Trentatremila anziani soli nella provincia di Ancona. Una generazione di giovani — molti dei quali non studiano e non lavorano — schiacciata dalla precarietà abitativa. Il progetto GAP – GenerAzioni Proattive – parte da questi due numeri e li mette sotto lo stesso tetto.
Due fragilità sotto lo stesso tetto
Da una parte un anziano con una casa grande e sottoutilizzata, i cui costi energetici pesano sul bilancio domestico, dall’altra un giovane che non riesce a trovare un posto dignitoso dove vivere. I costi si dividono, gli spazi tornano abitati, e quella solitudine che la medicina riconosce come principale fattore di declino cognitivo comincia ad allentarsi. La coabitazione rimette in circolo un patrimonio abitativo esistente e sottoutilizzato, costruendo una rete di sicurezza sociale che va oltre il singolo alloggio. L’housing sociale intergenerazionale risponde a due fragilità che si compensano.
«La casa è il luogo in cui si costruiscono le relazioni e si trasmettono i valori tra generazioni» dice Orlanda Latini, assessore alle Politiche della Casa e alla Famiglia del Comune di Ancona. «Questo progetto restituisce centralità a quel legame, mettendo insieme chi ha spazio e chi cerca stabilità, chi ha esperienza e chi ha energia. L’amministrazione ha scelto di sostenere questo modello perché risponde a bisogni reali con strumenti concreti, ottimizzando le risorse.»
Chi fa cosa
Il progetto, finanziato dalla Regione Marche con risorse del Fondo Sociale Europeo Plus 2021–2027 per un importo complessivo di quasi 597.000 euro, è guidato da Auser Provinciale Ancona APS insieme con una rete di partner che include Sanidoc, CIFA e Pallaksch, con il coordinamento scientifico dell’INRCA e la collaborazione delle Università di Macerata, Politecnica delle Marche e Tor Vergata. Il Comune di Ancona facilita il raccordo con i Servizi Sociali, mette a disposizione le proprie piattaforme per le iscrizioni e sostiene la connessione con la rete associativa locale. Auser individua i partecipanti, gestisce il matching tra i profili, supporta la negoziazione dei patti di convivenza e monitora le coabitazioni nel tempo. «Il progetto GAP nasce dalla consapevolezza che i problemi complessi possono essere affrontati solo in maniera sinergica sul territorio e costruendo reti che non si esauriscono con il singolo progetto ma consolidano collaborazioni attraverso la sperimentazione di percorsi innovativi» spiega Manuela Carloni, presidente di Auser Provinciale Ancona. «Noi ci auguriamo che il forte sostegno delle istituzioni possa trasformarsi in servizi consolidati a sostegno delle persone più fragili in cui il ruolo sussidiario del Terzo Settore diventa sempre di più leva di cambiamento capace di trasformare criticità in opportunità.»
Imparare a stare insieme
GAP è anche una sfida agli stereotipi dell’ageismo: l’anziano come risorsa proattiva per la comunità, il giovane come motore di innovazione civica. Prima di mettere in comune una casa, bisogna imparare a stare insieme. Il percorso “Parla con me: Parlare, ascoltare, capirsi”, avviato il 24 aprile presso la sede Auser Filo d’Argento di Ancona e organizzato da CIFA ETS, propone nove appuntamenti — cinque in presenza e quattro webinar — fino al 16 giugno, aperti gratuitamente a tutti i cittadini e in particolare a giovani, anziani, genitori, insegnanti e operatori sociali. Gli incontri in presenza toccano temi come il fare gruppo, l’ascolto empatico, le risorse personali e la felicità, mentre i webinar esplorano la mente adolescente, la fatica di crescere e il benessere a tutte le età. «All’interno della cornice innovativa di GAP, C.I.F.A. ETS ha lanciato il percorso esperienziale “PARLA CON ME: Parlare, ascoltare, capirsi”» racconta Cristiana Cesini, responsabile sede e referente locale per C.I.F.A. ETS. «Presso la sede Auser Filo d’Argento, giovani e anziani possono riconoscersi come risorsa reciproca. Attraverso 5 incontri in presenza e 4 webinar, costruiremo fiducia e senso di comunità, valorizzando punti di vista diversi per abbattere le barriere relazionali. È un investimento gratuito sulla coesione del territorio che proseguirà con 8 cicli formativi tra il 2026 e il 2027.» Le iscrizioni agli incontri in presenza si raccolgono al numero 071.2801070 nei giorni feriali dalle 8.30 alle 12.30; per i webinar si contatta CIFA il mercoledì e il giovedì al 331 1765755.
Teatro, finanza, parola
Il progetto ha una durata di ventiquattro mesi e prevede, tra il 2026 e il 2027, otto cicli formativi successivi. Pallaksch sviluppa laboratori teatrali e narrativi: «Con G.A.P., le attività di Pallaksch si arricchiscono di un’occasione entusiasmante» dice il direttore artistico Giacomo Lilliù. «Scegliere le arti performative per contribuire al recupero e alla rigenerazione del tessuto intergenerazionale vuol dire dimostrare ancora una volta quanto i giovani professionisti del contemporaneo desiderino assumersi concretamente la responsabilità di rinnovare il ruolo della creazione artistica, che deve tornare centrale per lo sviluppo di comunità complesse e votate all’ascolto. I laboratori teatrali curati da Matteo Principi e dalla sua squadra di formatori e formatrici offriranno un percorso di formazione eclettico, qualificato e orizzontale, mosso dalla certezza che la cultura può sprigionare benessere solo come effetto di un profondo dialogo fra artista e pubblico.» Sanidoc avvia a settembre 2026 percorsi dedicati al benessere finanziario e al public speaking. «Abbiamo progettato due percorsi distinti» spiega Oliviero Gorrieri, presidente Sanidoc. «Il primo, dedicato al benessere finanziario, fornirà strumenti pratici per una gestione serena del patrimonio, grazie alla competenza del consulente Simone Petrelli e di Norella Marzioni (Patronato CNA). Il secondo, un corso di Public Speaking curato dalla formatrice Alessia Racci Chini, ha l’obiettivo di trasformare la memoria storica in narrazione magnetica: vogliamo che gli anziani non siano solo custodi del passato, ma comunicatori efficaci capaci di ispirare le nuove generazioni.»
Un esperimento da consolidare
Il modello che GAP sperimenta ad Ancona punta sulla costruzione di reti in cui la solidarietà diventa risorsa strutturata. «Ancona sta costruendo una risposta strutturata alle fragilità sociali del nostro tempo, su più fronti e con progetti che si integrano tra loro» conclude l’assessore alle Politiche Sociali Manuela Caucci. «GAP è uno di questi: trasforma un problema demografico in un’opportunità concreta di coesione sociale, ed è il tipo di welfare su cui questa amministrazione vuole continuare a investire.» Se funziona, il passo successivo è farne un servizio stabile. I prossimi mesi diranno se l’esperimento regge.
Una colorata, partecipatissima festa, l’inaugurazione il 29 aprile all’ Aspio e a Gallignano rispettivamente del campo di calcio e del campo di calcio a cinque, riaperti dopo significativi lavori di rifacimento in carico in buona parte al Comune. A presiedere il taglio del nastro, gli assessori agli impianti sportivi DanieleBerardinelli, allo Sport Giovanni Zinni (vice sindaco) e ai Lavori Pubblici Stefano Tombolini. Con loro l’Arcivescovo di Ancona, mons. Angelo Spina, il Presidente del Comitato Coni Marche, Fabio Luna (non poteva mancare), la stampa sportiva- ospite d’onore Paolino Giampaoli- e naturalmente dirigenti federali e delle società sportive che hanno curato ogni dettaglio della festa. L’intervento dell’impianto dell’Aspio è stato particolarmente consistente ed ha riguardato il rifacimento del manto sintetico, sostituito con uno di ultima generazione, di tipo vegetale con l’inserimento di un sottotappeto elastico atto a salvaguardare le articolazioni degli atleti. Sono state inoltre realizzate opere di efficientamento energetico negli spogliatoi (cappotto termico, pannelli fotovoltaici e altre opere) e sostituita la vecchia con una nuova illuminazione del campo, a proiettori led. Il costo, pari a circa 800mila euro è stato compartecipato dal Comune (20%), il resto coperto con bando specifico. Nettamente più contenuti i costi della riqualificazione del campo di calcio a cinque di Gallignano (circa 70.000 euro, con mutuo comunale) consistiti nel rifacimento del manto erboso sintetico e della recinzione perimetrale. Con la stessa spesa è stato fatto rientrare il restyling della pista polivalente adiacente.
