Gozzi di Ancona e l’Annunciazione del Duomo di Treviso” nasce da una circostanza concreta: la Pala Gozzi, uno dei capisaldi della produzione giovanile dell’artista e della pittura veneta del primo Cinquecento, ha raggiunto Pieve di Cadore per la rassegna “Tiziano e il Paesaggio. Dal Cadore alla Laguna: la Pala Gozzi e la Sommersione del faraone”, inserita nel programma dell’Olimpiade Culturale legata ai Giochi Invernali Milano-Cortina 2026 e nelle celebrazioni per i 450 anni dalla morte dell’artista nella sua terra natale. Nella sala espositiva la pala è accompagnata da una riproduzione digitalizzata in scala 1:1, realizzata dagli esperti dell’Università Politecnica delle Marche, che consente di ricostruire con precisione dimensionale e scientifica il rapporto con l’opera e il contesto di provenienza.

La Pinacoteca Civica Francesco Podesti ha colto questa occasione di prestito per costruire ad Ancona un percorso di studio fondato sul confronto tra opere coeve, proponendo un dialogo critico che valorizza la fase giovanile di Tiziano e rafforza la lettura storico-artistica del 1520 come anno chiave della sua produzione. Ad Ancona è arrivata infatti, in cambio, l’Annunciazione Malchiostro, firmata da Tiziano Vecellio e coeva della pala Gozzi, proveniente dalla Cappella Malchiostro del Duomo di Treviso. In origine quell’opera si osserva da una posizione più distante, legata alla collocazione nella cappella e alle condizioni di fruizione del luogo. In Pinacoteca, invece, la tavola si offre a uno sguardo ravvicinato che cambia la percezione: emergono i dettagli, si leggono meglio i rapporti tra figure e spazio, si apprezza la regia della luce. È un vantaggio raro per chi vuole capire davvero come Tiziano costruisce la scena. Il dipinto del 1520 mostra una scelta iconografica di grande modernità. La Vergine occupa il primo piano e si rivolge verso lo spettatore; l’arcangelo Gabriele arretra lungo una diagonale che apre lo spazio; al centro, sullo sfondo, compare inginocchiato il committente Broccardo Malchiostro, plenipotenziario del vescovo-umanista Bernardo de Rossi, ricordato anche dall’iscrizione sulla tavola. La composizione racconta un momento chiave della ricerca tizianesca: un’Annunciazione che si allontana dalle formule più consuete e imprime alla scena una forza nuova, capace di influenzare altri artisti, compreso Lorenzo Lotto.

L’Annunciazione Malchiostro descritta da don Paolo Barbisan, Direttore Ufficio Arte Sacra e Beni Culturali Diocesi di Treviso, incaricato Beni Culturali ed Edilizia di Culto Conferenza Episcopale Triveneta

La collaborazione che ha reso possibile l’arrivo dell’Annunciazione Malchiostro coinvolge il Comune di Ancona, la Magnifica Comunità di Cadore, il Comune di Pieve di Cadore, la Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore e la Diocesi di Treviso, con il coordinamento organizzativo di Villaggio Globale International, il sostegno di DBA Group e la collaborazione di Ministero della Cultura e delle Soprintendenze competenti. Sullo sfondo, un altro elemento rilevante: la movimentazione del dipinto trevigiano si collega ai lavori di restauro della Cappella Malchiostro, finanziati da Save Venice, che ha sostenuto anche il restauro dell’opera di Tiziano. Il prestito si inserisce quindi in un circuito virtuoso di tutela e scambio culturale tra istituzioni.

Il percorso dedicato a Tiziano prevede un passaggio importante nei prossimi mesi. Per Pasqua 2026 la Pala Gozzi tornerà ad Ancona e sarà esposta per la prima volta insieme all’Annunciazione Malchiostro e alla Crocifissione di Tiziano. Tra aprile e giugno è previsto anche un ciclo di conferenze con studiosi tra i più autorevoli, realizzato in collaborazione con la Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore, per accompagnare il pubblico dentro i temi della ricerca e del confronto tra le opere.

