C’è un punto, dentro Palazzo Ferretti, che rende l’idea del Museo: la terrazza vanvitelliana si apre sul porto antico, guarda il mare e allo stesso tempo tiene alle spalle i colli del Guasco e dei Cappuccini. È un affaccio che contiene la città e il suo racconto. Non è un caso che Diego Voltolini, direttore del Museo Archeologico Nazionale delle Marche, scelga proprio questo luogo per spiegare cosa è oggi il MAN: una istituzione che non si limita a conservare, ma interpreta il territorio e lo restituisce al pubblico come esperienza.
Diego Voltolini è archeologo e funzionario del Ministero della Cultura, dal 2022 direttore del Museo Archeologico Nazionale delle Marche. Formatosi all’Università di Padova, ha maturato una solida esperienza nella ricerca e nella tutela del patrimonio, con studi dedicati alle culture preromane dell’Italia settentrionale e adriatica. Dopo anni di attività sul campo e incarichi nella Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle Marche, oggi guida il MAN in una fase di trasformazione che intreccia riallestimenti, valorizzazione dei depositi e nuovi modi di raccontare il patrimonio. Il suo lavoro si colloca tra rigore scientifico e apertura al pubblico, con l’obiettivo di rendere il museo uno spazio sempre più accessibile e connesso alla città.
Quando è entrato per la prima volta al Museo Archeologico Nazionale delle Marche da direttore, cosa ha guardato per capire da dove partire?
Sono entrato al M A N Marche come primo giorno da direttore il 14 febbraio 2022, era un lunedì. Museo chiuso, ingresso dalla porta secondaria su piazza del Senato. Ed è l’ingresso giusto per guardare il museo da dentro: la prima mia necessità era conoscere la “macchina” che permette al museo di muoversi, per comprendere come poterci lavorare al meglio. Perché il museo è fatto, prima che dal palazzo e dalle collezioni, dalle persone che si applicano quotidianamente con il proprio lavoro all’interno: custodi, amministrativi, tecnici, tutti i colleghi con i quali avrei lavorato negli anni seguenti e che sono i motori fondamentali.

Il MAN è un museo stratificato, per collezioni e per storia. Qual è oggi, secondo lei, il suo punto di forza meno evidente?
Forse l’aspetto meno percepito da parte del pubblico del M A N Marche è proprio la sua portata complessiva: è davvero il racconto umano nelle Marche nei suoi molteplici e sfaccettati aspetti. Non il museo di un luogo, ma il museo che si fa concretamente vetrina e invito per un intero territorio regionale.
Ancona ha appena avviato il percorso verso Capitale della Cultura 2028. Che tipo di relazione immagina tra il MAN e questa traiettoria?
La nomina a Capitale della Cultura 2028 è un importante risultato per Ancona, la Direzione regionale Musei nazionali Marche, con il direttore Luigi Gallo, ha supportato attivamente la candidatura con nostre proposte, inserite nel dossier di candidatura. Il M A N Marche custodisce le radici più antiche di Ancona e del territorio, ma la traiettoria è anche più ampia. L’impegno e la collaborazione è di tutto l’Istituto Palazzo Ducale di Urbino – Direzione regionale Musei nazionali Marche, con i diversi luoghi della cultura, dalla Galleria Nazionale delle Marche a Urbino al Museo nazionale di Ascoli Piceno.
Il museo conserva alcune delle testimonianze più rilevanti della civiltà picena. Come si traduce questo patrimonio in un racconto accessibile per chi entra oggi, magari senza una preparazione specifica?
I Piceni sono la prima identità storica del versante adriatico dell’Italia centrale. Ad Ancona conserviamo la più importante collezione al mondo e, proprio per questo, stiamo lavorando al suo riallestimento per renderla accessibile e comprensibile a tutti, in primo luogo ai non addetti ai lavori. In questo 2026 inaugureremo la sezione museale dedicata alla Civiltà picena nelle Marche, con l’allestimento firmato da Franco Minissi restaurato e con un percorso di visita ripensato. L’obiettivo? Sentire il visitatore che, uscendo, dica “magnifici questi Piceni”!
Lei viene da un percorso di ricerca sul campo. Quanto resta, nel suo lavoro quotidiano, quello sguardo da archeologo che scava e interpreta?
L’archeologia è, in primo luogo, un metodo di approccio al mondo: dato – ipotesi – interpretazione. Ed è un metodo che si applica a tutti i meccanismi di conoscenza, non solo allo scavo in cantiere. Ogni giorno, quando studiamo un reperto, quando ne analizziamo il contesto archeologico, quando leggiamo le documentazioni di scavo, in museo applichiamo la stessa metodologia della ricerca archeologica. Poi certamente il lavoro di coordinamento di un museo ha tanti altri aspetti che differiscono da quelli del cantiere di scavo, ma sono due facce della stessa medaglia e la materia prima è la stessa: l’essere umano attraverso le sue tracce materiali.
Oggi il museo si pone sempre più come luogo di esperienza, non solo di conservazione. Dove si colloca il MAN dentro questo cambiamento?