Siamo andati a conoscere i protagonisti di una nuova realtà teatrale che ha debuttato ad Ancona. Un racconto corale che parla di passione, della sacralità del palcoscenico e di una sfida artistica rara in Italia: una compagnia in grado di dare una inconsueta stabilità.
Di fronte a un gruppo di attori che hanno appena condiviso una convivenza intensiva, dopo il processo di selezione che ha portato alla creazione della Compagnia Giovani di Marche Teatro, si percepisce subito una vibrazione particolare che si crea all’interno di un gruppo molto coeso.
Nata nell’ottobre 2025, la Compagnia è composta da dodici professionisti — Nicolò Ausili, Sabrina Caliri, Federica Clementi, Silvia Donzelli, Marco Gabrielli, Michele Augusto Magni, Zelia Pelacani Catalano, Alma Poli, Arianna Primavera, Matteo Principi, Luca Quarchioni e Francesco Santarelli.
Non sono solo colleghi; sono reduci da un’esperienza che mescola vita quotidiana, fatica e quella “sacralità” che solo il teatro sa conservare. Li abbiamo incontrati per farci raccontare un po’ di loro, cosa significhi oggi scegliere il mestiere dell’attore e come è stato tornare nelle Marche dopo anni di esperienze in giro per l’Italia e l’Europa.
L’urgenza di uscire dal “mondo comune”
Molto spesso le passioni nascono in giovane età, ma c’è anche una spinta più profonda quando si decide di intraprendere la carriera dell’attore. Come è nata questa vostra passione?
“Siamo tutti specializzati, veniamo dalle accademie di Milano, Roma, Genova o Torino,” spiegano i membri della compagnia. “Ma oltre alla formazione, c’è qualcosa di comune che sentiamo dentro: un’energia che cerca di uscire. Tutti noi forse, in un modo o nell’altro ci sentivamo fuori posti nel ‘mondo comune’, quello quotidiano. Incontrare il teatro è significato entrare dentro un mondo straordinario dove puoi buttare fuori quel quid, quella vitalità e dove esprimere te stesso senza inibizioni.”
Per molti di loro, la scintilla è nata a scuola, grazie a laboratori teatrali, oppure nell’innamoramento per il luogo-teatro e si è consolidata grazie alla forte connessione con il pubblico: “Per me è stato come entrare in una chiesa,” confessa una delle attrici. “Anche se non sei credente, senti l’odore, ti arriva l’idea di qualcosa di sacro. È forse uno dei pochi riti rimasti, che riesce a trasmettere quel senso di meraviglia che ci portiamo dietro da bambini.”
La precarietà come compagna di viaggio
Scegliere questa strada oggi richiede una buona dose di ostinazione. Oltre alla poesia, c’è la realtà di un mestiere precario. Come la vivete?
“È così. Questo lavoro è un privilegio, si potrebbe dire lo abbiamo scelto perché non avevamo voglia di lavorare” dice con ironia uno degli attori “ma anche una fatica enorme. Solo il 10% di chi ci prova riesce a farlo davvero. Si tratta di sopportare lo stress, la competizione e i periodi di vuoto. Finisci un lavoro e magari per un anno non sai cosa farai.”
Questa precarietà non è solo economica, ma anche emotiva. “Abbiamo vissuto un mese insieme a Villa Nappi, mangiando e provando sempre insieme, creando una famiglia. E poi? Magari dopo l’estate non ci vedremo più. È difficile, ma è il nostro mestiere. La compagnia si forma, vive intensamente e poi si scioglie.”
Tuttavia, questo progetto ha un’ambizione diversa: “In Italia è raro, ma noi vogliamo costruire una progettualità duratura, sul modello delle compagnie stabili. E nella prosecuzione di questa collaborazione vedremo cosa diventerà questo rapporto emotivo che abbiamo creato.” Infatti, dopo “L’impresario di Smirne” scritto e diretto da Giuseppe Dipasquale, Direttore di Marche Teatro, la Compagnia si scioglierà così che ogni membro possa dedicarsi ad altri progetti, e si riunirà per progetti futuri.
Il ritorno a casa: il debutto ad Ancona
Tra voi ci sono attori marchigiani e due (o tre) proprio di Ancona. Che effetto fa tornare a recitare nella propria città?
“Per me è stato strano,” racconta uno di loro. “Quando esci dall’accademia, Ancona non è la prima città che ti viene in mente per lavorare. Debuttare qui è stata una responsabilità in più: tra il pubblico c’erano persone che mi conoscono bene. È stato emozionante proprio per questo motivo.”
L’esperimento: condivisione e rotazione dei ruoli
Una caratteristica interessante di questo spettacolo è la rotazione dei personaggi. Com’è stato cambiare “pelle” e condividere il ruolo con un collega?
L’esperimento, nato inizialmente con l’idea di avere addirittura quattro cast, si è poi stabilizzato su due rotazioni. Una scelta che gli attori definiscono stimolante: sicuramente che li ha costretti a mettersi in gioco ma che è stata molto utile per “rubare” l’uno dall’altro strumenti da utilizzare nella resa del personaggio.
“È bellissimo avere qualcuno con cui condividere il percorso del personaggio. Io rubo da te, tu rubi da me. È una costruzione condivisa che ti toglie dalla comfort zone,” spiegano. “Se io e la mia collega abbiamo fisicità e strumenti diversi, contagiarci a vicenda ci permette di uscire da quello che pensiamo di sapere di noi stessi.”
E il pubblico come reagisce?
“Lo spettacolo è lo stesso, ma sono due arie diverse. Il pubblico ride in momenti differenti perché l’energia cambia totalmente. È anche una trovata di marketing geniale,” scherzano, “perché se vuoi vedere l’altra sfumatura della storia, devi tornare la sera dopo!”
Quando ho parlato con loro, la compagnia si stava preparando per la replica serale. Sono emerse chiaramente, nonostante la stanchezza e la fatica, la sintonia tra loro, la dedizione al teatro e l’entusiasmo per un progetto che li fa guardare al futuro con una nuova determinazione.
Intervista al presidente Luigi Conte e al direttore Marco Zannini
Il Parco del Conero è oggi una realtà dinamica e riconoscibile sul territorio che aspira a diventare Parco Nazionale con l’iter legislativo già avviato e condiviso da tutte le forze politiche, l’approvazione della Commissione Ambiente e l’attesa per le coperture finanziarie al MEF per diventare legge. Il rinnovato Consiglio Direttivo si è insediato da pochi giorni e Luigi Conte, su indicazione della Regione Marche è stato confermato a Presidente dopo essere subentrato nel dicembre 2023 a Daniele Silvetti.
Presidente Conte che cosa significherebbe, nel concreto, la trasformazione da Parco Regionale a Parco Nazionale?
“Significherebbe la svolta. Sotto l’aspetto economico diventando parco nazionale si avrebbero a disposizione risorse economiche decisamente superiori a quelle attuali e la possibilità di completare la pianta organica che già oggi prevederebbe 15 dipendenti con varie specializzazioni e che oggi ne conta la metà. Oggi, ad esempio, non abbiamo in organico un biologo marino che possa dedicarsi esclusivamente alle problematiche del mare e rafforzare la collaborazione l’Università Politecnica delle Marche con cui da anni collaboriamo. Il nodo del personale è fondamentale anche nell’attività di formazione e informazione che portiamo avanti nelle scuole attraverso il nostro CEA – Centro di Educazione Ambientale e per la gestione del Centro Visite del Parco e dell’Archeodromo del Conero. Il Presidente Acquaroli mi chiese di 2 anni fa di contribuire a rendere il parco sempre più amico dei cittadini e me lo ha confermato anche al momento di rinnovarmi la fiducia per un nuovo mandato dialogando e collaborando con le amministrazioni comunali di Ancona, Camerano, Numana e Sirolo cosa che avviene puntualmente con reciproco sostegno e soddisfazione.
Il Parco del Conero è un piccolo parco regionale che, nonostante le dimensioni ridotte, ha una straordinaria biodiversità, è un parco a terra ma che si affaccia sul mare che bagna tre dei suoi quattro comuni compreso il capoluogo di regione, ha un clima che consente la fruizione 12 mesi l’anno, ha saputo in questi anni affrancare come riferimento per residenti e turisti acquisendo una riconoscibilità che può e deve crescere ancora. L’inserimento di “Adesso Parco” nel dossier per Ancona Capitale della Cultura 2028, straordinario successo per tutto il territorio, significa un’attenzione importante alla sostenibilità ambientale, alla valorizzazione delle risorse naturali, paesaggistiche ed una dichiarazione d’intenti legata alla realizzazione del GeoParco ma è anche la conferma, come detto dal Sindaco Silvetti, che Ancona è certamente Città di Porto ma è anche Città di Parco e lo sarà sempre di più quando diventeremo Parco Nazionale includendo all’interno dell’area protetta anche il Parco del Cardeto.
