È la “casa” dell’atletica italiana da oltre vent’anni, festeggiati nella scorsa stagione, e continua a crescere. Il primo e più importante impianto nazionale per le gare al coperto, oltre che centro di allenamento e luogo di sport per tutti.
Un calendario tricolore ricchissimo
Anche nel 2026 il PalaCasali di Ancona ospita i principali appuntamenti tricolori. Il clou sarà rappresentato dai Campionati italiani assoluti indoor, in programma per la prima volta su tre giornate, da venerdì 27 febbraio a domenica 1° marzo, con molti dei migliori azzurri in gara. Il calendario è però estremamente ricco: si partirà con i Campionati italiani allievi indoor (14-15 febbraio), riservati agli under 18, seguiti dai Campionati italiani master indoor e dai Campionati invernali di lanci (5-8 marzo), che vedranno la partecipazione di migliaia di atleti over 35. Protagonisti anche i più giovani con il Trofeo “Ai confini delle Marche” (15 marzo), tradizionale incontro per rappresentative under 16, e gli atleti paralimpici con i Campionati italiani Fispes (20-21 febbraio) e Fisdir (21-22 marzo). Per tutto l’inverno la struttura accoglie eventi di primo piano: nel mese di gennaio una serie di meeting culminati con il Memorial Alessio Giovannini, tappa del World Athletics Indoor Tour, seguiti dai Campionati italiani juniores e promesse indoor (7-8 febbraio) per under 20 e under 23.
Numeri, visibilità e indotto
Notevolissime le cifre di partecipazione: nel 2025 si è raggiunto il totale di 16.749 atleti-gara, senza contare il grande numero di accompagnatori, in gran parte provenienti da fuori regione. Un flusso che genera un indotto economico rilevante, con previsioni simili o superiori anche per quest’anno. Gli eventi di vertice godono di grande visibilità grazie alla diretta televisiva su RaiSport per i Campionati assoluti e per il meeting internazionale. L’impianto è inoltre conosciuto a livello mondiale come il luogo in cui Gianmarco Tamberi ha costruito molte delle sue imprese. Dal termine del 2023 il PalaCasali ha legato il proprio nome a un’azienda del territorio attiva su scala globale, leader in Italia nella fornitura di pavimentazioni sportive. Non solo atletica: la struttura è ideale anche per convention, fiere e manifestazioni di ogni tipo, grazie a 1.600 posti a sedere in tribuna e a una platea di 4.800 mq completamente attrezzabile.
La novità. una palestra con area di riscaldamento
La novità di questi giorni è la nuova palestra con area di riscaldamento, inaugurata in occasione del primo evento tricolore dell’anno, i Campionati italiani juniores e promesse, dopo la conclusione dei lavori di copertura del terrazzo sul lato nord. Il progetto è stato finanziato tramite un bando governativo di Sport e Salute, con il contributo della Federazione Italiana di Atletica Leggera. L’area, di 460 mq, è dotata di pista azzurra e di un rettilineo di 30 metri: consentirà durante le gare di disporre di una zona di warm up più ampia e confortevole, vista l’elevata partecipazione, e potrà essere utilizzata anche per l’attività sportiva della cittadinanza.
Uno sguardo al futuro
«Fermarsi non è mai stata un’opzione, come abbiamo ribadito lo scorso anno durante le celebrazioni per il ventennale della struttura», dichiara Fabio Romagnoli, presidente del Comitato regionale FIDAL Marche, che gestisce l’impianto di proprietà del Comune di Ancona, al termine dei lavori eseguiti dall’azienda Toscano Costruzioni. «L’ampliamento crea nuovi spazi per gli atleti – prosegue Romagnoli – in una palestra chiusa ma luminosa, grazie alle vetrate, dotata di impianti di riscaldamento e raffreddamento. Si presta a molteplici utilizzi, dalla formazione ai convegni, oltre che all’attività fisica». Sono tuttora in corso anche i lavori dell’altro blocco di 700 mq sul lato sud, destinato alla realizzazione di una sala di alta specializzazione per il salto in alto, con conclusione prevista entro l’inizio dell’estate.
Ancona – Vent’anni di agility dog, di percorsi a ostacoli, di binomi perfetti tra cane e conduttore. L’Asd AnconAgility, storica realtà dello sport cinofilo cittadino, spegne quest’anno venti candeline. Fondata nel giugno 2006 e iscritta al registro CONI, affiliata al CSEN, l’associazione ha trasformato il campo sportivo comunale di via Grotte a Posatora in un punto di riferimento per chi ama i cani e lo sport. In questi due decenni, AnconAgility ha organizzato manifestazioni, gare e iniziative che hanno coinvolto la città, partecipando attivamente agli eventi promossi dal Comune di Ancona.
L’Agility Dog celebra l’armonia e la collaborazione tra cane e conduttore. I cani affrontano percorsi di ostacoli ispirati all’equitazione, rispettando l’ordine prestabilito, senza errori e nel minor tempo possibile. Dietro ogni salto, tunnel o curva c’è fiducia e sintonia, un percorso di socializzazione, autostima ed energia incanalata nel modo giusto. Le regole della disciplina in Italia sono normate dall’Enci e aggiornate a gennaio 2023, ma l’essenza resta sempre la stessa: celebrare il legame tra cane e padrone.
I protagonisti sono Francesco Boari, presidente dell’Asd AnconAgility, le figlie Elena e Rebecca Boari, entrambe poco più che ventenni e pluricampionesse, con un palmarès che le vede ai vertici dei campionati nazionali e tra le prime, negli anni, ai Mondiali assoluti di Agility Dog, e la madre Valeria Ciattaglia, cuore organizzativo dell’associazione: una famiglia che ha fatto crescere la disciplina e contribuito a renderla una realtà solida sul territorio.
