Dal passato al 2028: il Museo del Risorgimento restituisce memoria alla città


Di Claudio Bruschi, studioso e divulgatore di storia locale

Tra le varie offerte culturali che la città potrà offrire durante l’anno in cui sarà Capitale della Cultura Italiana, c’è una piccola “chicca” che è ancora poco conosciuta agli anconetani stessi. Si tratta del “Museo Civico del Risorgimento” che si trova in piazza Benvenuto Stracca presso la sede della Deputazione di Storia Patria per le Marche. Il Museo raccoglie cimeli e documenti di quel periodo passato alla storia come “Risorgimento”. Vi si può ammirare la penna con cui Vittorio Emanuele II firmò, da villa Colonnelli a Posatora, il “Proclama ai Popoli Meridionali” nel settembre 1860, la casacca rossa di Augusto Elia, ferito a Calatafimi per fare scudo a Garibaldi, manifesti, divise ed altro ancora. Una serie di pannelli illustra le vicende che hanno coinvolto Ancona in quell’eroico periodo. Allestito con cura da Palermo Giangiacomi, commediografo, storico, scrittore amante della sua Ancona, il Museo fu inaugurato il 4 novembre 1919, un anno esatto dopo la fine della Prima Guerra Mondiale (o 4° guerra d’Indipendenza), presso alcuni locali del Palazzo di Giustizia in corso Mazzini. Passato non indenne attraverso le vicissitudini della Seconda Guerra Mondiale e del terremoto del 1972, era stato confinato in alcune casse depositate in luoghi insalubri. Finalmente, nel 2023, quanto ancora rimasto, ha trovato degna collocazione nei locali della Deputazione che se ne è presa carico per restituire ai cittadini anconetani la fruibilità di un bene per troppo tempo rimasto inutilizzato. Inoltre, da quando è stato riallestito, il Museo si è anche arricchito di nuove dotazioni quali alcuni busti di personaggi risorgimentali opera di famosi scultori locali (Morelli, Castellani, Blasi, Emendabili) di proprietà della Provincia di Ancona e ivi depositati e di altro materiale pervenuto da singoli cittadini. Adesso l’auspicio è che gli Anconetani facciano loro questo patrimonio andandolo a visitare per rendersi conto di quanto sia stata complessa e gloriosa la storia della loro città in quei turbolenti anni.

(www.deputazionemarche.it)

Polacchi e Polacche. Storia del dolce più famoso della città

Il 18 luglio 1944 le truppe alleate entrarono in una Ancona semidistrutta a causa dei 178 bombardamenti aerei, navali e terrestri che l’avevano colpita; il lungo periodo dell’occupazione nazi-fascista era finito.

Le avanguardie del II Corpo d’Armata polacco, inquadrato nell’VIII Corpo d’Armata Britannico, entrarono ad Ancona attraverso Porta Santo Stefano e presero possesso della città per il quale avevano combattuto una dura battaglia iniziata il 1° luglio con gli aspri combattimenti di Filottrano e che era proseguita nelle campagne di Osimo e Offagna nell’arco di altri 18 giorni. Appena arrivate, le truppe alleate si prodigarono per riattivare la funzionalità del porto che consideravano vitale per l’approvvigionamento logistico delle truppe alleate che combattevano lungo la linea Gotica, linea difensiva tedesca che andava da Rimini a La Spezia.

I militari inglesi e polacchi si acquartierarono in città e presero possesso delle infrastrutture militari ancora funzionanti. Per sostenere un esercito così numeroso, c’era necessità di approvvigionarla quotidianamente di cibo e quindi furono messi in funzione i forni per il pane che si trovavano presso il “magazzino artiglieria”. Si trattava di un vecchio “panificio militare” costruito nel periodo 1862/63, tra le via Palestro e San Martino dove, ora che sono stati demoliti, si estende piazza Pertini.

La gestione del panificio fu data ai militari polacchi che lo resero perfettamente funzionante iniziando a sfornare quel pane bianco che ormai mancava da tanto tempo sulle tavole degli anconetani. Oltre al pane, i militari iniziarono a fare alcuni dolci tipici della Polonia tra cui i Drozdzowe dogaliki, una specie di brioches lievitate che prendevano origine da un dolce austriaco. In Italia, a parte alcune zone del Veneto che avevano più frequenti contatti con l’Austria, le brioches erano ancora sconosciute così che, quando si trattò di dare a questi dolci un nome italiano, gli anconetani li chiamarono “polacche”. Ancora oggi il nome è rimasto e indica un tipo di cornetto caratterizzato da una glassa superficiale e da un modesto ripieno di pasta di mandorle che lo rende assolutamente gustoso per la prima colazione.

Sergio Sparapani

Prevenzione tutto l’anno: la campagna contro il melanoma e il suo decalogo

La prevenzione entra in aula e coinvolge direttamente gli studenti. Ha preso il via al Liceo scientifico Savoia il progetto nazionale SUNTEL (SUN & Telematic Learning), percorso di teledidattica e peer education rivolto alle scuole secondarie di secondo grado per promuovere la prevenzione dei tumori cutanei e un’esposizione solare consapevole. L’iniziativa, che apre l’anno scolastico 2025-2026, vede l’adesione del Comune di Ancona con l’assessore Antonella Andreoli, presente all’incontro inaugurale, che ha espresso soddisfazione per questa “campagna di prevenzione concreta, che parla ai giovani con strumenti adeguati e che quindi è un importante investimento educativo sulla salute dei ragazzi. La dirigente scolastica Maria Alessandra Bertini ha sottolineato il valore civico del progetto, inserito nei percorsi di educazione alla salute e cittadinanza attiva, con gli studenti chiamati a diventare protagonisti nella diffusione della cultura della prevenzione.

Ne parliamo con la professoressa Anna Campanati, Unità Operativa di Dermatologia, Dipartimento di Scienze Cliniche e Molecolari dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria delle Marche, Università Politecnica delle Marche, intervenuta al primo incontro per approfondire il valore scientifico e l’impatto di queste iniziative sulle giovani generazioni. Dall’intervista emerge un vademecum chiaro e operativo per la prevenzione, articolato in un utile decalogo di comportamenti concreti.


Qual è oggi la diffusione del melanoma in Italia e nelle Marche, e quali sono i motivi di questa incidenza in costante aumento?

Oggi il melanoma è considerato una delle sfide più rilevanti in Italia, con una diffusione che ha registrato un’accelerazione significativa negli ultimi due anni. Il quadro aggiornato al 2025 basato sui dati AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e AIRTUM (Associazione Italiana Registri Tumori), ci restituisce una situazione attuale che vede numeri in netta crescita, ma con una prognosi sempre più favorevole, grazie ai progressi terapeutici ed all’aumento delle diagnosi precoci.
In Italia L’incidenza del melanoma (ovvero le nuove diagnosi) nel 2025 è stata pari a 17.000 nuovi casi all’anno, un balzo considerevole rispetto ai 12.700 del 2023 (+30% circa). Tra gli under 50, il melanoma è il terzo tumore più comune per gli uomini e il secondo per le donne; un dato critico, poiché colpisce individui nel pieno della propria maturità professionale e relazionale.
Nella regione Marche i nuovi casi di melanoma, diagnosticati presso i centri dermatologici del SSN, nell’anno 2025, sono stati 750 circa. La regione Marche, come gran parte del Centro-Nord, presenta tassi di incidenza superiori rispetto al Sud Italia. Questo è dovuto sia a fattori genetici (maggiore presenza di fenotipi a cute chiara) sia a una rete di screening e registrazione dei dati storicamente più capillare. Si possono individuare tre ragioni principali per questa “epidemia” di diagnosi di melanoma:
• Cambiamento degli stili di vita: L’esposizione solare è diventata “intermittente e intensa” (week-end al mare, lampade abbronzanti, vacanze invernali al sole). Questo tipo di esposizione, che causa scottature acute, soprattutto in età pediatrica e adolescenziale, è il principale fattore di rischio per il melanoma.
• Migliore capacità diagnostica: Oggi la capacità diagnostica è notevolmente migliorata per il melanoma. La diffusione della “mappatura dei nei” e l’incremento al ricorso di tecniche diagnostiche di imaging sempre più sofisticate (epiluminescenza, “total body map”) permettono di individuare lesioni piccolissime che un tempo sarebbero passate inosservate o diagnosticate solo in stadi avanzati.
• Invecchiamento della popolazione: Come per quasi tutte le patologie oncologiche, l’aumento dell’aspettativa di vita porta statisticamente a un maggior numero di casi registrati, poiché i danni da raggi UV sono cumulativi nel tempo.


L’età giovanile rappresenta un momento particolarmente delicato rispetto ai fattori di rischio legati all’esposizione solare?