Marco Zannini è il Direttore del Parco e, con il suo staff, è chiamato ad associare gli aspetti scientifici della conservazione e tutela dell’ambiente con quelli pratici delle esigenze degli operatori turistici e balneari e dei cittadini-residenti.
In molte regioni italiane si discute oggi del rischio di overtourism e di sovraccarico ambientale dei parchi costieri. Qual è la sua visione, direttore, di un turismo marino sostenibile e integrato?
“Il mare, la costa, le spiagge sono attrattori fenomenali per il turismo locale, nazionale e internazionale. Le sue enormi potenzialità devono essere ben gestite nell’ottica della promozione della Riviera del Conero con il suo territorio caratterizzato da paesaggi rurali e piccoli borghi che sono un’ulteriore eccellenza. L’offerta riguarda esperienze ma anche preziose occasioni di scoperta sotto l’aspetto naturale e la scoperta di prodotti enogastronomici come il vino, il miele, l’olio, da assaggiare ed acquistare, l’artigianato tipico, la cultura, la storia, l’arte. Ciò può avvenire sempre di più nei mesi primaverili e autunnali nei quali la presenza di turisti stranieri può essere incrementata a patto però di essere capaci di offrire servizi e accoglienza qualificata”.
Il ciclo di eventi “Serate Natura” manda un segnale forte di destagionalizzazione e cultura diffusa. Qual è la strategia del Parco per trasformare queste esperienze in modelli permanenti di turismo lento e culturale?
“Il nostro lavoro per formare ed informare è continuo, convinti che la consapevolezza delle ricadute ambientali delle nostre azioni può preservare la biodiversità, vincoli e ripristini ambientali non sempre danno i risultati sperati. Durante l’anno scolastico portiamo nelle scuole ed in favore dei più giovani l’educazione ambientale con i 5 CEA – Centro di Educazione Ambientale collegati alla rete Infea del Parco del Conero. Il ciclo di eventi “Serate Natura” è invece prevalentemente dedicato ai residenti e turisti che vivono questo territorio e che spesso hanno curiosità di conoscere lo scrigno di biodiversità che li circonda. Grazie al Gruppo Fotografico “La Notte” e ad altri volontari offriamo occasioni per informare e affascinare grazie a foto e video di piccoli e grandi specie animali e vegetali che vivono il territorio sopra e sotto il mare. La bellezza dei colori, il fascino di piante ed animali in piacevoli serate gratuite all’aperto attirano chi passeggia nei centri storici dei nostri borghi a fermarsi per vedere, ascoltare ed imparare. In quei momenti distribuiamo materiale informativo sulle buone pratiche da tenere per rispettare la natura e gli animali durante il soggiorno. Il progetto CRI 572 in collaborazione con il Cai sez. Ancona e la Croce Rossa Italiana Comitato di Osimo ci ha consentito di produrre un folder informativo per affrontare l’escursione nei 18 sentieri ufficiali del Parco del Conero in piena sicurezza senza mettere a rischio la propria incolumità. Gli aspetti formativi e informativi sul lupo, il cinghiale e l’avifauna in generale sono altri aspetti primari come la divulgazione di buone pratiche per conviverci e capirne il valore ecologico dell’ambiente che ci circonda.
L’equilibrio tra uomo e natura ha presentato negli anni alcune criticità come nel caso del Mosciolo Selvatico di Portonovo presidio Slow Food. Cosa si può fare per conservare gli habitat?
“Il degrado dell’Habitat 1170 definito dalla Rete Natura 2000 che riguarda il Mosciolo selvatico di Portonovo riscontrato soprattutto nell’estate scorsa ne dimostra la fragilità e il bisogno di riflettere sulla gestione del prezioso mitile che ha soprattutto un carattere identitario per questo territorio oltre che economico. Esso è minacciato dall’innalzamento delle temperature, dalla mucillaggine, dell’alterazioni dei fondali, dall’intorbidimento dell’acqua e, come dimostrato dagli studi effettuati, ciò indurrebbe a consigliare la sospensione totale del prelievo del mosciolo selvatico di Portonovo, presidio Slow Food sino alla ricostituzione di popolazione abbondante di mitilo. Il problema dell’erosione costiera è aggravato dalla drastica riduzione delle foreste di alghe brune del genere Cystoseira e Gongolaria che con la loro presenza riuscivano ad attutire la forza delle mareggiate. La gestione delle attività antropiche in mare e lungo la costa è la sfida che attualmente ci vede coinvolti a fianco degli enti locali, dell’Università, della Capitaneria di Porto e delle altre categorie e associazioni legate al mare. Il degrado degli habitat marini e la scomparsa di alcune specie di interesse comunitario è un problema serio e in alcuni casi come quello della Pinna nobilis, sembrerebbe irrimediabile.
Uscendo dal mare, essendo il Parco del Conero un parco a terra che necessita di cura e manutenzione. Quali sono le priorità?
“Il ruolo del Parco è quello della tutela e della conservazione della natura e dell’ambiente così come lo è quello di promuovere la sostenibilità, la cultura del rispetto e l’accessibilità per tutti. Sono asset fondamentali per noi che perseguiamo sperimentando e comunicando i principi della rinaturalizzazione di aree degradate come è successo ad esempio con l’ampliamento del Lago Grande o dell’area attrezzata delle Terrazze di Portonovo, o a Piani di Raggetti per il contenimento dell’ailanto. In aree molto frequentate cerchiamo di canalizzare la fruizione con progetti che favoriscono l’accessibilità alla sentieristica anche per soggetti a ridotta mobilità come per il sentiero 309 “anello di Portonovo” che stiamo portando avanti per stralci funzionali. Grazie alla partecipazione in partenariati internazionali a progetti legati alla tutela del mare, della falesia, delle api e dei chirotteri portiamo avanti la nostra missione di tutela dell’ambiente. Con la manutenzione dei sentieri ufficiali del Parco, grazie all’ausilio soprattutto dei volontari e la convenzione con i VAB Marche, garantiamo la fruizione in sicurezza del parco e la prevenzione agli incendi boschivi. Monitoriamo il lupo e conteniamo la popolazione di cinghiale mediante attività di prelievo da parte di personale formato. La fruizione del territorio da parte dei turisti è garantita anche attraverso la professionalità delle guide naturalistiche e turistiche certificate dall’Ente parco come Guide del Parco”.
Alla sua 29esima edizione, il festival è sostenuto e promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Ancona, come evento fortemente identitario e connaturato alla vita culturale della città.
Ecco come sarà la principale piazza cittadina che si appresta a diventare fulcro della musica estiva in città. Amministrazione al lavoro per approntare la nuova location.
C’è un punto, dentro Palazzo Ferretti, che rende l’idea del Museo: la terrazza vanvitelliana si apre sul porto antico, guarda il mare e allo stesso tempo tiene alle spalle i colli del Guasco e dei Cappuccini. È un affaccio che contiene la città e il suo racconto. Non è un caso che Diego Voltolini, direttore del Museo Archeologico Nazionale delle Marche, scelga proprio questo luogo per spiegare cosa è oggi il MAN: una istituzione che non si limita a conservare, ma interpreta il territorio e lo restituisce al pubblico come esperienza.
Diego Voltolini è archeologo e funzionario del Ministero della Cultura, dal 2022 direttore del Museo Archeologico Nazionale delle Marche. Formatosi all’Università di Padova, ha maturato una solida esperienza nella ricerca e nella tutela del patrimonio, con studi dedicati alle culture preromane dell’Italia settentrionale e adriatica. Dopo anni di attività sul campo e incarichi nella Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle Marche, oggi guida il MAN in una fase di trasformazione che intreccia riallestimenti, valorizzazione dei depositi e nuovi modi di raccontare il patrimonio. Il suo lavoro si colloca tra rigore scientifico e apertura al pubblico, con l’obiettivo di rendere il museo uno spazio sempre più accessibile e connesso alla città.