Per il ventennale, AnconAgility propone un calendario fitto di eventi, insieme con CUS Ancona, CSEN, CONI e altri soggetti istituzionali che ogni giorno sostengono e promuovono lo sport cinofilo in città. Il calendario è stato recentemente presentato in Comune con gli assessori allo Sport Giovanni Zinni, alla Tutela degli Animali Orlanda Latini e ai Grandi Eventi Angelo Eliantonio. In programma c’è un nuovo festival: il Festival della Cinofilia “Ankon Dorica Civitas Fido!”: tre giorni dal 22 al 24 maggio 2026 destinati a coinvolgere tutta la città. Durante la conferenza stampa è stata firmata anche la convenzione tra AnconAgility e il CUS Ancona, pensata per condividere eventi e aprire la disciplina agli studenti universitari.
Il 2026 sarà quindi un anno che porterà l’agility dog fuori dal campo e dentro la città, con manifestazioni nelle scuole, gare nazionali, esibizioni estive sulla spiaggia libera di Posatora, momenti di festa come Halloween e spettacoli natalizi sotto l’albero di Piazza Roma. Ogni iniziativa racconta il valore della disciplina e avvicina cittadini e visitatori a un mondo spesso invisibile.
“AnconAgility ci regala grandi emozioni – ha detto il vicesindaco Zinni – ed è un esempio straordinario di come sport e famiglia possano andare insieme. È un modello per chi fatica a trovare momenti condivisi e valori da trasmettere”. L’assessore Latini ha ricordato la perfetta simbiosi tra uomo e animale e l’impatto positivo della disciplina su salute, socialità e integrazione, mentre Eliantonio ha definito il festival un evento unico a livello nazionale, capace di mettere Ancona sotto i riflettori. Maria Teresa D’Angelo ha sottolineato la capacità dell’agility dog di aggregare, promuovere rapporti ottimali e favorire la relazione tra cani e padroni. Il presidente regionale del CONI Fabio Luna ha parlato di AnconAgility come di una realtà fondamentale per lo sport marchigiano, capace di coniugare agonismo, socialità, promozione turistica e ricaduta economica. Francesco Boari ha ricordato gli inizi, quando la disciplina era poco conosciuta, e ha spiegato quanto sia importante portarla nelle scuole e nel territorio per farla crescere ancora.
Vent’anni di AnconAgility raccontano storie di salti, tunnel, corse libere e sorrisi condivisi. Una disciplina che, nelle mani di una famiglia intera, è diventata patrimonio della città. Tutti gli eventi, il programma completo e le informazioni sul Festival della Cinofilia sono disponibili sul sito del Comune di Ancona: www.comune.ancona.it.
Captain Kate McCue ha scoperto un lato degli anconetani che forse nemmeno loro sanno di avere. Trent’anni trascorsi sul mare, undici passati al comando e più porti visitati di quanti riesca a contarne. Eppure, la vera scoperta per lei non è stata una rotta esotica, ma questo gomito di terra affacciato sull’Adriatico. Da maggio, Kate vive Ancona giorno dopo giorno, seguendo nei cantieri navali il completamento della Four Seasons I. Ma non è solo una questione di scafi e motori: dopo una vita in movimento, Ancona è il primo luogo al mondo che le abbia davvero dato il senso di casa.
E, considerato che la Capitana Kate è la “navigatrice” più seguita al mondo, con oltre 4,7 milioni di follower tra Instagram e TikTok, il suo racconto della città sui social fa sì che Ancona venga scoperta ogni giorno da moltissime persone. Nelle sue pagine dove mare e città si intrecciano naturalmente, mostra il Passetto, i tramonti sul porto, le vie del centro, e racconta storie, tradizioni e curiosità locali.
«Sono arrivata per la prima volta a marzo dell’anno scorso» racconta. «Sono rimasta una settimana per controllare lo yacht, poi a maggio mi sono trasferita. L’azienda mi ha trovato un appartamento in Corso Garibaldi, che si è rivelato perfetto. Ha veramente tutto ciò di cui ho bisogno». Da allora ha osservato la città cambiare con le stagioni: «Le chiome verdi del Viale, le foglie d’autunno che cadevano, gli alberi spogli illuminati per le feste e il mercatino di Natale in piazza Cavour. Non ne avevo mai visto uno in vita mia. Sono persino salita sulla ruota panoramica prima che la smontassero, per vedere la città dall’alto. È stato magico».
Una routine tra il Viale e il Porto
La sua vita ad Ancona ha assunto un ritmo costante: «Mi sveglio, percorro per due volte tutto il Viale, da piazza Cavour al Monumento e ritorno, poi proseguo per Corso Garibaldi fino al porto per andare al lavoro. Per ora il mio orario di lavoro è 9-17, ma a metà febbraio prenderemo in consegna la nave e salperemo. Sarà un giorno molto triste per me. È il periodo più lungo che io abbia mai trascorso in un unico posto in trent’anni di mare. Qui ho costruito una routine, delle abitudini, degli affetti».
«Oh my God!»: Il calore della gente
È proprio nella vita di ogni giorno che è emerso quel lato degli anconetani che l’ha conquistata: «Crescendo in una grande città come Las Vegas, non vedi mai le stesse facce. Qui, ovunque vada, conosco qualcuno: Leo in piazza Roma che vende vestiti, Danilo alla Degosteria, Jessica da Maison Delice… Ho creato legami più profondi qui che a casa mia. Le persone sono la parte migliore». Kate porta sempre con sé dei piccoli cuori di cristallo. «Quando incontro qualcuno di nuovo, gliene regalo uno e chiedo il suo nome, e nasce un’amicizia. Mi fa pensare a Cheers (il celebre bar di una serie televisiva americana dove tutti i clienti si conoscono per nome n.d.r.), e a quella sensazione di far parte di un luogo, di sentirsi accolti. La gente si prende il tempo per conoscerti. Negli Stati Uniti tutto va più veloce e spesso può risultare superficiale. Qui le priorità sono diverse. Si vede benissimo di domenica: famiglie che passeggiano per il Corso, amici che fanno aperitivo, le cene lunghe, le feste celebrate davvero». Un episodio le è rimasto nel cuore: «Ogni mattina incontro un signore durante la mia passeggiata. Andiamo in direzioni opposte, allo stesso ritmo. All’inizio era un cenno, poi un sorriso, poi un saluto con la mano. Dopo che è uscito un articolo su di me (sul Corriere Adriatico n.d.r.), un giorno mi ha incrociata e mi ha fatto un piccolo saluto militare. Oh my God! Incredibile!».