Assolutamente sì. L’età giovanile (infanzia e adolescenza) è considerata come il periodo critico che determina gran parte del rischio di sviluppare un melanoma in età adulta. Il motivo non è solo comportamentale, ma essenzialmente biologico. l’esposizione al sole tra gli 0 e i 20 anni è così determinante per 4 motivi:

  1. La cute ha una “memoria biologica”. Il danno al DNA indotto dai raggi UV (in particolare gli UVA e UVB) è cumulativo.
  2. L’effetto delle “scottature acute”. Anche solo due o tre scottature solari gravi (con formazione di eritemi dolorosi o vescicole) prima dei 20 anni possono raddoppiare il rischio di melanoma nel corso della vita.
  3. La vulnerabilità del sistema immunitario cutaneo. Nei primi anni di vita, i meccanismi di riparazione del DNA e le difese immunitarie della cute non sono ancora pienamente sviluppati. La produzione di melanina (il nostro filtro naturale) è meno efficiente, rendendo i giovani più vulnerabili all’azione dei raggi UV.
  4. Il legame con i Nei (Nevi). L’esposizione solare eccessiva durante l’infanzia favorisce la comparsa di un numero elevato di nei. Statisticamente, avere più di 50-100 nei sul corpo è uno dei principali fattori di rischio clinici per il melanoma.
    In sintesi: Proteggere un bambino oggi con creme ad alta protezione (SPF 50+), magliette tecniche e cappellini rappresenta una vera e propria assicurazione sanitaria contro il melanoma per i suoi prossimi 50 anni.

Entrando nel merito della prevenzione primaria, quali sono i comportamenti più corretti che un adolescente dovrebbe adottare durante l’esposizione al sole?

Quando parliamo di adolescenti, la prevenzione primaria è una sfida: bisogna conciliare il desiderio di abbronzatura (spesso legato a canoni estetici sociali) con la protezione biologica. Ecco sinteticamente i comportamenti corretti che un adolescente dovrebbe adottare (fig. 1) :

  1. La Regola delle “Ore d’Oro”
    Evitare l’esposizione diretta tra le 11:00 e le 16:00. In questa fascia oraria i raggi UVA/B (i principali responsabili delle scottature e del danno al DNA) sono al loro picco di intensità.
    • Un trucco pratico: Guarda la tua ombra. Se è più corta di te, il sole è troppo alto e pericoloso; meglio stare sotto l’ombrellone o al chiuso.
  2. Fotoprotezione Dinamica (Creme Solari)
    Non basta “mettersi la crema” una volta al mattino. La protezione deve essere: alta (SPF 50+): Indispensabile per i fototipi chiari, ma raccomandata a tutti nelle prime esposizioni; generosa: spesso se ne usa troppo poca. Serve circa il palmo di una mano per tutto il corpo; frequente: va riapplicata ogni 2 ore e sempre dopo ogni bagno o se si suda molto (anche se la crema è dichiarata “water resistant“).
    • Un trucco pratico: La regola dell’”unità polpastrello”. In termini di superficie, 1 “Unità Polpastrello” (una striscia di crema che va dall’ultima piega del dito indice fino alla punta) è adeguata a proteggere un’area corrispondente a circa 2 palmi di una mano (comprese le dita).
  3. Protezione Fisica: Oltre la Crema.
    La crema solare non è uno “scudo totale” che permette di stare al sole all’infinito. La protezione migliore rimane quella fisica:
    • Indumenti: T-shirt, cappellino con visiera e occhiali da sole con filtri UV a norma CE (per proteggere anche la delicata zona oculare e perioculare).
    • Ombra: Ricordarsi che l’ombrellone non scherma il 100% dei raggi (passano per riflesso dalla sabbia), ma riduce drasticamente l’irraggiamento diretto.
  4. No alle Lampade Abbronzanti.
    Questo rappresenta un punto più critico per gli adolescenti. L’uso di lettini o docce solari prima dei 30 anni aumenta il rischio di melanoma del 75%.
    • Nota bene: In Italia, per legge, l’uso dei solarium è vietato ai minori di 18 anni, proprio a causa dell’altissima suscettibilità della loro cute ai danni oncogeni.
  5. Attenzione ai “Falsi Amici”
    • Il cielo nuvoloso: Le nuvole filtrano la luce ma non i raggi UV. Ci si può scottare gravemente anche con il cielo coperto.
    • Il vento e l’acqua: La sensazione di fresco sulla cute maschera il calore del sole, portando a esporsi più a lungo del dovuto senza accorgersi dell’eritema in corso.

Quali sono invece gli errori più frequenti che riscontrate nella pratica clinica?

Nella pratica clinica, il divario tra ciò che le persone pensano di fare e ciò che la loro cute subisce realmente è molto ampio. Gli errori più frequenti che riscontriamo non riguardano solo la dimenticanza della crema, ma veri e propri errori metodologici.
Ecco i “falsi miti” e gli sbagli più comuni:

  1. La “Sindrome del Primo Giorno”
    Molti pazienti riportanio ustioni solari dopo il primo weekend di sole.
    • L’errore: Esporsi per 6-8 ore consecutive il primo giorno di vacanza pensando che una singola applicazione di SPF 50 sia uno scudo indistruttibile.
    • La realtà: La cute ha bisogno di un adattamento graduale. La crema solare non è una licenza per restare al sole illimitatamente, ma uno strumento per ridurre il danno durante un’esposizione controllata.
  2. Il Sotto-dosaggio (L’errore del “Tubetto Eterno”)
    È l’errore più diffuso in assoluto. Un tubetto di crema da 200 ml, se usato correttamente per tutto il corpo, dovrebbe durare al massimo 1 settimana per una persona adulta.
    • L’errore: Far durare lo stesso flacone per due o tre estati consecutive.
    • La conseguenza: Se applichi poca crema, l’SPF 50 si abbassa notevolmente.
  3. Dimenticare le “Zone Ombra”
    Esistono aree del corpo che regolarmente sfuggono alla protezione e che sono spesso sede di ustioni solari
    • Le orecchie (soprattutto negli uomini o in chi ha i capelli corti).
    • Il dorso dei piedi e le dita dei piedi.
    • Il cuoio capelluto (specialmente in presenza di calvizie o diradamento).
    • Il retro delle ginocchia e l’incavo ascellare.
  4. Il tranello del “Water Resistant”
    • L’errore: Pensare che se la crema è resistente all’acqua, rimanga sulla cute dopo il bagno.
    • La realtà: La dicitura indica che la crema mantiene l’efficacia mentre sei in acqua. Tuttavia, l’atto di asciugarsi con l’asciugamano rimuove meccanicamente l’80% del prodotto. La crema va riapplicata tassativamente dopo ogni bagno.
  5. Il Paradosso dell’Ombra e delle Nuvole
    • L’errore: Non mettersi la crema perché “è nuvoloso” o “sto tutto il tempo sotto l’ombrellone”.
    • La realtà: La sabbia riflette fino al 25% dei raggi UV e l’acqua il 10%. Anche sotto l’ombrellone, ricevi una dose significativa di radiazioni indirette. Le nuvole, invece, lasciano passare fino all’80% dei raggi UV, eliminando però la sensazione di calore (infrarossi), rendendo l’ustione paradossalmente più probabile perché non si avverte il “bruciore” immediato.
  6. L’applicazione ritardata
    • L’errore: Mettersi la crema una volta arrivati in spiaggia.
    • La realtà: I filtri chimici necessitano di circa 20-30 minuti per legarsi correttamente allo strato corneo della cute e iniziare a funzionare. La protezione andrebbe applicata a casa, prima di uscire.

Il progetto SUNTEL punta molto sulla peer education. Dal punto di vista medico e comunicativo, perché la formazione tra pari può risultare più efficace rispetto alla lezione tradizionale quando si parla di salute e prevenzione?

Il progetto SUNTEL, promosso dall’Intergruppo Melanoma Italiano e ideato dal Prof. Ignazio Stanganelli, puntando sulla peer education (educazione tra pari), intercetta una delle dinamiche psicologiche e comunicative più potenti dell’adolescenza. Dal punto di vista medico e sociologico, questa strategia è spesso più efficace della “lezione frontale” per diverse ragioni fondamentali:

  1. Abbattimento delle Barriere Difensive
    Nella lezione tradizionale, il medico o l’insegnante rappresentano l’autorità. Questo può innescare nel giovane un meccanismo di resistenza o di “percezione del rischio lontano” (il classico “lo dice perché è il suo lavoro”).
    Il “peer” (il compagno di scuola o l’amico) parla la stessa lingua, condivide gli stessi dubbi e, soprattutto, gli stessi canoni estetici (come il desiderio di essere abbronzati). La comunicazione non è più calata dall’alto, ma è uno scambio orizzontale che genera meno resistenza.
  2. Credibilità e “Modello di Ruolo”
    In dermatologia, la prevenzione passa spesso per comportamenti che gli adolescenti percepiscono come “poco cool” (mettere la crema, indossare la maglietta, evitare le lampade abbronzanti).
    Se è un coetaneo a spiegare che proteggersi non significa rinunciare al divertimento, ma evitare danni futuri e invecchiamento precoce, il messaggio acquisisce una validità sociale che il medico non può trasmettere. Il pari diventa un modello di comportamento positivo e imitabile.
  3. La Teoria dell’Azione Ragionata
    Molti comportamenti a rischio non dipendono dalla mancanza di informazioni (gli adolescenti sanno che il sole scotta), ma dalla pressione del gruppo. La peer education agisce sulla “norma soggettiva“: se il gruppo inizia a considerare la protezione solare come un comportamento intelligente e “normale“, l’individuo si adegua per non sentirsi escluso. Si sposta la percezione della protezione solare da “obbligo medico” a “scelta consapevole del gruppo“.