Quando è entrato per la prima volta al Museo Archeologico Nazionale delle Marche da direttore, cosa ha guardato per capire da dove partire? Sono entrato al M A N Marche come primo giorno da direttore il 14 febbraio 2022, era un lunedì. Museo chiuso, ingresso dalla porta secondaria su piazza del Senato. Ed è l’ingresso giusto per guardare il museo da dentro: la prima mia necessità era conoscere la “macchina” che permette al museo di muoversi, per comprendere come poterci lavorare al meglio. Perché il museo è fatto, prima che dal palazzo e dalle collezioni, dalle persone che si applicano quotidianamente con il proprio lavoro all’interno: custodi, amministrativi, tecnici, tutti i colleghi con i quali avrei lavorato negli anni seguenti e che sono i motori fondamentali.
Il MAN è un museo stratificato, per collezioni e per storia. Qual è oggi, secondo lei, il suo punto di forza meno evidente? Forse l’aspetto meno percepito da parte del pubblico del M A N Marche è proprio la sua portata complessiva: è davvero il racconto umano nelle Marche nei suoi molteplici e sfaccettati aspetti. Non il museo di un luogo, ma il museo che si fa concretamente vetrina e invito per un intero territorio regionale.
Ancona ha appena avviato il percorso verso Capitale della Cultura 2028. Che tipo di relazione immagina tra il MAN e questa traiettoria? La nomina a Capitale della Cultura 2028 è un importante risultato per Ancona, la Direzione regionale Musei nazionali Marche, con il direttore Luigi Gallo, ha supportato attivamente la candidatura con nostre proposte, inserite nel dossier di candidatura. Il M A N Marche custodisce le radici più antiche di Ancona e del territorio, ma la traiettoria è anche più ampia. L’impegno e la collaborazione è di tutto l’Istituto Palazzo Ducale di Urbino – Direzione regionale Musei nazionali Marche, con i diversi luoghi della cultura, dalla Galleria Nazionale delle Marche a Urbino al Museo nazionale di Ascoli Piceno.
Il museo conserva alcune delle testimonianze più rilevanti della civiltà picena. Come si traduce questo patrimonio in un racconto accessibile per chi entra oggi, magari senza una preparazione specifica? I Piceni sono la prima identità storica del versante adriatico dell’Italia centrale. Ad Ancona conserviamo la più importante collezione al mondo e, proprio per questo, stiamo lavorando al suo riallestimento per renderla accessibile e comprensibile a tutti, in primo luogo ai non addetti ai lavori. In questo 2026 inaugureremo la sezione museale dedicata alla Civiltà picena nelle Marche, con l’allestimento firmato da Franco Minissi restaurato e con un percorso di visita ripensato. L’obiettivo? Sentire il visitatore che, uscendo, dica “magnifici questi Piceni”!
Lei viene da un percorso di ricerca sul campo. Quanto resta, nel suo lavoro quotidiano, quello sguardo da archeologo che scava e interpreta? L’archeologia è, in primo luogo, un metodo di approccio al mondo: dato – ipotesi – interpretazione. Ed è un metodo che si applica a tutti i meccanismi di conoscenza, non solo allo scavo in cantiere. Ogni giorno, quando studiamo un reperto, quando ne analizziamo il contesto archeologico, quando leggiamo le documentazioni di scavo, in museo applichiamo la stessa metodologia della ricerca archeologica. Poi certamente il lavoro di coordinamento di un museo ha tanti altri aspetti che differiscono da quelli del cantiere di scavo, ma sono due facce della stessa medaglia e la materia prima è la stessa: l’essere umano attraverso le sue tracce materiali.
Oggi il museo si pone sempre più come luogo di esperienza, non solo di conservazione. Dove si colloca il MAN dentro questo cambiamento? Se il museo si limitasse a conservare, avrebbe fallito nella sua missione, sia dal punto di vista etico sia da quello sociale. ICOM ci offre la definizione sintetica e precisa di cosa è il museo: fa ricerca, colleziona, conserva, interpreta ed espone il patrimonio culturale. E il M A N Marche sta rinnovandosi in questa direzione: non un contenitore di oggetti, ma un luogo dinamico, un attore vivo nel tessuto sociale, un interlocutore. Non un luogo di esperienza “confezionata”, ma un luogo nel quale è l’interazione fra il visitatore e il patrimonio a generare l’esperienza. Ogni volta unica, ogni volta personale.
Il riallestimento e i progetti legati al PNRR stanno incidendo sulla struttura del museo. Qual è il cambiamento più significativo per il pubblico? Il PNRR ha rappresentato una grande risorsa per tutti i musei nazionali delle Marche. Basti pensare a quanto è cambiato il Palazzo Ducale a Urbino e al respiro davvero contemporaneo che ha oggi quel luogo straordinario. Ad Ancona ha permesso di rendere accessibili al pubblico i depositi, con il progetto Depositi Aperti. Un grande atto di restituzione alla fruizione di un’enorme mole di patrimonio culturale, più di 6.000 reperti, in spazi – peraltro di alto profilo storico-architettonico – mai visti prima dal pubblico. E in combinato, sempre grazie al PNRR, stiamo anche digitalizzando questi spazi, per una fruizione ancor più aumentata.
Ancona è una città di porto, di attraversamenti, di stratificazioni culturali. In che modo questo carattere si riflette, o può riflettersi di più, nel museo? Ancona è tante cose. Città di porto, città sempre in salita, città dai mille scorci inaspettati. E il M A N Marche un po’ le somiglia. Ultimamente un collega, visitando per la prima volta il museo, mi ha detto “ma è più grande dall’interno che da fuori”. E lo stesso è Ancona. È una città piccola, ma è anche una moltitudine di cose diverse.
Che tipo di pubblico entra oggi al MAN e quale pubblico, invece, sente ancora distante? Oggi il ventaglio di pubblico si sta ampliando. Il museo non parla più solo agli esperti, ai cultori, ma anzi, vede come primo interlocutore proprio il pubblico che di archeologia non sa nulla. Chi entra al M A N Marche lo fa per tanti motivi: qualcuno vuole vedere Palazzo Ferretti, qualcuno è appassionato di archeologia, o a volte semplicemente è incuriosito dalla terrazza visibile già dal portone principale. Ci sono segmenti ancora “lontani” dal museo, come la fascia di età degli adolescenti, un pubblico molto da studiare e capire, ma anche, sorprendentemente, sono spesso lontani proprio i cittadini che hanno il museo a un passo. Ancona 2028 sarà l’occasione anche per cercare di ricucire questa distanza.
I depositiI depositiI depositi
Il lavoro sui depositi e sulla loro apertura rappresenta una frontiera importante per molti musei. Che cosa significa, in concreto, “rendere visibile” ciò che normalmente resta nascosto? I depositi sono una enorme risorsa, è un patrimonio che deve tornare al pubblico. Si tratta di un indirizzo generale della museologia contemporanea, qui nelle Marche il Direttore regionale dei Musei nazionali Luigi Gallo ha dato precise linee. I depositi come luoghi di conservazione, di ricerca, di studio e anche come spazi per il pubblico. Significa mostrare anche il ventre vivo del museo e permette inoltre di ripensare il percorso di visita riducendo il numero di oggetti, che possono essere in ogni caso a disposizione nei Depositi Aperti.
Nel suo ruolo, quanto pesa l’equilibrio tra tutela, ricerca e valorizzazione? E dove si gioca oggi la partita più delicata? Non è una partita. Non esiste ricerca e valorizzazione senza tutela, e si svuoterebbe di significato la tutela senza la valorizzazione e la ricerca. Non si tratta di tirare il lembo della coperta dall’una o dall’altra parte, tutti e tre gli aspetti devono viaggiare alla pari e con un comune intento, rivolto all’interesse pubblico. Al centro di tutto c’è sempre il patrimonio culturale.
Se dovesse indicare un oggetto, una sala o un dettaglio del museo da cui partire per capire davvero il MAN, quale sceglierebbe e perché? Domanda difficile. Sceglierei un luogo del museo, la terrazza vanvitelliana. Fa parte dell’ampliamento settecentesco di Palazzo Ferretti, ci parla di molte cose. Ci parla della storia della città, legata ai conti Ferretti, ma ci parla anche del paesaggio culturale del porto antico sul quale si affaccia. Il paesaggio e il territorio, che sono la pietra di fondazione dell’idea di un museo archeologico delle Marche fin dalla sua esplicita origine. Il mare di fronte, rivolto al tramonto, con le spalle protette dai colli del Guasco e dei Cappuccini: il museo come racconto del territorio, è questa la chiave e l’anima del M A N Marche.
Che idea di museo vuole lasciare alla città tra qualche anno, al termine di questo ciclo di trasformazione? Al termine della trasformazione l’obiettivo è avere un museo che sia un concreto attore culturale contemporaneo. Un luogo della cultura a tutto tondo, nel quale il visitatore possa trovare un arricchimento e un benessere personale, il ricercatore uno spazio adeguato per accrescere la conoscenza di tutti, il bambino una scintilla di curiosità. Ma, più ad ampio respiro, un luogo percepito come vivo e aperto.