I gatti del porto e i palazzi dell’Ottocento
Ancona l’ha colpita anche per l’amore verso gli animali: «Una città che si prende cura dei suoi animali ha buone qualità. Al porto ci sono molte colonie feline. Ho fatto amicizia con alcuni gatti, come quelli che io chiamo Claude e Casper, che in realtà si chiamano Lucrezia e Fantasmino. Mi dicono che dovrei portarli con me quando partirò, ma questa è casa loro. Sono amati e accuditi. Ogni volta che passo c’è cibo fresco».
Anche l’architettura locale la affascina profondamente: «L’unica cosa che vorrei diversa è il numero di edifici abbandonati. Sono bellissimi. Immagino come potrebbero diventare all’interno, mi piacerebbe vivere in un palazzo dell’Ottocento». La sua curiosità la spinge poi a scoprire ogni tradizione. Il 1 novembre, ad esempio, è stato l’occasione per postare un reel tra le lapidi e i monumenti del Cimitero di Tavernelle, in cui ha anche consigliato ai suoi follower di… “non regalare mai crisantemi in Italia, a meno che tu non stia andando al cimitero a trovare i defunti”. Nota curiosa per noi, ma un bell’esempio di quanto le prospettive possano cambiare quando si guarda il mondo con occhi diversi. «A Ferragosto – aggiunge – ho partecipato alla cerimonia in mare grazie alla mia amica Laura, comandante di rimorchiatore. Amo anche stare nel cantiere quando è chiuso: è silenzioso, quasi inquietante, ma bellissimo. Ed è il momento in cui escono tutti i gatti».
Sentient: l’Ancona che ti risponde
Per lei, il porto è il cuore che apre Ancona al mondo. «Ancona significa “gomito”, ma per me è stata una spalla su cui appoggiarmi. Non ho mai sentito un legame così forte con un luogo». Ha persino inventato una parola per descrivere questa connessione: “sentient”. «Viene da “senziente”. È la sensazione che la città, le persone, persino l’ambiente intorno ti rispondano, che siano consapevoli e vivi a modo loro. Lo senti nei colori del tramonto, nei momenti in cui i gatti ti riconoscono, nei ritmi della vita che sembrano accordarsi a ciascuno».
Four Seasons One partirà presto per il suo viaggio inaugurale, ma Kate pensa già al ritorno. «So che tornerò. Se ti capita qualche appartamento in vendita in corso Garibaldi fammelo sapere» dice sorridendo. «Prima di Ancona, i miei posti preferiti erano Dubrovnik e l’Islanda. Ma ora, questo è il posto che voglio chiamare casa».
Ancona nelle immagini di Captain Kate
Captain Kate McCue: Finding Home in Ancona
Captain Kate McCue, an American ship captain, is overseeing the final stages of Four Seasons I, the first yacht in the Four Seasons fleet, now being completed at the Fincantieri shipyards in Ancona. She has lived in the city since May, following the construction day by day. After three decades at sea, eleven of them as captain, and more ports than she can count, she says Ancona is the first place that has truly felt like home.
Kate’s relationship with the city also unfolds online. She is the most followed mariner on the planet with over 4.7 million followers on social platforms including Instagram and TikTok, which show a behind the scenes glimpse at a ship captain’s life. On her social pages, life at sea blends naturally with life in Ancona.
She shares glimpses of Ancona online. “By the time I leave, I’ll have lived here almost a year. I even rode the Ferris wheel to see the city from above. It felt magical.” She wishes she could show more. “I’d love to share the shipyard, but confidentiality makes that impossible. The people who work there build marvels over years, and they don’t get the recognition they deserve.” She has watched the city change with the seasons. “Autumn leaves falling. Bare trees wrapped in holiday lights. The Christmas market—I had never seen one before.”
“I first came to Ancona in March of last year,” she says. “I stayed for a week to check on the ship. I moved here in May. I didn’t have much choice in apartments—the company found one for me on Corso Garibaldi. It ended up being perfect. It has everything I need.”
Building a brand-new vessel means starting from zero. “We created the safety management systems, took part in factory tests for the equipment, and supported the site team during construction,” she explains. Her routine in Ancona is steady, almost quiet—unusual for someone used to constant movement. “I wake up, walk the Viale back and forth twice, then go to work. Right now it’s a nine-to-five job, but in mid-February we’ll take delivery of the ship and sail her out of Ancona. That will be a very sad day for me. It’s the longest I’ve stayed anywhere in thirty years at sea. I’ve built a life here—habits, rhythms, attachments.” Four Seasons I will carry 200 crew members and 200 guests. Its first stop will be Málaga, and it will remain in the Mediterranean. The maiden voyage is set for March 20.
Work brought her to Ancona, but the city won her over. “I’d love to buy a house here, even if I’m leaving for now. Just to know I can come back.” Her photos and videos show monuments, the Passetto, Corso Garibaldi, sunsets over the port, and quiet moments in the city. They also include places that feel unexpected for someone who has lived here only a few months. One reel is dedicated to the Monumental Cemetery of Tavernelle and comes with a practical warning for non-Italians: never give chrysanthemums as a gift in Italy—unless, of course, you are visiting a cemetery.
“Oh my God!”: Feeling the people’s warmth
What struck her most, though, is the warmth of the people. “Growing up in a big city like Las Vegas, you don’t see the same faces often. Here, everywhere I go, I know someone. Leo in Piazza Roma selling clothes. Danilo at Degosteria. Jessica at Maison Delice. I’ve made deeper connections here than I ever did back home. The people are the best part.”