Quanto è importante la diagnosi precoce?

In parole molto semplici: la diagnosi precoce nel melanoma non è solo importante, è quella che ti salva la vita.
“Arrivare prima” è una questione di millimetri: Il melanoma è un tumore che cresce inizialmente sulla superficie della cute (come una macchia). Se lo prendi quando è sottile (meno di 1 millimetro), basta un piccolo intervento di chirurgico superficiale, in anestesia locale, per eliminarlo per sempre. In questo caso, guarisci nel 95-100% dei casi.
Se invece aspetti e il tumore scende in profondità, superando gli strati superficiali della cute può incontrare i vasi sanguigni e linfatici, con possibile disseminazione delle cellule neoplastiche a distanza.
In sintesi:
• Preso subito: è un problema limitato alla cute che si risolve, nella maggior parte dei casi, con un piccolo intervento chirurgico superficiale.
• Preso tardi: diventa una malattia difficile da curare che richiede terapie complesse.


Quali segnali devono imparare a riconoscere i ragazzi e quando è opportuno rivolgersi a uno specialista?

Per i ragazzi, imparare a “leggere” la propria cute è un po’ come imparare a riconoscere una notifica sospetta sullo smartphone: bisogna capire quando ignorarla e quando invece richiede un’azione immediata. Non serve diventare ansiosi, basta diventare dei buoni osservatori. Ecco i segnali da monitorare e quando è il momento di alzare la mano.

  1. I 5 Segnali d’Allarme: La Regola ABCDE
    Questa è la “bussola” della prevenzione. Se un ragazzo nota un neo che presenta una o più di queste caratteristiche, deve parlarne con i genitori o il medico:
    • A come Asimmetria: Se immagini di dividere il neo a metà con una linea, le due parti sono molto diverse tra loro?
    • B come Bordi: I bordi sono frastagliati, irregolari o “sfumati” come una macchia d’inchiostro sulla carta assorbente?
    • C come Colore: Il neo ha zone di colori diversi (marrone chiaro, nero pece, rosso o addirittura bianco/grigio)?
    • D come Dimensioni: Il diametro è superiore ai 6 millimetri (all’incirca la grandezza della gomma in cima a una matita)?
    • E come Evoluzione: Questa è la più importante per i giovani. Il neo è cambiato rapidamente? È cresciuto, ha cambiato forma o colore negli ultimi mesi?
  2. Il trucco del “Brutto Anatroccolo”
    A volte i ragazzi hanno molti nei, tutti simili tra loro. Il segnale più chiaro di un possibile problema è il neo isolato: quello che appare visibilmente diverso da tutti gli altri per colore, forma o dimensione. Se tutti i tuoi nei sono chiari e piccoli, e ne spunta uno scuro e grande, quello è il “brutto anatroccolo” da far controllare.
    3….E quello del “Moscone sul Lenzuolo Bianco”
    A volte i ragazzi non hanno nei, in questo caso, se sulla cute spunta un nuovo neo che si nota a colpo d’occhio, che attira l’attenzione come lo farebbe un “moscone su un lenzuolo bianco”, allora quel neo va fatto controllare.
  3. Sintomi “fisici” (Oltre la vista)
    Un neo non dovrebbe mai “farsi sentire”. È opportuno rivolgersi a uno specialista se un neo:
    • Prude in modo persistente.
    • Sanguina senza che ci sia stato un trauma (ad esempio senza averlo grattato per sbaglio).
    • Provoca dolore o fastidio al tatto.
    • Presenta una crosticina che non guarisce.
    Consiglio per i ragazzi: La cute è l’unico organo che abbiamo interamente “a vista”. Controllarsi una volta al mese dopo la doccia richiede solo due minuti, ma è il modo più efficace per gestire la propria salute in modo autonomo e consapevole.

Quanto incide la tempestività dell’intervento sulle possibilità di cura?

Si usa spesso una frase molto diretta: il melanoma non perdona il ritardo, ma premia la rapidità. La tempestività non è solo “importante”, è il fattore che sposta l’ago della bilancia tra una guarigione completa e una malattia complessa da gestire.
Ecco come la tempestività d’intervento incide concretamente sulle possibilità di cura:

  1. La “Regola del Millimetro”
    Il successo della cura dipende quasi interamente dalla profondità raggiunta dal tumore nella cute.
    • Sotto 1 mm (Melanoma sottile): Se l’intervento avviene quando il melanoma è confinato agli strati superficiali della cute, la probabilità di guarigione definitiva è vicina al 95-100%.
    • Sopra i 2-3 mm (Melanoma spesso): Se si aspetta troppo, il tumore scende in profondità. Qui il rischio che le cellule malate entrino in circolo e raggiungano i linfonodi o altri organi aumenta drasticamente, e le possibilità di cura scendono intorno al 50-60%.
  2. Dalla chirurgia “ambulatoriale” alle terapie complesse
    La tempestività cambia radicalmente anche il tipo di percorso che il paziente deve affrontare:
    • Intervento precoce: Basta una piccola asportazione chirurgica in anestesia locale (spesso in regime ambulatoriale) ed Il paziente torna a casa lo stesso giorno
    • Intervento tardivo: Può richiedere l’asportazione del “linfonodo sentinella”, interventi chirurgici più ampi e, nei casi avanzati, cicli di immunoterapia o terapie a bersaglio molecolare che, per quanto innovative ed efficaci, sono cure lunghe e complesse.
  3. La velocità del melanoma
    A differenza di altri tumori della cute che crescono molto lentamente (anche in anni), il melanoma può cambiare e approfondirsi in pochi mesi. Per questo motivo, una macchia che appare “strana” oggi non dovrebbe mai essere ricontrollata “tra un anno”.
    In conclusione: Il fattore tempo è il nostro miglior alleato. Nelle Marche, grazie alla rete dei dermatologi e ai progetti di sensibilizzazione, stiamo vedendo un aumento delle diagnosi di melanomi “sottili“: questo è un ottimo segno, perché significa che stiamo battendo il tumore sul tempo.

La piattaforma digitale “Il Sole per Amico for Young” introduce strumenti di teledidattica in un ambito sanitario. Ritiene che le nuove tecnologie possano effettivamente migliorare l’alfabetizzazione scientifica e la consapevolezza sui temi oncologici tra i giovani?

Sì, strumenti come la piattaforma “Il Sole per Amico for Young” rappresentano un salto di qualità fondamentale per l’alfabetizzazione scientifica dei giovani. L’efficacia di queste tecnologie non risiede solo nella digitalizzazione dei contenuti, ma nella capacità di trasformare lo studente da spettatore passivo a protagonista della prevenzione.
I motivi principali per cui queste innovazioni sono considerate efficaci possono essere riassunti così:

  1. Linguaggio e Accessibilità
    Le piattaforme di teledidattica utilizzano codici comunicativi vicini alla Gen Z e alla Gen Alpha, come digital games, video interattivi e tecniche di morphing virtuale (come quelle usate nella piattaforma IMI MelaMEd). Questo abbatte le barriere della terminologia medica complessa, rendendo i concetti di “fototipo”, “radiazioni UV” e “mutazione genetica” comprensibili e memorizzabili.
  2. La Forza della Peer Education
    Uno dei pilastri del progetto è il Peer Education Programme. La tecnologia permette agli studenti di creare e condividere i propri contenuti (cortometraggi, grafiche, post). Quando un giovane spiega a un coetaneo perché è importante evitare le lampade abbronzanti o come monitorare un neo sospetto, il messaggio ha un impatto psicologico molto superiore rispetto a una lezione frontale tradizionale.
  3. Personalizzazione e Flessibilità
    A differenza dei vecchi opuscoli cartacei, le piattaforme digitali offrono percorsi differenziati:
    • For Kids: focalizzato sul gioco e sulle regole base dell’esposizione solare.
    • For Young: approfondimenti scientifici per le scuole superiori, inclusi moduli per indirizzi biomedici, che collegano la prevenzione alla ricerca oncologica avanzata.
  4. Dalla Teledidattica alla Consapevolezza Clinica
    L’alfabetizzazione digitale alla salute è correlata a una maggiore aderenza ai futuri protocolli di cura. Insegnare ai giovani a distinguere le fonti scientifiche certificate (come quelle fornite dall’Intergruppo Melanoma Italiano – IMI) dalle “fake news” sulla salute è un atto di prevenzione secondaria che durerà per tutta la loro vita adulta.

Quali sono i linguaggi più efficaci per comunicare questi contenuti?