Di Claudio Bruschi, studioso e divulgatore di storia locale
Tra le varie offerte culturali che la città potrà offrire durante l’anno in cui sarà Capitale della Cultura Italiana, c’è una piccola “chicca” che è ancora poco conosciuta agli anconetani stessi. Si tratta del “Museo Civico del Risorgimento” che si trova in piazza Benvenuto Stracca presso la sede della Deputazione di Storia Patria per le Marche. Il Museo raccoglie cimeli e documenti di quel periodo passato alla storia come “Risorgimento”. Vi si può ammirare la penna con cui Vittorio Emanuele II firmò, da villa Colonnelli a Posatora, il “Proclama ai Popoli Meridionali” nel settembre 1860, la casacca rossa di Augusto Elia, ferito a Calatafimi per fare scudo a Garibaldi, manifesti, divise ed altro ancora. Una serie di pannelli illustra le vicende che hanno coinvolto Ancona in quell’eroico periodo. Allestito con cura da Palermo Giangiacomi, commediografo, storico, scrittore amante della sua Ancona, il Museo fu inaugurato il 4 novembre 1919, un anno esatto dopo la fine della Prima Guerra Mondiale (o 4° guerra d’Indipendenza), presso alcuni locali del Palazzo di Giustizia in corso Mazzini. Passato non indenne attraverso le vicissitudini della Seconda Guerra Mondiale e del terremoto del 1972, era stato confinato in alcune casse depositate in luoghi insalubri. Finalmente, nel 2023, quanto ancora rimasto, ha trovato degna collocazione nei locali della Deputazione che se ne è presa carico per restituire ai cittadini anconetani la fruibilità di un bene per troppo tempo rimasto inutilizzato. Inoltre, da quando è stato riallestito, il Museo si è anche arricchito di nuove dotazioni quali alcuni busti di personaggi risorgimentali opera di famosi scultori locali (Morelli, Castellani, Blasi, Emendabili) di proprietà della Provincia di Ancona e ivi depositati e di altro materiale pervenuto da singoli cittadini. Adesso l’auspicio è che gli Anconetani facciano loro questo patrimonio andandolo a visitare per rendersi conto di quanto sia stata complessa e gloriosa la storia della loro città in quei turbolenti anni.
Il 18 luglio 1944 le truppe alleate entrarono in una Ancona semidistrutta a causa dei 178 bombardamenti aerei, navali e terrestri che l’avevano colpita; il lungo periodo dell’occupazione nazi-fascista era finito.
Le avanguardie del II Corpo d’Armata polacco, inquadrato nell’VIII Corpo d’Armata Britannico, entrarono ad Ancona attraverso Porta Santo Stefano e presero possesso della città per il quale avevano combattuto una dura battaglia iniziata il 1° luglio con gli aspri combattimenti di Filottrano e che era proseguita nelle campagne di Osimo e Offagna nell’arco di altri 18 giorni. Appena arrivate, le truppe alleate si prodigarono per riattivare la funzionalità del porto che consideravano vitale per l’approvvigionamento logistico delle truppe alleate che combattevano lungo la linea Gotica, linea difensiva tedesca che andava da Rimini a La Spezia.
I militari inglesi e polacchi si acquartierarono in città e presero possesso delle infrastrutture militari ancora funzionanti. Per sostenere un esercito così numeroso, c’era necessità di approvvigionarla quotidianamente di cibo e quindi furono messi in funzione i forni per il pane che si trovavano presso il “magazzino artiglieria”. Si trattava di un vecchio “panificio militare” costruito nel periodo 1862/63, tra le via Palestro e San Martino dove, ora che sono stati demoliti, si estende piazza Pertini.
La gestione del panificio fu data ai militari polacchi che lo resero perfettamente funzionante iniziando a sfornare quel pane bianco che ormai mancava da tanto tempo sulle tavole degli anconetani. Oltre al pane, i militari iniziarono a fare alcuni dolci tipici della Polonia tra cui i Drozdzowe dogaliki, una specie di brioches lievitate che prendevano origine da un dolce austriaco. In Italia, a parte alcune zone del Veneto che avevano più frequenti contatti con l’Austria, le brioches erano ancora sconosciute così che, quando si trattò di dare a questi dolci un nome italiano, gli anconetani li chiamarono “polacche”. Ancora oggi il nome è rimasto e indica un tipo di cornetto caratterizzato da una glassa superficiale e da un modesto ripieno di pasta di mandorle che lo rende assolutamente gustoso per la prima colazione.
La prevenzione entra in aula e coinvolge direttamente gli studenti. Ha preso il via al Liceo scientifico Savoia il progetto nazionale SUNTEL (SUN & Telematic Learning), percorso di teledidattica e peer education rivolto alle scuole secondarie di secondo grado per promuovere la prevenzione dei tumori cutanei e un’esposizione solare consapevole. L’iniziativa, che apre l’anno scolastico 2025-2026, vede l’adesione del Comune di Ancona con l’assessore Antonella Andreoli, presente all’incontro inaugurale, che ha espresso soddisfazione per questa “campagna di prevenzione concreta, che parla ai giovani con strumenti adeguati e che quindi è un importante investimento educativo sulla salute dei ragazzi. La dirigente scolastica Maria Alessandra Bertini ha sottolineato il valore civico del progetto, inserito nei percorsi di educazione alla salute e cittadinanza attiva, con gli studenti chiamati a diventare protagonisti nella diffusione della cultura della prevenzione.
Ne parliamo con la professoressa Anna Campanati, Unità Operativa di Dermatologia, Dipartimento di Scienze Cliniche e Molecolari dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria delle Marche, Università Politecnica delle Marche, intervenuta al primo incontro per approfondire il valore scientifico e l’impatto di queste iniziative sulle giovani generazioni. Dall’intervista emerge un vademecum chiaro e operativo per la prevenzione, articolato in un utile decalogo di comportamenti concreti.
Qual è oggi la diffusione del melanoma in Italia e nelle Marche, e quali sono i motivi di questa incidenza in costante aumento?
Oggi il melanoma è considerato una delle sfide più rilevanti in Italia, con una diffusione che ha registrato un’accelerazione significativa negli ultimi due anni. Il quadro aggiornato al 2025 basato sui dati AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e AIRTUM (Associazione Italiana Registri Tumori), ci restituisce una situazione attuale che vede numeri in netta crescita, ma con una prognosi sempre più favorevole, grazie ai progressi terapeutici ed all’aumento delle diagnosi precoci. In Italia L’incidenza del melanoma (ovvero le nuove diagnosi) nel 2025 è stata pari a 17.000 nuovi casi all’anno, un balzo considerevole rispetto ai 12.700 del 2023 (+30% circa). Tra gli under 50, il melanoma è il terzo tumore più comune per gli uomini e il secondo per le donne; un dato critico, poiché colpisce individui nel pieno della propria maturità professionale e relazionale. Nella regione Marche i nuovi casi di melanoma, diagnosticati presso i centri dermatologici del SSN, nell’anno 2025, sono stati 750 circa. La regione Marche, come gran parte del Centro-Nord, presenta tassi di incidenza superiori rispetto al Sud Italia. Questo è dovuto sia a fattori genetici (maggiore presenza di fenotipi a cute chiara) sia a una rete di screening e registrazione dei dati storicamente più capillare. Si possono individuare tre ragioni principali per questa “epidemia” di diagnosi di melanoma: • Cambiamento degli stili di vita: L’esposizione solare è diventata “intermittente e intensa” (week-end al mare, lampade abbronzanti, vacanze invernali al sole). Questo tipo di esposizione, che causa scottature acute, soprattutto in età pediatrica e adolescenziale, è il principale fattore di rischio per il melanoma. • Migliore capacità diagnostica: Oggi la capacità diagnostica è notevolmente migliorata per il melanoma. La diffusione della “mappatura dei nei” e l’incremento al ricorso di tecniche diagnostiche di imaging sempre più sofisticate (epiluminescenza, “total body map”) permettono di individuare lesioni piccolissime che un tempo sarebbero passate inosservate o diagnosticate solo in stadi avanzati. • Invecchiamento della popolazione: Come per quasi tutte le patologie oncologiche, l’aumento dell’aspettativa di vita porta statisticamente a un maggior numero di casi registrati, poiché i danni da raggi UV sono cumulativi nel tempo.
L’età giovanile rappresenta un momento particolarmente delicato rispetto ai fattori di rischio legati all’esposizione solare?