She carries a small ritual with her: tiny crystal hearts in her pocket. “When I meet someone new, I give them one and ask their name. The next time I see them, they remember me. It reminds me of Cheers—walking into a place where everybody knows your name. That’s what Ancona feels like. People take the time to know you. In the U.S., everything moves fast and can feel superficial. Here, priorities are different. Sundays show it best—families walking along Corso Garibaldi, friends meeting for aperitivo, long dinners, holidays that really matter.” One moment stayed with her. “There’s a man I see every morning on my walk. We move in opposite directions at the same pace. First it was a nod, then a smile, then a wave. After a newspaper article about me came out, he passed me one morning and gave me what felt like a little military salute. Oh my God!”
A city that cares
Ancona’s love for animals also impressed her. “A city that cares for its animals has good qualities. Around the port there are many cat colonies, with plenty of cats living there. I know a few personally, like Claude and Casper, whose real names are Lucrezia and Fantasmino. People tell me I should take them with me when I leave, but this is their home. They’re loved and cared for. Every time I walk by, there’s fresh food waiting. It’s incredible.” “Dogs are welcome everywhere too. If I didn’t do this job, I’d want to work with animals. Maybe open a bakery for cats and dogs. I’ve already spent most of my per diem on cat food anyway.”
She’s also drawn to the city’s architecture. “One thing I wish were different is the number of abandoned buildings. They’re beautiful. I immediately imagine what they could become. I’d love to live in a historic building from the 1800s.” Her curiosity pushes her to explore local traditions. “On Ferragosto, I joined a ceremony honoring those lost at sea, thanks to my friend Laura, a tugboat captain. I also love being in the shipyard when it’s closed. It’s silent, almost eerie, but beautiful. And that’s when all the cats come out.” For her, the port is the heart of the city. “It opens Ancona to the world. Once people stop and stay, they want to come back. Ancona means ‘elbow,’ but to me it has felt like a shoulder to lean on. I’ve never felt such a connection to a place.” The city also gave her space to take care of herself, rebuild routines, and find balance.
Sentient
She even invented a word to describe it: sentient. “It comes from the Italian senziente. It’s the feeling that the city, its people, even the surroundings respond to you—that they’re aware and alive in their own way. You feel it in the colors of the sunset, in the moments when the cats acknowledge you, in the rhythms of life that seem tuned to each person.” “I know I have to come back. If you ever hear of a small apartment on Corso Garibaldi becoming available,” she jokes, “please let me know.” She has visited around a hundred countries. “Before Ancona, my favorite places were Dubrovnik and Iceland. But now, this is where I want to call home.”
Sempre più spesso il lupo viene segnalato anche in aree verdi della città, frequentate ogni giorno da chi passeggia o porta a spasso il cane. Un dato di realtà che il Comune di Ancona ha deciso di affrontare puntando su informazione e prevenzione, per aiutare i cittadini a orientarsi e a comportarsi in modo corretto.
Il vademecum del Parco del Conero, rieditato dal Comune
Il cuore della campagna informativa è il depliant realizzato dall’Ente Parco del Conero, rieditato dal Comune di Ancona e distribuito come strumento pratico di conoscenza e prevenzione. Il volantino contiene informazioni essenziali sul lupo e indicazioni chiare su come comportarsi in caso di avvistamento o incontro ravvicinato, con l’obiettivo di favorire una convivenza consapevole con una specie protetta.
Cartelli informativi nei parchi più frequentati
Accanto al depliant, l’Amministrazione ha rafforzato la comunicazione sul territorio installando cartelli informativi in numerosi parchi e giardini cittadini, in particolare quelli non recintati e le aree maggiormente frequentate da chi è accompagnato da animali domestici. La segnaletica è presente, tra gli altri, al Parco Adrio Francella, al Parco Belvedere e al Parco Eraclio Fiorani di Posatora, al Parco di via del Fornetto, al Parco di viale Tiziano, al Parco Cittadella (nelle aree di via Cittadella, via Circonvallazione e Parco San Costanzo), al Parco del Pincio, alla Lunetta Santo Stefano, ai parchi di via Petrarca e Villa Beer, ai Giardini del Passetto, nelle aree di Pietralacroce (Osservatorio e Forte Altavilla), al Parco UNICEF di via Togliatti, al Parco Gabbiano di Torrette, al Parco degli Ulivi di Collemarino e al Parco del Cardeto.
Le regole di base per prevenire i contatti
Il depliant del Parco del Conero è strutturato come un vero e proprio vademecum. Tra le principali indicazioni, quella di non offrire mai cibo al lupo né alla fauna selvatica in generale e di non lasciare rifiuti o alimenti accessibili, compresi quelli destinati agli animali domestici. Per questo viene raccomandato l’uso di contenitori idonei per la raccolta dei rifiuti.
Cani al guinzaglio e attenzione nelle ore serali
Un capitolo importante riguarda la gestione dei cani. Il lupo può interpretare un cane lasciato libero come un intruso nel proprio territorio o come una possibile preda. È quindi consigliato tenerlo sempre al guinzaglio e, soprattutto nelle ore notturne o crepuscolari, non lasciarlo all’esterno ma custodirlo in casa o in un luogo sicuro.
Cosa fare in caso di incontro ravvicinato
In caso di incontro con un lupo è fondamentale evitare qualsiasi atteggiamento confidenziale. Il comportamento corretto prevede di farsi notare, parlando ad alta voce, producendo rumore con oggetti, agitare le braccia e proteggere il cane, mantenendo la distanza e senza tentare avvicinamenti. Se un lupo si avvicina ripetutamente a meno di 30 metri dalle persone, il livello di confidenza dell’animale è considerato elevato. In questi casi è necessario segnalarlo all’Ente Parco Regionale del Conero (info@parcodelconero.eu) oppure contattare il numero 1515 dei Carabinieri Forestali.