Per comunicare temi complessi come la prevenzione ai giovani, non basta “trasmettere” informazioni; bisogna parlare la loro lingua. I linguaggi più efficaci oggi sono quelli che mescolano intrattenimento, interazione visiva e autenticità.
Sono tre i pilastri della comunicazione scientifica moderna per le nuove generazioni:

  1. “Visual” & “Gamification”
    I giovani elaborano le informazioni visive 60.000 volte più velocemente del testo.
    • Video Brevi e Dinamici: L’uso di Reel, o brevi animazioni (motion graphics) permette di spiegare concetti come il danno al DNA causato dai raggi UV in pochi secondi, usando metafore visive.
    • Gamification: Trasformare l’apprendimento in un gioco (quiz a premi, badge di competenza, simulazioni virtuali) aumenta il coinvolgimento. Se un ragazzo deve “proteggere” un avatar dai raggi solari in un gioco, memorizzerà le regole di prevenzione molto meglio che leggendo un manuale.
  2. Linguaggio “Peer-to-Peer” (Educazione tra pari)
    Il linguaggio accademico crea spesso distacco. Il linguaggio più potente è quello dei coetanei.
    • Authentic Voice: Quando gli studenti delle scuole superiori creano contenuti per i propri coetanei, utilizzano uno slang e dei riferimenti culturali comuni che rendono il messaggio credibile.
    • Influencer e Role Model: La collaborazione con creator digitali che godono di fiducia può “normalizzare” i controlli medici di prevenzione, rendendoli parte di una routine di benessere anziché un’imposizione medica.
  3. La Narrazione Emozionale (Storytelling)
    La scienza spiega il “come”, ma la narrazione spiega il “perché”.
    • Testimonianze: Raccontare storie reali di giovani che hanno affrontato la malattia o che hanno cambiato le proprie abitudini dopo una diagnosi precoce attiva l’empatia.
    • Metafore Semplificate: Sostituire il gergo clinico con analogie quotidiane. Ad esempio, paragonare la cute ad una “memoria digitale” che registra ogni scottatura solare fin dall’infanzia aiuta a comprendere l’effetto cumulativo dei danni UV.

Il melanoma è spesso percepito come un rischio lontano. Come si può superare questa sottovalutazione e trasformare la prevenzione in un’abitudine stabile, non legata solo alla stagione estiva?

Per superare la percezione del melanoma come un “rischio lontano” o esclusivamente “estivo”, è necessario scardinare l’idea che il danno solare sia un evento acuto (la scottatura) e sostituirla con il concetto di accumulo biologico.
Per trasformare la prevenzione in un’abitudine costante occorre tenere presente alcune strategie psicologiche e pratiche:

  1. Il Concetto di “Memoria della Pelle”
    Il linguaggio più efficace per i giovani è quello della tecnologia. La cute non è un involucro inerte, ma un “hard disk” che registra ogni esposizione non protetta.
    • Danno Invisibile: Spiegare che i raggi UVA/UVB (responsabili dell’invecchiamento e dei tumori) sono presenti tutto l’anno, anche in caso di cielo nuvoloso o durante l’inverno.
    • Effetto Accumulo: usare l’analogia del codice sorgente che viene scritto una sola volta: ogni scottatura è un glitch che corrompe il DNA. Anche se il “software” sembra funzionare, il sistema non fa mai il reset e accumula errori nel database profondo. Quando i file corrotti diventano troppi, il sistema va in crash totale: è lì che nasce il melanoma.
  2. De-stagionalizzare la Protezione (Skincare vs. Protezione Solare)
    La chiave è inserire la protezione solare nella propria routine quotidiana, non nel kit da spiaggia.
    • Cosmetizzazione della Prevenzione: Promuovere filtri solari contenuti in creme idratanti o prodotti per il viso che i giovani usano abitualmente. Se la protezione diventa un gesto cosmetico, la costanza aumenta drasticamente.
    • Protezione in Città: Focalizzare l’attenzione su momenti quotidiani: l’attesa del bus, l’attività sportiva all’aperto o la passeggiata in centro.
  3. Automonitoraggio: La Regola dell’ABCDE come “Check-up” Mensile
    Trasformare il controllo dei nei in un’abitudine di self-care, simile a quella che si ha per il fitness o l’alimentazione ed Insegnare a riconoscere i segnali d’allarme non come una diagnosi ansiogena, ma come una forma di consapevolezza del proprio corpo.
  4. Cambiamento del Modello Estetico
    Il mito della “tintarella a tutti i costi” come sinonimo di salute va sostituito.
    • Cultura del “Glow” Naturale: Promuovere l’idea che la cute sana è quella protetta.
    • Influencer Marketing: Coinvolgere icone di stile che mostrano l’uso della protezione solare anche in contesti non balneari (montagna, città, sport).

Infine, quali risultati concreti si aspetta da questo percorso nel medio periodo?

Dall’applicazione di questo percorso di teledidattica e dall’uso di linguaggi innovativi (come la metafora del “glitch” genetico), nel medio periodo (3-5 anni) ci si aspettano tre risultati concreti e misurabili:
• Aumento della “Alfabetizzazione sanitaria” Digitale: I giovani non saranno solo più informati, ma capaci di distinguere tra fonti scientifiche attendibili e fake news, diventando ambasciatori della prevenzione nelle proprie famiglie (trasmissione del sapere bottom-up).
• Cambio dei Comportamenti Solari: Una riduzione statisticamente significativa degli episodi di eritema solare nelle fasce 12-18 anni e un incremento dell’uso quotidiano di filtri solari, non più percepiti come “creme da spiaggia” ma come strumenti di protezione del proprio “sistema operativo“.
• Diagnosi Precoce e Consapevolezza: Un aumento delle visite dermatologiche preventive richieste spontaneamente dai giovani o dai loro genitori, grazie alla capacità di riconoscere i segnali d’allarme (regola ABCDE) prima che il “glitch” diventi un problema critico.
• Creazione di un Database di Peer-Education: Una library digitale di contenuti creati dagli studenti (video, meme, grafiche) che continui ad auto-alimentarsi, rendendo la prevenzione un tema culturale stabile e non una campagna isolata.


Esistono indicatori che possono misurare l’efficacia di un progetto educativo in termini di cambiamento dei comportamenti e riduzione del rischio?

Nel progetto Suntel (legato alla piattaforma “Il Sole per Amico for Young”), la tecnologia non è solo il mezzo, ma il metro di misura del cambiamento. E’ possbile misurare concretamente il successo di questo percorso attraverso alcuni indicatori:

  1. Indicatori di “Digital Engagement” (Processo)
    Essendo una piattaforma di teledidattica, il primo segnale di efficacia è la partecipazione attiva:
    • Tasso di completamento dei moduli: Quanti studenti terminano l’intero percorso formativo rispetto ai log-in iniziali.
    • Produzione di contenuti “Peer-to-Peer“: Il numero di video, meme o grafiche (come quella del “glitch”) caricati dai ragazzi. Questo misura quanto hanno interiorizzato il messaggio al punto da volerlo spiegare agli altri.
  2. Indicatori di Alfabetizzazione Sanitaria (Competenza)
    • Riduzione del “Gap di Conoscenza”: Confronto tra i risultati dei quiz iniziali e finali sulla piattaforma. Un successo del progetto Suntel si riflette in un incremento netto della comprensione di concetti come fototipo e indice UV.
    • Riconoscimento dei Segnali (Regola ABCDE): Test interattivi in cui gli studenti devono identificare lesioni sospette in un ambiente virtuale protetto, misurando la loro precisione diagnostica “teorica”.
  3. Indicatori Comportamentali e di Impatto (Risultato)
    • Effetto “Ambasciatore” in Famiglia: Questionari somministrati ai genitori per verificare se i figli hanno riportato a casa le buone pratiche, influenzando ad esempio l’acquisto di solari adeguati o la prenotazione di una mappatura dei nei per tutta la famiglia.
  4. Indicatori Clinici a Lungo Termine
    • Aumento degli Screening Giovanili: Monitoraggio statistico (in collaborazione con i centri dermatologici del SSN locali) per vedere se, nelle zone dove Suntel è attivo, aumentano le visite di controllo spontanee tra gli under 20.

Immagine di copertina realizzata con AI

IL PERSONAGGIO/ Chiara Malerba: il cinema-meraviglia, il Piano e la sala come esperienza collettiva

43 anni, laurea in Lettere, anconetana. Gestore di sale e prima ancora appassionata di cinema tanto da aver fatto della programmazione di cartelloni di autore un mestiere dopo un primo servizio civile all’Arci. Ma parlare di Chiara Malerba solo come esercente è riduttivo, dato che è diventata sinonimo vivente di selezione di film d’autore, punto di riferiemento dei cinefili, deus ex machina del cartellone estivo al Lazzaretto, animatore culturale. Fino ad arrivare al centro di un commovente crowdfunding , che ha coinvolto tante persone di Ancona e non solo, per non fare spegnere le luci all’Italia di corso Carlo Alberto.

Una volta hai detto che il cinema è stato da sempre il tuo “paese dei balocchi”: lo è ancora? Hai in mente questa dimensione quando costruisci un cartellone?