Assolutamente sì. L’età giovanile (infanzia e adolescenza) è considerata come il periodo critico che determina gran parte del rischio di sviluppare un melanoma in età adulta. Il motivo non è solo comportamentale, ma essenzialmente biologico. l’esposizione al sole tra gli 0 e i 20 anni è così determinante per 4 motivi:
La cute ha una “memoria biologica”. Il danno al DNA indotto dai raggi UV (in particolare gli UVA e UVB) è cumulativo.
L’effetto delle “scottature acute”. Anche solo due o tre scottature solari gravi (con formazione di eritemi dolorosi o vescicole) prima dei 20 anni possono raddoppiare il rischio di melanoma nel corso della vita.
La vulnerabilità del sistema immunitario cutaneo. Nei primi anni di vita, i meccanismi di riparazione del DNA e le difese immunitarie della cute non sono ancora pienamente sviluppati. La produzione di melanina (il nostro filtro naturale) è meno efficiente, rendendo i giovani più vulnerabili all’azione dei raggi UV.
Il legame con i Nei (Nevi). L’esposizione solare eccessiva durante l’infanzia favorisce la comparsa di un numero elevato di nei. Statisticamente, avere più di 50-100 nei sul corpo è uno dei principali fattori di rischio clinici per il melanoma. In sintesi: Proteggere un bambino oggi con creme ad alta protezione (SPF 50+), magliette tecniche e cappellini rappresenta una vera e propria assicurazione sanitaria contro il melanoma per i suoi prossimi 50 anni.
Entrando nel merito della prevenzione primaria, quali sono i comportamenti più corretti che un adolescente dovrebbe adottare durante l’esposizione al sole?
Quando parliamo di adolescenti, la prevenzione primaria è una sfida: bisogna conciliare il desiderio di abbronzatura (spesso legato a canoni estetici sociali) con la protezione biologica. Ecco sinteticamente i comportamenti corretti che un adolescente dovrebbe adottare (fig. 1) :
La Regola delle “Ore d’Oro” Evitare l’esposizione diretta tra le 11:00 e le 16:00. In questa fascia oraria i raggi UVA/B (i principali responsabili delle scottature e del danno al DNA) sono al loro picco di intensità. • Un trucco pratico: Guarda la tua ombra. Se è più corta di te, il sole è troppo alto e pericoloso; meglio stare sotto l’ombrellone o al chiuso.
Fotoprotezione Dinamica (Creme Solari) Non basta “mettersi la crema” una volta al mattino. La protezione deve essere: alta (SPF 50+): Indispensabile per i fototipi chiari, ma raccomandata a tutti nelle prime esposizioni; generosa: spesso se ne usa troppo poca. Serve circa il palmo di una mano per tutto il corpo; frequente: va riapplicata ogni 2 ore e sempre dopo ogni bagno o se si suda molto (anche se la crema è dichiarata “water resistant“). • Un trucco pratico: La regola dell’”unità polpastrello”. In termini di superficie, 1 “Unità Polpastrello” (una striscia di crema che va dall’ultima piega del dito indice fino alla punta) è adeguata a proteggere un’area corrispondente a circa 2 palmi di una mano (comprese le dita).
Protezione Fisica: Oltre la Crema. La crema solare non è uno “scudo totale” che permette di stare al sole all’infinito. La protezione migliore rimane quella fisica: • Indumenti: T-shirt, cappellino con visiera e occhiali da sole con filtri UV a norma CE (per proteggere anche la delicata zona oculare e perioculare). • Ombra: Ricordarsi che l’ombrellone non scherma il 100% dei raggi (passano per riflesso dalla sabbia), ma riduce drasticamente l’irraggiamento diretto.
No alle Lampade Abbronzanti. Questo rappresenta un punto più critico per gli adolescenti. L’uso di lettini o docce solari prima dei 30 anni aumenta il rischio di melanoma del 75%. • Nota bene: In Italia, per legge, l’uso dei solarium è vietato ai minori di 18 anni, proprio a causa dell’altissima suscettibilità della loro cute ai danni oncogeni.
Attenzione ai “Falsi Amici” • Il cielo nuvoloso: Le nuvole filtrano la luce ma non i raggi UV. Ci si può scottare gravemente anche con il cielo coperto. • Il vento e l’acqua: La sensazione di fresco sulla cute maschera il calore del sole, portando a esporsi più a lungo del dovuto senza accorgersi dell’eritema in corso.
Quali sono invece gli errori più frequenti che riscontrate nella pratica clinica?
Nella pratica clinica, il divario tra ciò che le persone pensano di fare e ciò che la loro cute subisce realmente è molto ampio. Gli errori più frequenti che riscontriamo non riguardano solo la dimenticanza della crema, ma veri e propri errori metodologici. Ecco i “falsi miti” e gli sbagli più comuni:
La “Sindrome del Primo Giorno” Molti pazienti riportanio ustioni solari dopo il primo weekend di sole. • L’errore: Esporsi per 6-8 ore consecutive il primo giorno di vacanza pensando che una singola applicazione di SPF 50 sia uno scudo indistruttibile. • La realtà: La cute ha bisogno di un adattamento graduale. La crema solare non è una licenza per restare al sole illimitatamente, ma uno strumento per ridurre il danno durante un’esposizione controllata.
Il Sotto-dosaggio (L’errore del “Tubetto Eterno”) È l’errore più diffuso in assoluto. Un tubetto di crema da 200 ml, se usato correttamente per tutto il corpo, dovrebbe durare al massimo 1 settimana per una persona adulta. • L’errore: Far durare lo stesso flacone per due o tre estati consecutive. • La conseguenza: Se applichi poca crema, l’SPF 50 si abbassa notevolmente.
Dimenticare le “Zone Ombra” Esistono aree del corpo che regolarmente sfuggono alla protezione e che sono spesso sede di ustioni solari • Le orecchie (soprattutto negli uomini o in chi ha i capelli corti). • Il dorso dei piedi e le dita dei piedi. • Il cuoio capelluto (specialmente in presenza di calvizie o diradamento). • Il retro delle ginocchia e l’incavo ascellare.
Il tranello del “Water Resistant” • L’errore: Pensare che se la crema è resistente all’acqua, rimanga sulla cute dopo il bagno. • La realtà: La dicitura indica che la crema mantiene l’efficacia mentre sei in acqua. Tuttavia, l’atto di asciugarsi con l’asciugamano rimuove meccanicamente l’80% del prodotto. La crema va riapplicata tassativamente dopo ogni bagno.
Il Paradosso dell’Ombra e delle Nuvole • L’errore: Non mettersi la crema perché “è nuvoloso” o “sto tutto il tempo sotto l’ombrellone”. • La realtà: La sabbia riflette fino al 25% dei raggi UV e l’acqua il 10%. Anche sotto l’ombrellone, ricevi una dose significativa di radiazioni indirette. Le nuvole, invece, lasciano passare fino all’80% dei raggi UV, eliminando però la sensazione di calore (infrarossi), rendendo l’ustione paradossalmente più probabile perché non si avverte il “bruciore” immediato.
L’applicazione ritardata • L’errore: Mettersi la crema una volta arrivati in spiaggia. • La realtà: I filtri chimici necessitano di circa 20-30 minuti per legarsi correttamente allo strato corneo della cute e iniziare a funzionare. La protezione andrebbe applicata a casa, prima di uscire.
Il progetto SUNTEL punta molto sulla peer education. Dal punto di vista medico e comunicativo, perché la formazione tra pari può risultare più efficace rispetto alla lezione tradizionale quando si parla di salute e prevenzione?
Il progetto SUNTEL, promosso dall’Intergruppo Melanoma Italiano e ideato dal Prof. Ignazio Stanganelli, puntando sulla peer education (educazione tra pari), intercetta una delle dinamiche psicologiche e comunicative più potenti dell’adolescenza. Dal punto di vista medico e sociologico, questa strategia è spesso più efficace della “lezione frontale” per diverse ragioni fondamentali:
Abbattimento delle Barriere Difensive Nella lezione tradizionale, il medico o l’insegnante rappresentano l’autorità. Questo può innescare nel giovane un meccanismo di resistenza o di “percezione del rischio lontano” (il classico “lo dice perché è il suo lavoro”). Il “peer” (il compagno di scuola o l’amico) parla la stessa lingua, condivide gli stessi dubbi e, soprattutto, gli stessi canoni estetici (come il desiderio di essere abbronzati). La comunicazione non è più calata dall’alto, ma è uno scambio orizzontale che genera meno resistenza.