Monitoraggio
Dopo confronti con esperti e autorità competenti, gli uffici comunali sono impegnati nel monitoraggio del fenomeno, che si affianca a quello, già noto, legato alla presenza dei cinghiali. La situazione dei lupi presenta però caratteristiche diverse, poiché la tutela e la gestione delle specie protette sono affidate dalla normativa vigente allo Stato e alla Regione. «È importante rafforzare la campagna informativa sugli avvistamenti dei lupi per rendere tutti i cittadini consapevoli, in particolare chi frequenta i parchi pubblici con animali da affezione – afferma il vicesindaco e assessore alla Sicurezza Giovanni Zinni –. È fondamentale seguire le indicazioni fornite dagli enti preposti, a partire da quelle contenute nel depliant dell’Ente Parco del Conero. L’obiettivo non è creare allarmismi, ma promuovere informazione e responsabilità».
La trasformazione digitale del Comune compie un passo decisivo con l’attivazione del nuovo portale dei servizi online, uno strumento pensato per semplificare il rapporto tra cittadini e amministrazione, un vero e proprio punto di accesso unico ai servizi. Attraverso un’area personale, alla quale si accede in modo sicuro con SPID, Carta d’Identità Elettronica o Carta Nazionale dei Servizi, i cittadini possono presentare domande, seguire lo stato delle pratiche, effettuare pagamenti e ricevere comunicazioni direttamente dal Comune. Un modo per avere l’amministrazione “in tasca”, disponibile in ogni momento, anche dal proprio smartphone. Questo il link per accedere alla propria area personale https://shorturl.at/csrIg
“Un Comune più semplice, accessibile e vicino alle persone. È questo l’obiettivo che guida il percorso di digitalizzazione avviato dal Comune di Ancona, un cambiamento che negli ultimi mesi ha iniziato a farsi concreto nella vita quotidiana dei cittadini” conferma l’assessore Antonella Andreoli con la delega all’informatica che aggiunge “dai servizi scolastici alle pratiche anagrafiche e di stato civile, dalle sanzioni amministrative alle notifiche, sono decine i servizi che oggi possono essere fruiti online, senza code agli sportelli e senza vincoli di orario. Una trasformazione che punta a rendere il rapporto con la pubblica amministrazione meno burocratico, più veloce e capace di adattarsi ai tempi e alle esigenze di famiglie, lavoratori e imprese”.
La digitalizzazione non riguarda soltanto i cittadini, ma anche tutte le istanze che devono presentare i professionisti come le pratiche edilizie, l’avvio di attività economiche o la partecipazione a bandi pubblici o a concorsi per l’assunzione del personale. L’obiettivo è rendere i procedimenti più rapidi, ridurre i passaggi superflui e migliorare la trasparenza, permettendo a chi presenta una richiesta di seguirne l’iter. In questo modo il tempo risparmiato diventa un valore sia per i cittadini sia per gli uffici.
Un processo di cambiamento già iniziato da qualche anno a livello nazionale che prosegue con l’ultimo decreto PNRR dei giorni scorsi con ulteriori step come la durata della CIE per gli over 70, la tessera elettorale on line e nel pacchetto IT- Wallet, e la condivisione delle banche dati tra enti pubblici, in modo che il cittadino non debba presentare dichiarazioni già in possesso della pubblica amministrazione.
Accanto alla tecnologia, però, resta centrale l’attenzione alle persone e al target dei cittadini, soprattutto in una città come Ancona dove risiedono migliaia di over 70. Proprio per questo il Comune ha avviato percorsi di alfabetizzazione e facilitazione digitale, pensati per aiutare chi ha meno dimestichezza con gli strumenti informatici. Attraverso il progetto della Bussola Digitale della Regione Marche sono stati attivati corsi di avvicinamento ai nuovi servizi telematici della pubblica amministrazione e l’attivazione di un presidio alle ex circoscrizioni e presso gli uffici della Carta di Identità Elettronica per aiutare i cittadini a consultare pratiche o presentare istanze on line. Numeri alla mano da circa due anni sono oltre 3800 i cittadini che si sono rivolti agli sportelli della Bussola Digitale per attivare lo SPID o la carta di identità elettronica, ricevere assistenza alla compilazione di richieste o consultare una pratica, ma anche per la semplice installazione di un’applicazione sul telefono o per scaricare file in sicurezza. Un supporto fondamentale quello degli sportelli della Bussola Digitale che cercano di evitare che l’innovazione diventi una barriera e per garantire che nessuno resti escluso dal cambiamento. Gli orari degli sportelli di Facilitazione Digitale, disponibili su appuntamento sono consultabili quihttps://bussoladigitale.regione.marche.it/#facilitazioni , inoltre prossimamente saranno organizzati nuovi corsi di alfabetizzazione digitale, sia di livello base che avanzato.
Il processo di digitalizzazione è reso possibile anche grazie ai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che il Comune di Ancona ha intercettato e che stanno consentendo di investire su infrastrutture tecnologiche, sicurezza informatica e interoperabilità con i sistemi nazionali della pubblica amministrazione.
Dietro questo percorso non c’è soltanto l’introduzione di nuovi strumenti, ma una vera e propria trasformazione culturale. Un modo diverso di pensare il Comune: non più soltanto un luogo fisico, ma un servizio continuo, comodo, sostenibile, più trasparente e più vicino ai bisogni reali della comunità.