Se il museo si limitasse a conservare, avrebbe fallito nella sua missione, sia dal punto di vista etico sia da quello sociale. ICOM ci offre la definizione sintetica e precisa di cosa è il museo: fa ricerca, colleziona, conserva, interpreta ed espone il patrimonio culturale. E il M A N Marche sta rinnovandosi in questa direzione: non un contenitore di oggetti, ma un luogo dinamico, un attore vivo nel tessuto sociale, un interlocutore. Non un luogo di esperienza “confezionata”, ma un luogo nel quale è l’interazione fra il visitatore e il patrimonio a generare l’esperienza. Ogni volta unica, ogni volta personale.
Il riallestimento e i progetti legati al PNRR stanno incidendo sulla struttura del museo. Qual è il cambiamento più significativo per il pubblico?
Il PNRR ha rappresentato una grande risorsa per tutti i musei nazionali delle Marche. Basti pensare a quanto è cambiato il Palazzo Ducale a Urbino e al respiro davvero contemporaneo che ha oggi quel luogo straordinario. Ad Ancona ha permesso di rendere accessibili al pubblico i depositi, con il progetto Depositi Aperti. Un grande atto di restituzione alla fruizione di un’enorme mole di patrimonio culturale, più di 6.000 reperti, in spazi – peraltro di alto profilo storico-architettonico – mai visti prima dal pubblico. E in combinato, sempre grazie al PNRR, stiamo anche digitalizzando questi spazi, per una fruizione ancor più aumentata.
Ancona è una città di porto, di attraversamenti, di stratificazioni culturali. In che modo questo carattere si riflette, o può riflettersi di più, nel museo?
Ancona è tante cose. Città di porto, città sempre in salita, città dai mille scorci inaspettati. E il M A N Marche un po’ le somiglia. Ultimamente un collega, visitando per la prima volta il museo, mi ha detto “ma è più grande dall’interno che da fuori”. E lo stesso è Ancona. È una città piccola, ma è anche una moltitudine di cose diverse.
Che tipo di pubblico entra oggi al MAN e quale pubblico, invece, sente ancora distante?
Oggi il ventaglio di pubblico si sta ampliando. Il museo non parla più solo agli esperti, ai cultori, ma anzi, vede come primo interlocutore proprio il pubblico che di archeologia non sa nulla. Chi entra al M A N Marche lo fa per tanti motivi: qualcuno vuole vedere Palazzo Ferretti, qualcuno è appassionato di archeologia, o a volte semplicemente è incuriosito dalla terrazza visibile già dal portone principale.
Ci sono segmenti ancora “lontani” dal museo, come la fascia di età degli adolescenti, un pubblico molto da studiare e capire, ma anche, sorprendentemente, sono spesso lontani proprio i cittadini che hanno il museo a un passo. Ancona 2028 sarà l’occasione anche per cercare di ricucire questa distanza.



Il lavoro sui depositi e sulla loro apertura rappresenta una frontiera importante per molti musei. Che cosa significa, in concreto, “rendere visibile” ciò che normalmente resta nascosto?
I depositi sono una enorme risorsa, è un patrimonio che deve tornare al pubblico. Si tratta di un indirizzo generale della museologia contemporanea, qui nelle Marche il Direttore regionale dei Musei nazionali Luigi Gallo ha dato precise linee. I depositi come luoghi di conservazione, di ricerca, di studio e anche come spazi per il pubblico. Significa mostrare anche il ventre vivo del museo e permette inoltre di ripensare il percorso di visita riducendo il numero di oggetti, che possono essere in ogni caso a disposizione nei Depositi Aperti.
Nel suo ruolo, quanto pesa l’equilibrio tra tutela, ricerca e valorizzazione? E dove si gioca oggi la partita più delicata?
Non è una partita. Non esiste ricerca e valorizzazione senza tutela, e si svuoterebbe di significato la tutela senza la valorizzazione e la ricerca. Non si tratta di tirare il lembo della coperta dall’una o dall’altra parte, tutti e tre gli aspetti devono viaggiare alla pari e con un comune intento, rivolto all’interesse pubblico. Al centro di tutto c’è sempre il patrimonio culturale.
Se dovesse indicare un oggetto, una sala o un dettaglio del museo da cui partire per capire davvero il MAN, quale sceglierebbe e perché?
Domanda difficile. Sceglierei un luogo del museo, la terrazza vanvitelliana. Fa parte dell’ampliamento settecentesco di Palazzo Ferretti, ci parla di molte cose. Ci parla della storia della città, legata ai conti Ferretti, ma ci parla anche del paesaggio culturale del porto antico sul quale si affaccia. Il paesaggio e il territorio, che sono la pietra di fondazione dell’idea di un museo archeologico delle Marche fin dalla sua esplicita origine. Il mare di fronte, rivolto al tramonto, con le spalle protette dai colli del Guasco e dei Cappuccini: il museo come racconto del territorio, è questa la chiave e l’anima del M A N Marche.
Che idea di museo vuole lasciare alla città tra qualche anno, al termine di questo ciclo di trasformazione?
Al termine della trasformazione l’obiettivo è avere un museo che sia un concreto attore culturale contemporaneo. Un luogo della cultura a tutto tondo, nel quale il visitatore possa trovare un arricchimento e un benessere personale, il ricercatore uno spazio adeguato per accrescere la conoscenza di tutti, il bambino una scintilla di curiosità. Ma, più ad ampio respiro, un luogo percepito come vivo e aperto.
Margherita Rinaldi