Credibilità e “Modello di Ruolo” In dermatologia, la prevenzione passa spesso per comportamenti che gli adolescenti percepiscono come “poco cool” (mettere la crema, indossare la maglietta, evitare le lampade abbronzanti). Se è un coetaneo a spiegare che proteggersi non significa rinunciare al divertimento, ma evitare danni futuri e invecchiamento precoce, il messaggio acquisisce una validità sociale che il medico non può trasmettere. Il pari diventa un modello di comportamento positivo e imitabile.
La Teoria dell’Azione Ragionata Molti comportamenti a rischio non dipendono dalla mancanza di informazioni (gli adolescenti sanno che il sole scotta), ma dalla pressione del gruppo. La peer education agisce sulla “norma soggettiva“: se il gruppo inizia a considerare la protezione solare come un comportamento intelligente e “normale“, l’individuo si adegua per non sentirsi escluso. Si sposta la percezione della protezione solare da “obbligo medico” a “scelta consapevole del gruppo“.
Quanto è importante la diagnosi precoce?
In parole molto semplici: la diagnosi precoce nel melanoma non è solo importante, è quella che ti salva la vita. “Arrivare prima” è una questione di millimetri: Il melanoma è un tumore che cresce inizialmente sulla superficie della cute (come una macchia). Se lo prendi quando è sottile (meno di 1 millimetro), basta un piccolo intervento di chirurgico superficiale, in anestesia locale, per eliminarlo per sempre. In questo caso, guarisci nel 95-100% dei casi. Se invece aspetti e il tumore scende in profondità, superando gli strati superficiali della cute può incontrare i vasi sanguigni e linfatici, con possibile disseminazione delle cellule neoplastiche a distanza. In sintesi: • Preso subito: è un problema limitato alla cute che si risolve, nella maggior parte dei casi, con un piccolo intervento chirurgico superficiale. • Preso tardi: diventa una malattia difficile da curare che richiede terapie complesse.
Quali segnali devono imparare a riconoscere i ragazzi e quando è opportuno rivolgersi a uno specialista?
Per i ragazzi, imparare a “leggere” la propria cute è un po’ come imparare a riconoscere una notifica sospetta sullo smartphone: bisogna capire quando ignorarla e quando invece richiede un’azione immediata. Non serve diventare ansiosi, basta diventare dei buoni osservatori. Ecco i segnali da monitorare e quando è il momento di alzare la mano.
I 5 Segnali d’Allarme: La Regola ABCDE Questa è la “bussola” della prevenzione. Se un ragazzo nota un neo che presenta una o più di queste caratteristiche, deve parlarne con i genitori o il medico: • A come Asimmetria: Se immagini di dividere il neo a metà con una linea, le due parti sono molto diverse tra loro? • B come Bordi: I bordi sono frastagliati, irregolari o “sfumati” come una macchia d’inchiostro sulla carta assorbente? • C come Colore: Il neo ha zone di colori diversi (marrone chiaro, nero pece, rosso o addirittura bianco/grigio)? • D come Dimensioni: Il diametro è superiore ai 6 millimetri (all’incirca la grandezza della gomma in cima a una matita)? • E come Evoluzione: Questa è la più importante per i giovani. Il neo è cambiato rapidamente? È cresciuto, ha cambiato forma o colore negli ultimi mesi?
Il trucco del “Brutto Anatroccolo” A volte i ragazzi hanno molti nei, tutti simili tra loro. Il segnale più chiaro di un possibile problema è il neo isolato: quello che appare visibilmente diverso da tutti gli altri per colore, forma o dimensione. Se tutti i tuoi nei sono chiari e piccoli, e ne spunta uno scuro e grande, quello è il “brutto anatroccolo” da far controllare. 3….E quello del “Moscone sul Lenzuolo Bianco” A volte i ragazzi non hanno nei, in questo caso, se sulla cute spunta un nuovo neo che si nota a colpo d’occhio, che attira l’attenzione come lo farebbe un “moscone su un lenzuolo bianco”, allora quel neo va fatto controllare.
Sintomi “fisici” (Oltre la vista) Un neo non dovrebbe mai “farsi sentire”. È opportuno rivolgersi a uno specialista se un neo: • Prude in modo persistente. • Sanguina senza che ci sia stato un trauma (ad esempio senza averlo grattato per sbaglio). • Provoca dolore o fastidio al tatto. • Presenta una crosticina che non guarisce. Consiglio per i ragazzi: La cute è l’unico organo che abbiamo interamente “a vista”. Controllarsi una volta al mese dopo la doccia richiede solo due minuti, ma è il modo più efficace per gestire la propria salute in modo autonomo e consapevole.
Quanto incide la tempestività dell’intervento sulle possibilità di cura?
Si usa spesso una frase molto diretta: il melanoma non perdona il ritardo, ma premia la rapidità. La tempestività non è solo “importante”, è il fattore che sposta l’ago della bilancia tra una guarigione completa e una malattia complessa da gestire. Ecco come la tempestività d’intervento incide concretamente sulle possibilità di cura:
La “Regola del Millimetro” Il successo della cura dipende quasi interamente dalla profondità raggiunta dal tumore nella cute. • Sotto 1 mm (Melanoma sottile): Se l’intervento avviene quando il melanoma è confinato agli strati superficiali della cute, la probabilità di guarigione definitiva è vicina al 95-100%. • Sopra i 2-3 mm (Melanoma spesso): Se si aspetta troppo, il tumore scende in profondità. Qui il rischio che le cellule malate entrino in circolo e raggiungano i linfonodi o altri organi aumenta drasticamente, e le possibilità di cura scendono intorno al 50-60%.
Dalla chirurgia “ambulatoriale” alle terapie complesse La tempestività cambia radicalmente anche il tipo di percorso che il paziente deve affrontare: • Intervento precoce: Basta una piccola asportazione chirurgica in anestesia locale (spesso in regime ambulatoriale) ed Il paziente torna a casa lo stesso giorno • Intervento tardivo: Può richiedere l’asportazione del “linfonodo sentinella”, interventi chirurgici più ampi e, nei casi avanzati, cicli di immunoterapia o terapie a bersaglio molecolare che, per quanto innovative ed efficaci, sono cure lunghe e complesse.
La velocità del melanoma A differenza di altri tumori della cute che crescono molto lentamente (anche in anni), il melanoma può cambiare e approfondirsi in pochi mesi. Per questo motivo, una macchia che appare “strana” oggi non dovrebbe mai essere ricontrollata “tra un anno”. In conclusione: Il fattore tempo è il nostro miglior alleato. Nelle Marche, grazie alla rete dei dermatologi e ai progetti di sensibilizzazione, stiamo vedendo un aumento delle diagnosi di melanomi “sottili“: questo è un ottimo segno, perché significa che stiamo battendo il tumore sul tempo.
La piattaforma digitale “Il Sole per Amico for Young” introduce strumenti di teledidattica in un ambito sanitario. Ritiene che le nuove tecnologie possano effettivamente migliorare l’alfabetizzazione scientifica e la consapevolezza sui temi oncologici tra i giovani?
Sì, strumenti come la piattaforma “Il Sole per Amico for Young” rappresentano un salto di qualità fondamentale per l’alfabetizzazione scientifica dei giovani. L’efficacia di queste tecnologie non risiede solo nella digitalizzazione dei contenuti, ma nella capacità di trasformare lo studente da spettatore passivo a protagonista della prevenzione. I motivi principali per cui queste innovazioni sono considerate efficaci possono essere riassunti così:
Linguaggio e Accessibilità Le piattaforme di teledidattica utilizzano codici comunicativi vicini alla Gen Z e alla Gen Alpha, come digital games, video interattivi e tecniche di morphing virtuale (come quelle usate nella piattaforma IMI MelaMEd). Questo abbatte le barriere della terminologia medica complessa, rendendo i concetti di “fototipo”, “radiazioni UV” e “mutazione genetica” comprensibili e memorizzabili.
La Forza della Peer Education Uno dei pilastri del progetto è il Peer Education Programme. La tecnologia permette agli studenti di creare e condividere i propri contenuti (cortometraggi, grafiche, post). Quando un giovane spiega a un coetaneo perché è importante evitare le lampade abbronzanti o come monitorare un neo sospetto, il messaggio ha un impatto psicologico molto superiore rispetto a una lezione frontale tradizionale.
Personalizzazione e Flessibilità A differenza dei vecchi opuscoli cartacei, le piattaforme digitali offrono percorsi differenziati: • For Kids: focalizzato sul gioco e sulle regole base dell’esposizione solare. • For Young: approfondimenti scientifici per le scuole superiori, inclusi moduli per indirizzi biomedici, che collegano la prevenzione alla ricerca oncologica avanzata.