Sembra un personaggio uscito dai romanzi di Salgari o Verne- che tanto amava da ragazzino- o meglio ancora di Melville o Conrad, Augusto Selva, capo pilota del porto di Ancona, in congedo dall’11 gennaio di quest’anno. In servizio nel capoluogo dorico dal marzo 1998, alla guida della corporazione dei piloti per quasi 11 anni, il Comandante Selva, 63 anni, registrato con il n.13, non passa inosservato nel porto e in città per il portamento e l’aspetto alto e asciutto, la barba da lupo di mare, lo sguardo acuto e fiero, il passo veloce e dinamico. A colpire soprattutto è la cadenza: un misto di veneto giuliano e anconetano, che lo rende davvero inconfondibile, sia nell’affrontare argomenti seri e articolati, sia nel raccontare aneddoti e ricordi divertenti, aprendosi al sorriso. Nato e cresciuto a Trieste, il più grande porto dell’Adriatico, Selva (che porta il nome del nonno, navigante) non ha avuto vita facile: orfano di madre ai suoi primi giorni di vita, è stato accolto dagli zii che non navigavano certo nell’oro e si è perciò rimboccato le maniche fin da piccolo: dopo il diploma all’Istituto Nautico, con il titolo di allievo capitano di lungo corso (e successivamente capitano di lungo corso), si è formato all’Accademia navale di Livorno e quindi imbarcato come guardiamarina su un cacciamine. In seguito il passaggio alle navi mercantili, a bordo delle quali ha girato il mondo per anni. Infine la decisione di dare una svolta alla sua vita, di tornare sulla terra ferma per stare vicino alla moglie Federica e alle due figlie nate nel frattempo, e poi alla terza, arrivata più tardi. A fine anni Novanta nel porto della città natia tutti i posti erano coperti, perciò Selva guarda verso sud e la scelta cade su Ancona , città alla quale approda superando il concorso per il ruolo di pilota, per il quale i candidati necessitano di esperienza, preparazione e capacità.
Nell’incontrare il Comandante Selva, gli chiediamo di chiarirci
chi è e cosa fa un pilota del porto:
“I piloti del porto- esordisce con certa modestia- sono dei consiglieri, degli assistenti, dei suggeritori per i comandanti delle navi che arrivano e partono, di qualsiasi bandiera e nazionalità, indicando le rotte d’ingresso, perché conoscono bene le correnti, le maree, i venti, i fondali. Essendo i primi a salire, raggiungendo con le loro pilotine le navi quando entrano, sono i primi che vengono a conoscenza di quello che succede a bordo,”. Andando a leggere sui siti dedicati si apprende che il pilota di porto è una figura fondamentale, di altissimo profilo e responsabilità: “ è un esperto marittimo altamente specializzato che assiste il comandante di una nave nelle complesse manovre di entrata, uscita e spostamento all’interno di un porto, garantendo sicurezza e efficienza grazie alla sua profonda conoscenza dei canali, fondali, correnti e venti locali, operando H24 e coordinandosi con i servizi portuali come i rimorchiatori” . Neanche a dirlo, sono necessarie capacità atletiche non indifferenti, nonchè doti di abilità, coraggio, determinazione e, sul piano della comunicazione, la padronanza della lingua inglese. “Il pilota del porto è un consulente esperto– conferma il nostro interlocutore- che conosce il porto meglio di chiunque altro e si trova a fronteggiare situazioni critiche. Sul piano della sicurezza, il suo obiettivo principale è prevenire incidenti, assicurando un transito sicuro ed efficiente in condizioni meteorologiche molte volte avverse”. E qui sorride, ricordando una tra le non poche disavventure, quando, cioè, scortata una nave diretta in Albania all’uscita del porto in una burrascosa serata di dicembre, le condizioni del mare erano talmente perturbate che non gli fu possibile “saltare” sulla pilotina e rientrare in porto e si trovò, pertanto, a trascorrere il giorno di Natale a Durazzo.
Legato, sì, e tanto alla sua Trieste dove una parte della famiglia, aumentata con l’arrivo di due nipotine, ciclicamente risiede e lavora, Augusto Selva è però attaccatissimo ad Ancona, città nella quale ha instaurato profondi legami con i colleghi piloti, con gli operatori del porto nei suoi tanti ambiti: addetti ai rimorchiatori, marittimi e funzionari di compagnie di navigazione, agenzie, gli stessi armatori, Autorità Portuale, Capitaneria, Fincantieri e altri cantieri, operatori commerciali ecc. Guai chi gli tocca Ancona “uno dei migliori porti italiani e dell’Adriatico”- dice, del cui tessuto in tanti anni è talmente entrato a fare parte da conoscere da vicino le storiche famiglie che legano la loro vita a quella della storia dello scalo: Archibugi, Morandi, Rossi, Amatori e Mauro, per fare qualche nome.
“Ancona ha molti primati– rimarca con forza e, interpellato, in merito all’annuncio della candidatura a Capitale del Mare: di sicuro ha i numeri per candidarsi per il suo profilo storico. E una antica Repubblica marinara ed è un porto importante per l’Oriente. Ha competitor di più ampie dimensioni, quali Trieste, Venezia e Ravenna (la principale contendente) tuttavia non si dimentichi che la corporazione dei piloti del porto -che risale al 1864- è una delle più antiche d’Italia.” Temi che Selva ha approfondito nel lavorare ad un poderoso progetto editoriale in itinere che – prendendo le mosse dalla corporazione dei piloti del porto dorico- si allarga alla storia, allo sviluppo, ai grandi cambiamenti attraversati dal porto di Ancona dal secondo dopoguerra ad oggi. “Inizialmente sono stati trovati nominativi dei piloti del passato in un vecchio libro di contabilità della corporazione– spiega . Iniziano dal 1944 quando la motonave olandese Linge entra nel porto di Ancona, ad una settimana della Liberazione da parte del Corpo d’Armata polacco. Il porto era martoriato, completamente distrutto dai bombardamenti angloamericani, la prima nave che approdò, seguita nei giorni successivi da navi militari. L’idea del libro che voglio realizzare attraverso lo studio delle fonti è fare chiarezza su chi fossero questi piloti dei quali avevamo solo i cognomi. La ricerca nasce attraverso l’archivio di Stato di Ancona e le Biblioteche delle Marche, dalle quali ho ricevuto grande disponibilità (Ancona, Osimo, Fano e Fermo). E’ stato poi automatico estendere alle altre attività portuali senza le quali i piloti non avrebbe ragione di esistere . La storia della portualità dal 1863 in poi che sto ricostruendo passa attraverso circa 35.000 pagine di quotidiani e altre pubblicazioni del passato che ho visionato, una per una. Ho preso confidenza con i personaggi della storia della città“
Ce ne dica alcuni
“Per quanto riguarda i piloti, fino al 1945 erano tutti anconetani e marchigiani. La corporazione era nata da tempo con un decreto regio. Dobbiamo pensarli a bordo non delle classiche pilotine ma di imbarcazioni a remi (otto) che si recavano incontro alle navi fino allo scoglio della Volpe, che oggi non esiste più, è stato assorbito dalle mura del cantiere; oltre che occuparsi delle manovre si occupavano anche dell’ormeggio, era un lavoro di grande fatica Solo dopo la seconda Guerra mondiale il servizio di pilotaggio- dapprima facoltativo- diventerà obbligatorio. Il pilota più conosciuto del passato è Mariano Corsini, padre del rinomato fotografo Emilio, cui è intitolato il “fondo Corsini”. Il suo nome nel registro ottocentesco dei piloti- detti “pratici”- è affiancato a quelli di Lorenzo Crudeli, Giuseppe Gizi, Emidio Monaldi, Pio Augusto Mariselli, Edoardo Papini, Enrico Del Monte, Enrico “Mariano” Ferroni e Cesare Battistelli. Ma queste figure esistevano ancora prima, erano marinari del posto che davano aiuto ai comandanti. Solo più tardi il pilotaggio divenne obbligatori in certi porti.“
Ancona diede il via al riconoscimento di questa categoria, quindi?