Sì, lo è ancora. Il cinema per me è sempre stato un luogo di meraviglia, di scoperta, quasi di sospensione dalla realtà. Quando ero ragazzina entravo in sala con la stessa curiosità con cui si entra in un mondo parallelo. Oggi quella magia non è scomparsa, si è trasformata: è diventata anche responsabilità. Quando costruisco un “cartellone” penso proprio a questo, a creare uno spazio dove chi entra possa sentirsi accolto, incuriosito, magari anche un po’ spiazzato. In fin dei conti il “paese dei balocchi” non è solo evasione: è un luogo dove si cresce.

Come nasce una programmazione? Qual è la ricetta per bilanciare produzioni commerciali e offerta culturale?

La programmazione nasce dall’incrocio tra diversi fattori: le uscite nazionali, la disponibilità dei film, i costi di distribuzione, le esigenze economiche della sala. Non esiste una formula matematica, ma esiste un equilibrio delicato. Programmare significa certo conoscere il pubblico, ma anche provare a guidarlo. Le produzioni commerciali sono importanti perché tengono viva la sala, ma accanto a quelle c’è il desiderio di proporre film che non troverebbero spazio altrove. È un dialogo continuo tra sostenibilità economica e identità culturale. Bisogna ascoltare molto, creare relazioni, osservare le reazioni, ma anche avere il coraggio di proporre qualcosa che all’inizio sembra “difficile”. Spesso il pubblico sorprende.

Se uno spettatore vuole vedere il film iraniano, la prova di un regista coreano, una pellicola particolare, è quasi scontato che pensi all’Azzurro o all’Italia. Cosa significa proporre questa selezione cinematografica ad Ancona? Che pubblico c’è qui da noi?

Proporre cinema d’autore ad Ancona significa credere che anche in una città di provincia ci sia una comunità curiosa, attenta, desiderosa di sguardi diversi. Il pubblico c’è, ed è fedele. Non è enorme, ma è appassionato. C’è chi viene da anni, chi aspetta il film “particolare”, chi si fida della selezione. Questo crea un rapporto molto bello, quasi di complicità. Una sala indipendente non è un luogo neutro dove i titoli si susseguono in modo impersonale. Ogni scelta contribuisce a definire un’identità e, nel tempo, a creare un rapporto di fiducia con chi partecipa. Quando uno spettatore decide di vedere un film all’Azzurro o all’Italia non sta scegliendo soltanto un orario o una poltrona: sta affidandosi a una linea editoriale. In questo senso la sala non è solo uno spazio di consumo culturale, ma un luogo in cui si forma una comunità di sguardi. E questa continuità è ciò che rende un cinema qualcosa di più di uno schermo acceso.

Come si è evoluto questo pubblico nel tempo?

Negli anni il pubblico è cambiato, come è cambiato il modo di fruire il cinema. È diventato più selettivo. Il cambiamento più evidente riguarda le abitudini. In passato il cinema era più spesso una consuetudine settimanale; oggi è una scelta più mirata. Si esce per un film preciso, magari dopo aver letto recensioni o visto trailer. Però noto anche un bisogno crescente di esperienze condivise. Dopo il periodo della pandemia, ad esempio, molte persone hanno riscoperto il valore dello stare insieme in sala.

E i giovani? Quanto pesano le piattaforme? I film su Netflix fanno perdere pubblico e funzione sociale alle sale?

Le piattaforme hanno cambiato le abitudini, è innegabile. Netflix e le altre offrono una comodità enorme. Ma l’esperienza in sala è un’altra cosa: è concentrazione, è buio condiviso, è reazione collettiva. I giovani vivono molto la dimensione privata, ma quando riesci a coinvolgerli – con rassegne, incontri, eventi – rispondono. Non credo che le piattaforme tolgano funzione sociale alle sale: le mettono alla prova, le obbligano a rafforzare la propria identità. Una sala oggi non può limitarsi a programmare film; deve costruire occasioni. Incontri con autori, rassegne tematiche, collaborazioni con scuole e associazioni, momenti di discussione. Deve diventare uno spazio riconoscibile nella vita culturale della città. Se riesce a fare questo, la sala non perde funzione sociale, anzi la rende più evidente. Non è più solo un luogo di consumo culturale, ma un punto di aggregazione, un presidio. In un’epoca di visioni solitarie, il valore aggiunto diventa proprio la possibilità di condividere uno sguardo.

Domanda d’obbligo: il tuo film del cuore?

È una domanda difficilissima. Potrei citarne molti, ma se devo sceglierne uno che mi accompagna da sempre direi Nuovo Cinema Paradiso. Forse è inevitabile, facendo questo mestiere. Racconta l’amore per la sala come luogo di formazione sentimentale e collettiva. Ogni volta che lo rivedo mi ricorda perché ho scelto questo lavoro.

Perché il cinema? Cosa ti colpisce e ti appassiona di questo genere di espressione? Chi, ad esempio, ama leggere talvolta non ritrova il senso che scopre nelle pagine in una trasposizione cinematografica, ma è anche vero il contrario, che “come lo dice” il cinema non ha eguali…

Il cinema ha una potenza unica: mette insieme immagini, parole, musica, silenzi. È un linguaggio completo. Amo molto la letteratura, perché ti permette di entrare dentro la mente di un personaggio, di esplorare sfumature di pensiero e interiorità. Il cinema, però, ha una forza diversa, più immediata e quasi fisica: agisce sui sensi in modo diretto, combinando immagine, suono, ritmo e movimento. Un solo sguardo, una luce particolare, un’inquadratura ben pensata possono comunicare emozioni complesse che a volte servirebbero pagine e pagine per descrivere. Questa immediatezza non è superficiale, anzi: è una forma di comunicazione che tocca direttamente la percezione dello spettatore e lo coinvolge in modo totale. E quando accade questo, quell’esperienza diventa collettiva. Non importa se le persone in sala sono sconosciute tra loro: reagiscono insieme, ridono, trattengono il respiro, si commuovono. In quel momento si crea una memoria condivisa, un piccolo patrimonio comune che resta anche dopo l’uscita. Per me, questa è la potenza del cinema e della sala cinematografica: non solo raccontare una storia, ma generare un’esperienza che unisce individui diversi, trasformando la visione in un gesto sociale, un modo di incontrarsi e sentirsi parte di qualcosa di più grande.

Una delle sale che gestisci sta nel cuore di un quartiere complesso. Alcuni hanno definito la sua salvaguardia l’inizio del riscatto: che rapporto hai con il Piano?

Il quartiere Piano San Lazzaro per noi ha un valore speciale: è uno storico pezzo della città e allo stesso tempo una sfida. Mantenere un presidio culturale qui, con l’insegna accesa del Cinema Italia, significa lavorare ogni giorno per cambiare la narrativa del quartiere. Spesso le cronache locali lo raccontano solo per problemi o criticità, mentre noi vogliamo valorizzare ciò che di positivo c’è: la comunità, le energie locali, le storie di collaborazione. La nostra missione è creare socialità e comunità attraverso la cultura, e per questo ci apriamo sempre più alle forze del quartiere, dai comitati territoriali alle assemblee locali, ospitandole quando possibile e raccontando insieme questo spazio in modo diverso. È una sfida dentro la sfida, ma anche un’opportunità per fare cultura radicata e condivisa

Barbara Ulisse

Tiziano, Lotto e l’AI: confronti ravvicinati in Pinacoteca


Dal 14 febbraio la Pinacoteca Civica Francesco Podesti di Ancona si è trasformata in un laboratorio aperto sul Rinascimento. La città ha accolto due prestiti di grande rilievo e li ha messi al centro di due mostre studio pensate per far vedere da vicino, con calma e in modo comparativo, come lavoravano due protagonisti assoluti del Cinquecento: Tiziano Vecellio e Lorenzo Lotto.

Tiziano 1520: opere a confronto

La mostra studio “Tiziano 1520. La Pala Gozzi di Ancona e l’Annunciazione del Duomo di Treviso” nasce da una circostanza concreta: la Pala Gozzi, uno dei capisaldi della produzione giovanile dell’artista e della pittura veneta del primo Cinquecento, ha raggiunto Pieve di Cadore per la rassegna “Tiziano e il Paesaggio. Dal Cadore alla Laguna: la Pala Gozzi e la Sommersione del faraone”, inserita nel programma dell’Olimpiade Culturale legata ai Giochi Invernali Milano-Cortina 2026 e nelle celebrazioni per i 450 anni dalla morte dell’artista nella sua terra natale. Nella sala espositiva la pala è accompagnata da una riproduzione digitalizzata in scala 1:1, realizzata dagli esperti dell’Università Politecnica delle Marche, che consente di ricostruire con precisione dimensionale e scientifica il rapporto con l’opera e il contesto di provenienza.