Dalla Teledidattica alla Consapevolezza Clinica L’alfabetizzazione digitale alla salute è correlata a una maggiore aderenza ai futuri protocolli di cura. Insegnare ai giovani a distinguere le fonti scientifiche certificate (come quelle fornite dall’Intergruppo Melanoma Italiano – IMI) dalle “fake news” sulla salute è un atto di prevenzione secondaria che durerà per tutta la loro vita adulta.
Quali sono i linguaggi più efficaci per comunicare questi contenuti?
Per comunicare temi complessi come la prevenzione ai giovani, non basta “trasmettere” informazioni; bisogna parlare la loro lingua. I linguaggi più efficaci oggi sono quelli che mescolano intrattenimento, interazione visiva e autenticità. Sono tre i pilastri della comunicazione scientifica moderna per le nuove generazioni:
“Visual” & “Gamification” I giovani elaborano le informazioni visive 60.000 volte più velocemente del testo. • Video Brevi e Dinamici: L’uso di Reel, o brevi animazioni (motion graphics) permette di spiegare concetti come il danno al DNA causato dai raggi UV in pochi secondi, usando metafore visive. • Gamification: Trasformare l’apprendimento in un gioco (quiz a premi, badge di competenza, simulazioni virtuali) aumenta il coinvolgimento. Se un ragazzo deve “proteggere” un avatar dai raggi solari in un gioco, memorizzerà le regole di prevenzione molto meglio che leggendo un manuale.
Linguaggio “Peer-to-Peer” (Educazione tra pari) Il linguaggio accademico crea spesso distacco. Il linguaggio più potente è quello dei coetanei. • Authentic Voice: Quando gli studenti delle scuole superiori creano contenuti per i propri coetanei, utilizzano uno slang e dei riferimenti culturali comuni che rendono il messaggio credibile. • Influencer e Role Model: La collaborazione con creator digitali che godono di fiducia può “normalizzare” i controlli medici di prevenzione, rendendoli parte di una routine di benessere anziché un’imposizione medica.
La Narrazione Emozionale (Storytelling) La scienza spiega il “come”, ma la narrazione spiega il “perché”. • Testimonianze: Raccontare storie reali di giovani che hanno affrontato la malattia o che hanno cambiato le proprie abitudini dopo una diagnosi precoce attiva l’empatia. • Metafore Semplificate: Sostituire il gergo clinico con analogie quotidiane. Ad esempio, paragonare la cute ad una “memoria digitale” che registra ogni scottatura solare fin dall’infanzia aiuta a comprendere l’effetto cumulativo dei danni UV.
Il melanoma è spesso percepito come un rischio lontano. Come si può superare questa sottovalutazione e trasformare la prevenzione in un’abitudine stabile, non legata solo alla stagione estiva?
Per superare la percezione del melanoma come un “rischio lontano” o esclusivamente “estivo”, è necessario scardinare l’idea che il danno solare sia un evento acuto (la scottatura) e sostituirla con il concetto di accumulo biologico. Per trasformare la prevenzione in un’abitudine costante occorre tenere presente alcune strategie psicologiche e pratiche:
Il Concetto di “Memoria della Pelle” Il linguaggio più efficace per i giovani è quello della tecnologia. La cute non è un involucro inerte, ma un “hard disk” che registra ogni esposizione non protetta. • Danno Invisibile: Spiegare che i raggi UVA/UVB (responsabili dell’invecchiamento e dei tumori) sono presenti tutto l’anno, anche in caso di cielo nuvoloso o durante l’inverno. • Effetto Accumulo: usare l’analogia del codice sorgente che viene scritto una sola volta: ogni scottatura è un glitch che corrompe il DNA. Anche se il “software” sembra funzionare, il sistema non fa mai il reset e accumula errori nel database profondo. Quando i file corrotti diventano troppi, il sistema va in crash totale: è lì che nasce il melanoma.
De-stagionalizzare la Protezione (Skincare vs. Protezione Solare) La chiave è inserire la protezione solare nella propria routine quotidiana, non nel kit da spiaggia. • Cosmetizzazione della Prevenzione: Promuovere filtri solari contenuti in creme idratanti o prodotti per il viso che i giovani usano abitualmente. Se la protezione diventa un gesto cosmetico, la costanza aumenta drasticamente. • Protezione in Città: Focalizzare l’attenzione su momenti quotidiani: l’attesa del bus, l’attività sportiva all’aperto o la passeggiata in centro.
Automonitoraggio: La Regola dell’ABCDE come “Check-up” Mensile Trasformare il controllo dei nei in un’abitudine di self-care, simile a quella che si ha per il fitness o l’alimentazione ed Insegnare a riconoscere i segnali d’allarme non come una diagnosi ansiogena, ma come una forma di consapevolezza del proprio corpo.
Cambiamento del Modello Estetico Il mito della “tintarella a tutti i costi” come sinonimo di salute va sostituito. • Cultura del “Glow” Naturale: Promuovere l’idea che la cute sana è quella protetta. • Influencer Marketing: Coinvolgere icone di stile che mostrano l’uso della protezione solare anche in contesti non balneari (montagna, città, sport).
Infine, quali risultati concreti si aspetta da questo percorso nel medio periodo?
Dall’applicazione di questo percorso di teledidattica e dall’uso di linguaggi innovativi (come la metafora del “glitch” genetico), nel medio periodo (3-5 anni) ci si aspettano tre risultati concreti e misurabili: • Aumento della “Alfabetizzazione sanitaria” Digitale: I giovani non saranno solo più informati, ma capaci di distinguere tra fonti scientifiche attendibili e fake news, diventando ambasciatori della prevenzione nelle proprie famiglie (trasmissione del sapere bottom-up). • Cambio dei Comportamenti Solari: Una riduzione statisticamente significativa degli episodi di eritema solare nelle fasce 12-18 anni e un incremento dell’uso quotidiano di filtri solari, non più percepiti come “creme da spiaggia” ma come strumenti di protezione del proprio “sistema operativo“. • Diagnosi Precoce e Consapevolezza: Un aumento delle visite dermatologiche preventive richieste spontaneamente dai giovani o dai loro genitori, grazie alla capacità di riconoscere i segnali d’allarme (regola ABCDE) prima che il “glitch” diventi un problema critico. • Creazione di un Database di Peer-Education: Una library digitale di contenuti creati dagli studenti (video, meme, grafiche) che continui ad auto-alimentarsi, rendendo la prevenzione un tema culturale stabile e non una campagna isolata.
Esistono indicatori che possono misurare l’efficacia di un progetto educativo in termini di cambiamento dei comportamenti e riduzione del rischio?
Nel progetto Suntel (legato alla piattaforma “Il Sole per Amico for Young”), la tecnologia non è solo il mezzo, ma il metro di misura del cambiamento. E’ possbile misurare concretamente il successo di questo percorso attraverso alcuni indicatori:
Indicatori di “Digital Engagement” (Processo) Essendo una piattaforma di teledidattica, il primo segnale di efficacia è la partecipazione attiva: • Tasso di completamento dei moduli: Quanti studenti terminano l’intero percorso formativo rispetto ai log-in iniziali. • Produzione di contenuti “Peer-to-Peer“: Il numero di video, meme o grafiche (come quella del “glitch”) caricati dai ragazzi. Questo misura quanto hanno interiorizzato il messaggio al punto da volerlo spiegare agli altri.
Indicatori di Alfabetizzazione Sanitaria (Competenza) • Riduzione del “Gap di Conoscenza”: Confronto tra i risultati dei quiz iniziali e finali sulla piattaforma. Un successo del progetto Suntel si riflette in un incremento netto della comprensione di concetti come fototipo e indice UV. • Riconoscimento dei Segnali (Regola ABCDE): Test interattivi in cui gli studenti devono identificare lesioni sospette in un ambiente virtuale protetto, misurando la loro precisione diagnostica “teorica”.
Indicatori Comportamentali e di Impatto (Risultato) • Effetto “Ambasciatore” in Famiglia: Questionari somministrati ai genitori per verificare se i figli hanno riportato a casa le buone pratiche, influenzando ad esempio l’acquisto di solari adeguati o la prenotazione di una mappatura dei nei per tutta la famiglia.
Indicatori Clinici a Lungo Termine • Aumento degli Screening Giovanili: Monitoraggio statistico (in collaborazione con i centri dermatologici del SSN locali) per vedere se, nelle zone dove Suntel è attivo, aumentano le visite di controllo spontanee tra gli under 20.
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