“Sicuramente sì, insieme alle più antiche corporazioni dei Genova e Livorno e contemporaneamente a quella di Savona. Nel 1871 ne erano registrati ben 312 piloti pratici in tutta Italia. Attraverso le cronache cittadine, e poi cercando i volti nel cimitero cittadino ho ricostruito tante storie, tante vite. Dei nostri predecessori e delle loro famiglie. Come quella di Palmerino Loffredo, già comandante della Nennella, affondato in porto dai bombardamenti alleati, e subito impiegato da pilota non appena il porto fu liberato. E poi il Capitano Ferroni, per oltre 40 anni in mare, di cui 20 ininterrottamente da capo pilota , nominato nel 1913 Cavaliere della Corona d’Italia in considerazione dei servizi prestati alla Marina, “esempio per i giovani di zelo e bravura”. E ancora il Comandante Guido Novelli, primo capitano di lungo corso della corporazione, medaglia di bronzo al V.M., ufficiale sommergibilista della grande guerra, Cavaliere di Vittorio Veneto, o più recentemente Antonio Caso nominato Cavaliere della Repubblica dall’allora Presidente Gronchi, pèer il salvataggio della nave scuola tedesca Pamir, affondata in Atlantico.
Cos’altro ricostruisce il suo libro?
Attraverso le ricerche condotte ho ritrovato anche documentazione sulle rotte del passato. Tra i documenti riemersi dagli archivi, la locandina della linea Ancona- Alessandria d’Egitto, che per un lungo periodo di tempo fu appannaggio della famosa compagnia inglese P&O che scalando i porti adriatici toccava ogni due settimane anche Ancona e i cui equipaggi erano composti anche da marittimi anconetani. Per Ancona transitavano numerosi vapori inglesi, austriaci ecc di linee importanti quali la Robinson, la Florio, la Rubatino con navi dirette alla Dalmazia principalmente, ma anche molto oltre, arrivavano fino a Costantinopoli, e una fino a Bombay (1900). C’era addirittura una linea delle banane dall’Africa, a metà tra le due guerre, che si divideva in due rami, costeggiando l’Africa. E non dimentichiamo l’anconetana SAIM (Società anonima industrie marittime).” Nella documentazione il nostro capo pilota rievoca anche i naufragi, gli incidenti, le operazioni di soccorso in mare, ad esempio la vicenda della nave che è finita incagliata davanti a Portonovo. E anche la storia delle compagnie di navigazione, molte delle quali non esistono più, oggi ci sono pochi colossi nati dall’accorpamento di altre. Tutto questo e molto altro gli interessati alla Storia di Ancona lo troveranno nel volume che dovrebbe essere dato alle stampe nel corso dell’anno.
Ad Augusto Selva facciamo un’ultima domanda: quali sono stati e sono oggi i punti di forza del porto di Ancona, dove i piloti continueranno a operare con la loro formazione e profonda esperienza, e con il consueto senso del dovere, pronti ad adattarsi ad una costante e necessaria evoluzione?
“Dopo la devastazione dei bombardamenti, il porto si è ripreso negli anni Cinquanta/Sessanta grazie all’impegno dell’intera comunità portuale e all’avvio della raffineria API, che ha prodotto un ingente movimentazione di capitali e mezzi, nonché l’entrata in funzione dei primi silos granari, nel 1961. Insieme al boom del traffico crocieristico verso la Grecia e più tardi verso la Jugoslavia, questi elementi determineranno la definitiva rinascita dello scalo dorico. Venendo ai nostri giorni, il mercato è notevolmente cambiato e così le rotte commerciali e turistiche e risente della forte competizione con la non lontana Ravenna, oltre che dei due colossi Trieste e Venezia e anche di Bari. Detto questo, va sottolineato il grande lavoro dell’Autorità di Sistema per il porto di Ancona in questi anni, con il consolidamento della banchina 23 e l’estensione della banchina 27, nonché il rifacimento delle banchine 19,20 e 21. Ci sono sfide complesse con cui misurarsi: come tutti sanno si rende necessario un assoluto controllo dell’inquinamento ambientale nei porti per la tutela della salute umana e del mare. A riguardo, gli armatori si stanno attrezzando e di conseguenza tutte le istituzioni pubbliche e private dovranno assecondare il cambiamento. Dalle compagne crocieristiche arriva da tempo la domanda di ampliamento di banchine e fondali per accogliere le sempre più ampie navi costruite negli ultimi anni (lunghe fino a 330 metri) e se la città vuole giocare questa carta per incrementare l’economia del turismo dovrà tenerne conto.