La Pinacoteca Civica Francesco Podesti ha colto questa occasione di prestito per costruire ad Ancona un percorso di studio fondato sul confronto tra opere coeve, proponendo un dialogo critico che valorizza la fase giovanile di Tiziano e rafforza la lettura storico-artistica del 1520 come anno chiave della sua produzione. Ad Ancona è arrivata infatti, in cambio, l’Annunciazione Malchiostro, firmata da Tiziano Vecellio e coeva della pala Gozzi, proveniente dalla Cappella Malchiostro del Duomo di Treviso. In origine quell’opera si osserva da una posizione più distante, legata alla collocazione nella cappella e alle condizioni di fruizione del luogo. In Pinacoteca, invece, la tavola si offre a uno sguardo ravvicinato che cambia la percezione: emergono i dettagli, si leggono meglio i rapporti tra figure e spazio, si apprezza la regia della luce. È un vantaggio raro per chi vuole capire davvero come Tiziano costruisce la scena. Il dipinto del 1520 mostra una scelta iconografica di grande modernità. La Vergine occupa il primo piano e si rivolge verso lo spettatore; l’arcangelo Gabriele arretra lungo una diagonale che apre lo spazio; al centro, sullo sfondo, compare inginocchiato il committente Broccardo Malchiostro, plenipotenziario del vescovo-umanista Bernardo de Rossi, ricordato anche dall’iscrizione sulla tavola. La composizione racconta un momento chiave della ricerca tizianesca: un’Annunciazione che si allontana dalle formule più consuete e imprime alla scena una forza nuova, capace di influenzare altri artisti, compreso Lorenzo Lotto.

L’Annunciazione Malchiostro descritta da don Paolo Barbisan, Direttore Ufficio Arte Sacra e Beni Culturali Diocesi di Treviso, incaricato Beni Culturali ed Edilizia di Culto Conferenza Episcopale Triveneta

La collaborazione che ha reso possibile l’arrivo dell’Annunciazione Malchiostro coinvolge il Comune di Ancona, la Magnifica Comunità di Cadore, il Comune di Pieve di Cadore, la Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore e la Diocesi di Treviso, con il coordinamento organizzativo di Villaggio Globale International, il sostegno di DBA Group e la collaborazione di Ministero della Cultura e delle Soprintendenze competenti. Sullo sfondo, un altro elemento rilevante: la movimentazione del dipinto trevigiano si collega ai lavori di restauro della Cappella Malchiostro, finanziati da Save Venice, che ha sostenuto anche il restauro dell’opera di Tiziano. Il prestito si inserisce quindi in un circuito virtuoso di tutela e scambio culturale tra istituzioni.

Il percorso dedicato a Tiziano prevede un passaggio importante nei prossimi mesi. Per Pasqua 2026 la Pala Gozzi tornerà ad Ancona e sarà esposta per la prima volta insieme all’Annunciazione Malchiostro e alla Crocifissione di Tiziano. Tra aprile e giugno è previsto anche un ciclo di conferenze con studiosi tra i più autorevoli, realizzato in collaborazione con la Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore, per accompagnare il pubblico dentro i temi della ricerca e del confronto tra le opere.

In mostra il gemello digitale della Pala Gozzi

In attesa del rientro della Pala Gozzi, accanto al prestito trevigiano, la Pinacoteca ha inserito un elemento che rende questa mostra studio ancora più attuale: la copia perfetta in scala 1:1 della Pala Gozzi, ottenuta dal gemello digitale realizzato dal laboratorio mAIndh (Mindful Artificial Intelligence for Digital Heritage), il Laboratorio di Intelligenza Artificiale per i Beni Culturali dell’Università Politecnica delle Marche diretto dal prof. Paolo Clini. Il digitale entra dunque in questo contesto artistico come strumento di conoscenza: il pubblico può vedere un’opera ricostruita con precisione a partire da un modello digitale e, al contempo, questa tecnologia sostiene lo studio e la continuità dell’esperienza museale anche quando, come in questo caso, un capolavoro si sposta per una mostra. Come spiegato dal professor Clini, grazie alla digitalizzazione è possibile ora visionare e studiare nel retro dell’opera una serie di disegni preparatori dell’artista. “Si tratta – spiega Clini – di una riproduzione perfettamente identica all’originale, al punto da risultare indistinguibile a occhio nudo, un unicum nel panorama nazionale per qualità e definizione”. La copia esposta in Pinacoteca nasce da un modello digitale di 11 miliardi di pixel, con una risoluzione di 800 mila per 30 mila pixel, capace di restituire dettagli invisibili anche dal vivo. “Questa operazione – commenta ancora il professore – rappresenta un vero capolavoro digitale e apre conseguenze rilevanti sul piano pratico e culturale. La digitalizzazione, oggi potenziata dall’intelligenza artificiale, non solo consente una visione estremamente fedele dell’opera, ma permette di esplorarne aspetti nascosti, ampliando le possibilità di studio, fruizione e circolazione del patrimonio. È un passaggio che può trasformare profondamente il modo in cui l’arte diventa bene comune”. Il valore aggiunto sta proprio in questo doppio livello: da una parte l’osservazione ravvicinata di un’opera di Tiziano che, nella sede originaria, richiede uno sguardo più distante; dall’altra la possibilità di misurare sul campo l’apporto delle nuove tecnologie alla lettura dell’arte.

Dai Musei Capitolini il ritratto del Balestriere di Lorenzo Lotto

L’altra importante mostra studio della Pinacoteca è quella dedicata a Lorenzo Lotto: “Un volto per la città. Il Mastro Batista balestrier de la Rocha Contrada”, dove la Rocha Contrada è l’antico nome della città di Arcevia (poi modificato nel nome attuale nel 1817 da papa Pio VII). Il ritratto del Balestriere, in prestito dai Musei Capitolini di Roma fino al 16 aprile 2026, entra naturalmente in dialogo con la Pala dell’Alabarda, già nella collezione permanente. Il ritratto è uno dei vertici della ritrattistica lottesca: il volto emerge dalla penombra con una verità intensa, la balestra diventa segno di funzione civile, la luce restituisce un’identità complessa in equilibrio tra dignità e fragilità. La mostra è promossa dal Comune di Ancona con la Sovrintendenza Capitolina e i Musei Capitolini e con il supporto di Regione Marche, Estra, Viva Servizi e Viva Energia.

Una costellazione di mostre per i visitatori

In contemporanea, la Pinacoteca ospita fino al 15 marzo 2026 “Carlo Maratti e l’incisione” e fino al 4 maggio 2026 “Umberto Grati – Spin Off”. Il risultato di questo programma è una proposta ricca, che si affianca al corpus stabile delle opere e accompagna il percorso della candidatura di Ancona a Capitale italiana della cultura 2028.

Per visitare la Pinacoteca

Per informazioni: 0712226625-6626, pinacoteca@comune.ancona.it

Palaindoor: da più di vent’anni la casa dell’atletica italiana

È la “casa” dell’atletica italiana da oltre vent’anni, festeggiati nella scorsa stagione, e continua a crescere. Il primo e più importante impianto nazionale per le gare al coperto, oltre che centro di allenamento e luogo di sport per tutti.

Un calendario tricolore ricchissimo

Anche nel 2026 il PalaCasali di Ancona ospita i principali appuntamenti tricolori. Il clou sarà rappresentato dai Campionati italiani assoluti indoor, in programma per la prima volta su tre giornate, da venerdì 27 febbraio a domenica 1° marzo, con molti dei migliori azzurri in gara. Il calendario è però estremamente ricco: si partirà con i Campionati italiani allievi indoor (14-15 febbraio), riservati agli under 18, seguiti dai Campionati italiani master indoor e dai Campionati invernali di lanci (5-8 marzo), che vedranno la partecipazione di migliaia di atleti over 35. Protagonisti anche i più giovani con il Trofeo “Ai confini delle Marche” (15 marzo), tradizionale incontro per rappresentative under 16, e gli atleti paralimpici con i Campionati italiani Fispes (20-21 febbraio) e Fisdir (21-22 marzo). Per tutto l’inverno la struttura accoglie eventi di primo piano: nel mese di gennaio una serie di meeting culminati con il Memorial Alessio Giovannini, tappa del World Athletics Indoor Tour, seguiti dai Campionati italiani juniores e promesse indoor (7-8 febbraio) per under 20 e under 23.

Numeri, visibilità e indotto

Notevolissime le cifre di partecipazione: nel 2025 si è raggiunto il totale di 16.749 atleti-gara, senza contare il grande numero di accompagnatori, in gran parte provenienti da fuori regione. Un flusso che genera un indotto economico rilevante, con previsioni simili o superiori anche per quest’anno. Gli eventi di vertice godono di grande visibilità grazie alla diretta televisiva su RaiSport per i Campionati assoluti e per il meeting internazionale. L’impianto è inoltre conosciuto a livello mondiale come il luogo in cui Gianmarco Tamberi ha costruito molte delle sue imprese. Dal termine del 2023 il PalaCasali ha legato il proprio nome a un’azienda del territorio attiva su scala globale, leader in Italia nella fornitura di pavimentazioni sportive. Non solo atletica: la struttura è ideale anche per convention, fiere e manifestazioni di ogni tipo, grazie a 1.600 posti a sedere in tribuna e a una platea di 4.800 mq completamente attrezzabile.