In mostra il gemello digitale della Pala Gozzi

In attesa del rientro della Pala Gozzi, accanto al prestito trevigiano, la Pinacoteca ha inserito un elemento che rende questa mostra studio ancora più attuale: la copia perfetta in scala 1:1 della Pala Gozzi, ottenuta dal gemello digitale realizzato dal laboratorio mAIndh (Mindful Artificial Intelligence for Digital Heritage), il Laboratorio di Intelligenza Artificiale per i Beni Culturali dell’Università Politecnica delle Marche diretto dal prof. Paolo Clini. Il digitale entra dunque in questo contesto artistico come strumento di conoscenza: il pubblico può vedere un’opera ricostruita con precisione a partire da un modello digitale e, al contempo, questa tecnologia sostiene lo studio e la continuità dell’esperienza museale anche quando, come in questo caso, un capolavoro si sposta per una mostra. Come spiegato dal professor Clini, grazie alla digitalizzazione è possibile ora visionare e studiare nel retro dell’opera una serie di disegni preparatori dell’artista. “Si tratta – spiega Clini – di una riproduzione perfettamente identica all’originale, al punto da risultare indistinguibile a occhio nudo, un unicum nel panorama nazionale per qualità e definizione”. La copia esposta in Pinacoteca nasce da un modello digitale di 11 miliardi di pixel, con una risoluzione di 800 mila per 30 mila pixel, capace di restituire dettagli invisibili anche dal vivo. “Questa operazione – commenta ancora il professore – rappresenta un vero capolavoro digitale e apre conseguenze rilevanti sul piano pratico e culturale. La digitalizzazione, oggi potenziata dall’intelligenza artificiale, non solo consente una visione estremamente fedele dell’opera, ma permette di esplorarne aspetti nascosti, ampliando le possibilità di studio, fruizione e circolazione del patrimonio. È un passaggio che può trasformare profondamente il modo in cui l’arte diventa bene comune”. Il valore aggiunto sta proprio in questo doppio livello: da una parte l’osservazione ravvicinata di un’opera di Tiziano che, nella sede originaria, richiede uno sguardo più distante; dall’altra la possibilità di misurare sul campo l’apporto delle nuove tecnologie alla lettura dell’arte.

Dai Musei Capitolini il ritratto del Balestriere di Lorenzo Lotto

L’altra importante mostra studio della Pinacoteca è quella dedicata a Lorenzo Lotto: “Un volto per la città. Il Mastro Batista balestrier de la Rocha Contrada”, dove la Rocha Contrada è l’antico nome della città di Arcevia (poi modificato nel nome attuale nel 1817 da papa Pio VII). Il ritratto del Balestriere, in prestito dai Musei Capitolini di Roma fino al 16 aprile 2026, entra naturalmente in dialogo con la Pala dell’Alabarda, già nella collezione permanente. Il ritratto è uno dei vertici della ritrattistica lottesca: il volto emerge dalla penombra con una verità intensa, la balestra diventa segno di funzione civile, la luce restituisce un’identità complessa in equilibrio tra dignità e fragilità. La mostra è promossa dal Comune di Ancona con la Sovrintendenza Capitolina e i Musei Capitolini e con il supporto di Regione Marche, Estra, Viva Servizi e Viva Energia.

Una costellazione di mostre per i visitatori

In contemporanea, la Pinacoteca ospita fino al 15 marzo 2026 “Carlo Maratti e l’incisione” e fino al 4 maggio 2026 “Umberto Grati – Spin Off”. Il risultato di questo programma è una proposta ricca, che si affianca al corpus stabile delle opere e accompagna il percorso della candidatura di Ancona a Capitale italiana della cultura 2028.

Per visitare la Pinacoteca

Per informazioni: 0712226625-6626, pinacoteca@comune.ancona.it