La novità. una palestra con area di riscaldamento

La novità di questi giorni è la nuova palestra con area di riscaldamento, inaugurata in occasione del primo evento tricolore dell’anno, i Campionati italiani juniores e promesse, dopo la conclusione dei lavori di copertura del terrazzo sul lato nord. Il progetto è stato finanziato tramite un bando governativo di Sport e Salute, con il contributo della Federazione Italiana di Atletica Leggera. L’area, di 460 mq, è dotata di pista azzurra e di un rettilineo di 30 metri: consentirà durante le gare di disporre di una zona di warm up più ampia e confortevole, vista l’elevata partecipazione, e potrà essere utilizzata anche per l’attività sportiva della cittadinanza.

Uno sguardo al futuro

«Fermarsi non è mai stata un’opzione, come abbiamo ribadito lo scorso anno durante le celebrazioni per il ventennale della struttura», dichiara Fabio Romagnoli, presidente del Comitato regionale FIDAL Marche, che gestisce l’impianto di proprietà del Comune di Ancona, al termine dei lavori eseguiti dall’azienda Toscano Costruzioni. «L’ampliamento crea nuovi spazi per gli atleti – prosegue Romagnoli – in una palestra chiusa ma luminosa, grazie alle vetrate, dotata di impianti di riscaldamento e raffreddamento. Si presta a molteplici utilizzi, dalla formazione ai convegni, oltre che all’attività fisica». Sono tuttora in corso anche i lavori dell’altro blocco di 700 mq sul lato sud, destinato alla realizzazione di una sala di alta specializzazione per il salto in alto, con conclusione prevista entro l’inizio dell’estate.

Luca Cassai – Ufficio Stampa FIDAL Marche

AnconAgility: vent’anni di sport, cani e campioni. Festa in città

Ancona – Vent’anni di agility dog, di percorsi a ostacoli, di binomi perfetti tra cane e conduttore. L’Asd AnconAgility, storica realtà dello sport cinofilo cittadino, spegne quest’anno venti candeline. Fondata nel giugno 2006 e iscritta al registro CONI, affiliata al CSEN, l’associazione ha trasformato il campo sportivo comunale di via Grotte a Posatora in un punto di riferimento per chi ama i cani e lo sport. In questi due decenni, AnconAgility ha organizzato manifestazioni, gare e iniziative che hanno coinvolto la città, partecipando attivamente agli eventi promossi dal Comune di Ancona.

L’Agility Dog celebra l’armonia e la collaborazione tra cane e conduttore. I cani affrontano percorsi di ostacoli ispirati all’equitazione, rispettando l’ordine prestabilito, senza errori e nel minor tempo possibile. Dietro ogni salto, tunnel o curva c’è fiducia e sintonia, un percorso di socializzazione, autostima ed energia incanalata nel modo giusto. Le regole della disciplina in Italia sono normate dall’Enci e aggiornate a gennaio 2023, ma l’essenza resta sempre la stessa: celebrare il legame tra cane e padrone.

I protagonisti sono Francesco Boari, presidente dell’Asd AnconAgility, le figlie Elena e Rebecca Boari, entrambe poco più che ventenni e pluricampionesse, con un palmarès che le vede ai vertici dei campionati nazionali e tra le prime, negli anni, ai Mondiali assoluti di Agility Dog, e la madre Valeria Ciattaglia, cuore organizzativo dell’associazione: una famiglia che ha fatto crescere la disciplina e contribuito a renderla una realtà solida sul territorio.

Per il ventennale, AnconAgility propone un calendario fitto di eventi, insieme con CUS Ancona, CSEN, CONI e altri soggetti istituzionali che ogni giorno sostengono e promuovono lo sport cinofilo in città. Il calendario è stato recentemente presentato in Comune con gli assessori allo Sport Giovanni Zinni, alla Tutela degli Animali Orlanda Latini e ai Grandi Eventi Angelo Eliantonio. In programma c’è un nuovo festival: il Festival della Cinofilia “Ankon Dorica Civitas Fido!”: tre giorni dal 22 al 24 maggio 2026 destinati a coinvolgere tutta la città. Durante la conferenza stampa è stata firmata anche la convenzione tra AnconAgility e il CUS Ancona, pensata per condividere eventi e aprire la disciplina agli studenti universitari.

Il 2026 sarà quindi un anno che porterà l’agility dog fuori dal campo e dentro la città, con manifestazioni nelle scuole, gare nazionali, esibizioni estive sulla spiaggia libera di Posatora, momenti di festa come Halloween e spettacoli natalizi sotto l’albero di Piazza Roma. Ogni iniziativa racconta il valore della disciplina e avvicina cittadini e visitatori a un mondo spesso invisibile.

“AnconAgility ci regala grandi emozioni – ha detto il vicesindaco Zinni – ed è un esempio straordinario di come sport e famiglia possano andare insieme. È un modello per chi fatica a trovare momenti condivisi e valori da trasmettere”. L’assessore Latini ha ricordato la perfetta simbiosi tra uomo e animale e l’impatto positivo della disciplina su salute, socialità e integrazione, mentre Eliantonio ha definito il festival un evento unico a livello nazionale, capace di mettere Ancona sotto i riflettori. Maria Teresa D’Angelo ha sottolineato la capacità dell’agility dog di aggregare, promuovere rapporti ottimali e favorire la relazione tra cani e padroni. Il presidente regionale del CONI Fabio Luna ha parlato di AnconAgility come di una realtà fondamentale per lo sport marchigiano, capace di coniugare agonismo, socialità, promozione turistica e ricaduta economica. Francesco Boari ha ricordato gli inizi, quando la disciplina era poco conosciuta, e ha spiegato quanto sia importante portarla nelle scuole e nel territorio per farla crescere ancora.

Vent’anni di AnconAgility raccontano storie di salti, tunnel, corse libere e sorrisi condivisi. Una disciplina che, nelle mani di una famiglia intera, è diventata patrimonio della città. Tutti gli eventi, il programma completo e le informazioni sul Festival della Cinofilia sono disponibili sul sito del Comune di Ancona: www.comune.ancona.it.

IL PERSONAGGIO/ Captain Kate McCue: Ancona vista dall’influencer del mare



Captain Kate McCue ha scoperto un lato degli anconetani che forse nemmeno loro sanno di avere. Trent’anni trascorsi sul mare, undici passati al comando e più porti visitati di quanti riesca a contarne. Eppure, la vera scoperta per lei non è stata una rotta esotica, ma questo gomito di terra affacciato sull’Adriatico. Da maggio, Kate vive Ancona giorno dopo giorno, seguendo nei cantieri navali il completamento della Four Seasons I. Ma non è solo una questione di scafi e motori: dopo una vita in movimento, Ancona è il primo luogo al mondo che le abbia davvero dato il senso di casa.

E, considerato che la Capitana Kate è la “navigatrice” più seguita al mondo, con oltre 4,7 milioni di follower tra Instagram e TikTok, il suo racconto della città sui social fa sì che Ancona venga scoperta ogni giorno da moltissime persone. Nelle sue pagine dove mare e città si intrecciano naturalmente, mostra il Passetto, i tramonti sul porto, le vie del centro, e racconta storie, tradizioni e curiosità locali.

«Sono arrivata per la prima volta a marzo dell’anno scorso» racconta. «Sono rimasta una settimana per controllare lo yacht, poi a maggio mi sono trasferita. L’azienda mi ha trovato un appartamento in Corso Garibaldi, che si è rivelato perfetto. Ha veramente tutto ciò di cui ho bisogno». Da allora ha osservato la città cambiare con le stagioni: «Le chiome verdi del Viale, le foglie d’autunno che cadevano, gli alberi spogli illuminati per le feste e il mercatino di Natale in piazza Cavour. Non ne avevo mai visto uno in vita mia. Sono persino salita sulla ruota panoramica prima che la smontassero, per vedere la città dall’alto. È stato magico».

Una routine tra il Viale e il Porto

La sua vita ad Ancona ha assunto un ritmo costante: «Mi sveglio, percorro per due volte tutto il Viale, da piazza Cavour al Monumento e ritorno, poi proseguo per Corso Garibaldi fino al porto per andare al lavoro. Per ora il mio orario di lavoro è 9-17, ma a metà febbraio prenderemo in consegna la nave e salperemo. Sarà un giorno molto triste per me. È il periodo più lungo che io abbia mai trascorso in un unico posto in trent’anni di mare. Qui ho costruito una routine, delle abitudini, degli affetti».

«Oh my God!»: Il calore della gente

È proprio nella vita di ogni giorno che è emerso quel lato degli anconetani che l’ha conquistata: «Crescendo in una grande città come Las Vegas, non vedi mai le stesse facce. Qui, ovunque vada, conosco qualcuno: Leo in piazza Roma che vende vestiti, Danilo alla Degosteria, Jessica da Maison Delice… Ho creato legami più profondi qui che a casa mia. Le persone sono la parte migliore». Kate porta sempre con sé dei piccoli cuori di cristallo. «Quando incontro qualcuno di nuovo, gliene regalo uno e chiedo il suo nome, e nasce un’amicizia. Mi fa pensare a Cheers (il celebre bar di una serie televisiva americana dove tutti i clienti si conoscono per nome n.d.r.), e a quella sensazione di far parte di un luogo, di sentirsi accolti. La gente si prende il tempo per conoscerti. Negli Stati Uniti tutto va più veloce e spesso può risultare superficiale. Qui le priorità sono diverse. Si vede benissimo di domenica: famiglie che passeggiano per il Corso, amici che fanno aperitivo, le cene lunghe, le feste celebrate davvero». Un episodio le è rimasto nel cuore: «Ogni mattina incontro un signore durante la mia passeggiata. Andiamo in direzioni opposte, allo stesso ritmo. All’inizio era un cenno, poi un sorriso, poi un saluto con la mano. Dopo che è uscito un articolo su di me (sul Corriere Adriatico n.d.r.), un giorno mi ha incrociata e mi ha fatto un piccolo saluto militare. Oh my God! Incredibile!».

I gatti del porto e i palazzi dell’Ottocento

Ancona l’ha colpita anche per l’amore verso gli animali: «Una città che si prende cura dei suoi animali ha buone qualità. Al porto ci sono molte colonie feline. Ho fatto amicizia con alcuni gatti, come quelli che io chiamo Claude e Casper, che in realtà si chiamano Lucrezia e Fantasmino. Mi dicono che dovrei portarli con me quando partirò, ma questa è casa loro. Sono amati e accuditi. Ogni volta che passo c’è cibo fresco».

Anche l’architettura locale la affascina profondamente: «L’unica cosa che vorrei diversa è il numero di edifici abbandonati. Sono bellissimi. Immagino come potrebbero diventare all’interno, mi piacerebbe vivere in un palazzo dell’Ottocento». La sua curiosità la spinge poi a scoprire ogni tradizione. Il 1 novembre, ad esempio, è stato l’occasione per postare un reel tra le lapidi e i monumenti del Cimitero di Tavernelle, in cui ha anche consigliato ai suoi follower di… “non regalare mai crisantemi in Italia, a meno che tu non stia andando al cimitero a trovare i defunti”. Nota curiosa per noi, ma un bell’esempio di quanto le prospettive possano cambiare quando si guarda il mondo con occhi diversi. «A Ferragosto – aggiunge – ho partecipato alla cerimonia in mare grazie alla mia amica Laura, comandante di rimorchiatore. Amo anche stare nel cantiere quando è chiuso: è silenzioso, quasi inquietante, ma bellissimo. Ed è il momento in cui escono tutti i gatti».

Sentient: l’Ancona che ti risponde

Per lei, il porto è il cuore che apre Ancona al mondo. «Ancona significa “gomito”, ma per me è stata una spalla su cui appoggiarmi. Non ho mai sentito un legame così forte con un luogo». Ha persino inventato una parola per descrivere questa connessione: “sentient”. «Viene da “senziente”. È la sensazione che la città, le persone, persino l’ambiente intorno ti rispondano, che siano consapevoli e vivi a modo loro. Lo senti nei colori del tramonto, nei momenti in cui i gatti ti riconoscono, nei ritmi della vita che sembrano accordarsi a ciascuno».

Four Seasons One partirà presto per il suo viaggio inaugurale, ma Kate pensa già al ritorno. «So che tornerò. Se ti capita qualche appartamento in vendita in corso Garibaldi fammelo sapere» dice sorridendo. «Prima di Ancona, i miei posti preferiti erano Dubrovnik e l’Islanda. Ma ora, questo è il posto che voglio chiamare casa».

Ancona nelle immagini di Captain Kate

Captain Kate McCue: Finding Home in Ancona


Captain Kate McCue, an American ship captain, is overseeing the final stages of Four Seasons I, the first yacht in the Four Seasons fleet, now being completed at the Fincantieri shipyards in Ancona. She has lived in the city since May, following the construction day by day. After three decades at sea, eleven of them as captain, and more ports than she can count, she says Ancona is the first place that has truly felt like home.

Kate’s relationship with the city also unfolds online. She is the most followed mariner on the planet with over 4.7 million followers on social platforms including Instagram and TikTok, which show a behind the scenes glimpse at a ship captain’s life. On her social pages, life at sea blends naturally with life in Ancona. 

She shares glimpses of Ancona online. “By the time I leave, I’ll have lived here almost a year. I even rode the Ferris wheel to see the city from above. It felt magical.” She wishes she could show more. “I’d love to share the shipyard, but confidentiality makes that impossible. The people who work there build marvels over years, and they don’t get the recognition they deserve.” She has watched the city change with the seasons. “Autumn leaves falling. Bare trees wrapped in holiday lights. The Christmas market—I had never seen one before.”

“I first came to Ancona in March of last year,” she says. “I stayed for a week to check on the ship. I moved here in May. I didn’t have much choice in apartments—the company found one for me on Corso Garibaldi. It ended up being perfect. It has everything I need.”

Building a brand-new vessel means starting from zero. “We created the safety management systems, took part in factory tests for the equipment, and supported the site team during construction,” she explains. Her routine in Ancona is steady, almost quiet—unusual for someone used to constant movement. “I wake up, walk the Viale back and forth twice, then go to work. Right now it’s a nine-to-five job, but in mid-February we’ll take delivery of the ship and sail her out of Ancona. That will be a very sad day for me. It’s the longest I’ve stayed anywhere in thirty years at sea. I’ve built a life here—habits, rhythms, attachments.” Four Seasons I will carry 200 crew members and 200 guests. Its first stop will be Málaga, and it will remain in the Mediterranean. The maiden voyage is set for March 20.

Work brought her to Ancona, but the city won her over. “I’d love to buy a house here, even if I’m leaving for now. Just to know I can come back.” Her photos and videos show monuments, the Passetto, Corso Garibaldi, sunsets over the port, and quiet moments in the city. They also include places that feel unexpected for someone who has lived here only a few months. One reel is dedicated to the Monumental Cemetery of Tavernelle and comes with a practical warning for non-Italians: never give chrysanthemums as a gift in Italy—unless, of course, you are visiting a cemetery.

“Oh my God!”: Feeling the people’s warmth

What struck her most, though, is the warmth of the people. “Growing up in a big city like Las Vegas, you don’t see the same faces often. Here, everywhere I go, I know someone. Leo in Piazza Roma selling clothes. Danilo at Degosteria. Jessica at Maison Delice. I’ve made deeper connections here than I ever did back home. The people are the best part.”

She carries a small ritual with her: tiny crystal hearts in her pocket. “When I meet someone new, I give them one and ask their name. The next time I see them, they remember me. It reminds me of Cheers—walking into a place where everybody knows your name. That’s what Ancona feels like. People take the time to know you. In the U.S., everything moves fast and can feel superficial. Here, priorities are different. Sundays show it best—families walking along Corso Garibaldi, friends meeting for aperitivo, long dinners, holidays that really matter.” One moment stayed with her. “There’s a man I see every morning on my walk. We move in opposite directions at the same pace. First it was a nod, then a smile, then a wave. After a newspaper article about me came out, he passed me one morning and gave me what felt like a little military salute. Oh my God!”

A city that cares

Ancona’s love for animals also impressed her. “A city that cares for its animals has good qualities. Around the port there are many cat colonies, with plenty of cats living there. I know a few personally, like Claude and Casper, whose real names are Lucrezia and Fantasmino. People tell me I should take them with me when I leave, but this is their home. They’re loved and cared for. Every time I walk by, there’s fresh food waiting. It’s incredible.” “Dogs are welcome everywhere too. If I didn’t do this job, I’d want to work with animals. Maybe open a bakery for cats and dogs. I’ve already spent most of my per diem on cat food anyway.”

She’s also drawn to the city’s architecture. “One thing I wish were different is the number of abandoned buildings. They’re beautiful. I immediately imagine what they could become. I’d love to live in a historic building from the 1800s.” Her curiosity pushes her to explore local traditions. “On Ferragosto, I joined a ceremony honoring those lost at sea, thanks to my friend Laura, a tugboat captain. I also love being in the shipyard when it’s closed. It’s silent, almost eerie, but beautiful. And that’s when all the cats come out.” For her, the port is the heart of the city. “It opens Ancona to the world. Once people stop and stay, they want to come back. Ancona means ‘elbow,’ but to me it has felt like a shoulder to lean on. I’ve never felt such a connection to a place.” The city also gave her space to take care of herself, rebuild routines, and find balance.

Sentient

She even invented a word to describe it: sentient. “It comes from the Italian senziente. It’s the feeling that the city, its people, even the surroundings respond to you—that they’re aware and alive in their own way. You feel it in the colors of the sunset, in the moments when the cats acknowledge you, in the rhythms of life that seem tuned to each person.” “I know I have to come back. If you ever hear of a small apartment on Corso Garibaldi becoming available,” she jokes, “please let me know.” She has visited around a hundred countries. “Before Ancona, my favorite places were Dubrovnik and Iceland. But now, this is where I want to call home.”