Federica Zandri
Le FOTO STORICHE : 1) Mariano Ferroni, per oltre 20 anni capo pilota, fino al 1913; 2) gruppo al Molo Clementino, giugno 1952= da sinistra a destra un funzionario comunale, il presidente dei piloti italiani, Comandante Cesare Rosasco, capo pilota di Genova, il capo pilota di Ancona Guido Novelli (M.B.V.M.), i piloti Giuseppe Russo e Mariano Biondi; 3) NGI- linea per Egitto e India; 4) Società anonima Adriatica-Orientale. locandina 1863
CAPO PILOTA MARIANO FERRONISelva con il Capitano Fabio Spaccavento e il Capitano Davis Nepomoceno
Una tavola imbandita. È l’immagine che fa da cornice, e che resta, anche in senso metaforico, dopo una lunga chiacchierata con il professor Tommaso Lucchetti, anconetano doc, ma con origini che guardano anche all’altra sponda dell’Adriatico e che raccontano di visioni, di viaggi, di scelte che molto spesso sono arrivate oltre i confini, geografici e ideali. Una chiacchierata che, oltre a ripercorrere storie personali, di gente, di città, è servita anche a delineare il contenuto di questa intervista.
Tommaso Lucchetti è docente all’Università di Parma, dove insegna Storia e cultura dell’alimentazione e immagine del cibo nelle scienze gastronomiche. È autore di numerose pubblicazioni e monografie sulla storia culinaria, in particolare legate alle Marche, oltre che alla cultura gastronomica italiana. Cura una serie di progetti, come la collana “Il Conviviale”, edita dalla casa editrice dorica Il Lavoro Editoriale, in cui conduce un’analisi e un racconto corale con i suoi studenti dell’Ateneo parmense sui temi della ricerca storica e delle tradizioni, ma anche della divulgazione culturale attorno al cibo, alla tavola e alle pratiche alimentari del passato e del presente.
La chiacchierata si svolge, dunque, nei primi giorni di dicembre, attorno a una tavola imbandita: dolci che evocano tradizioni anconetane, marchigiane, ma non solo, perché alcuni arrivano dai suoi studenti, sparsi in tutta Italia, e oltre; tovaglie, pizzi, ricami e porcellane, che hanno attraversato il corso di più di un secolo e un pezzo di mare, dalla Croazia di nonna Tilda (classe 1900), fino all’Ancona della zia Linuccia, custode silenziosa d’altri tempi di regole discrete che trasformavano il bon ton in gentilezza, sorriso, accoglienza sincera. Una moka in primo piano sembra avere coraggiosamente attraversato, anch’essa, il corso di tutti questi anni, e le vicende di una famiglia in cui la cultura scientifica (la mamma era la dottoressa Marina Pugnaloni, direttrice della Farmacia del Salesi fino ai primi anni Novanta) è andata di pari passo con quella giuridica (del papà, l’avvocato Alberto, molto conosciuto in città e riferimento autorevole nel settore del diritto del lavoro). Una famiglia dove alla fine si è trovato, evidentemente, anche lo spazio per produrre frutti “umanistici” di grande rilievo.
La tavola imbandita dell’intervistaUna tavola apparecchiata a casa Lucchetti
È quasi Natale, e quindi, prima di tutto, si parla di cibo e tradizioni.
Il Natale è un momento centrale nella cultura del cibo. Che significato assume dal punto di vista storico e simbolico?
“Inevitabilmente la secolarizzazione ha fatto venir meno alcuni aspetti della devozione. Io ricordo all’ora di religione don Elio Lucchetti (amatissimo sacerdote battutista) ci faceva notare, a inizi ’80, come le luminarie stessero perdendo l’iconografia natalizia: niente più stelle comete o sacre famiglie stilizzate ma ormai elementi più neutri del mondo anglosassone. Diciamo che il Natale nordico, quello così incantevole e quasi magicamente fiabesco, codificato da Charles Dickens, ha un po’ eroso le nostre tradizioni più antiche, che sopravvivono anche con operazioni culturali mirate nella provincia, sostenute con forza e volontario spirito di cooperazione come momento di autoriconoscimento. Pensiamo nel periodo natalizio alla questua con i suoi canti, ma anche, poco prima, ai falò per la Venuta il 9 dicembre, che una volta mobilitava i ragazzini in gare tra quartieri anconetani, come raccontano ancora alcune persone più anziane. Le parrocchie una volta esprimevano la loro perizia e fantasia nei presepi, come anche le famiglie, e molti erano i cartolai o le mercerie che vendevano statuine o casette. Resiste, incredibilmente, il presepe vivente, manifestazione sempre più perpetuata, vissuto in alcune comunità con profondo spirito di cooperazione volontaria assai fortificante per certi borghi.
Anche sul mangiare resiste incredibilmente, come memoria anche devozionale, il cenone di magro della vigilia, rigorosamente con la pescagione più amata. Del tutto scomparso, invece, è un piatto composto di pesce molto tradizionale decenni fa: il cappone di galera, pietanza originaria della tradizione marinara. Nell’immaginario resistono i cappelletti in brodo per il pranzo del 25 (grande preparazione a catena nelle famiglie nelle memorie di molti), ma non è detto che la tradizione venga rispettata. Così dicasi per la portata di carne. Il vessillo simbolico del cappone o del tacchino, o il servizio dei fritti, e, come contorno, l’insalata russa o la parmigiana di gobbi spesso sono solo ricordi, soppiantati dalle mode del momento.
Di certo però il Natale rappresenta un momento dell’anno in cui più che mai si mangia storicamente: aromi e sapori scavano nella memoria familiare, perché l’elemento del ricordo nostalgico nutre tantissimo questa festività, e quindi recuperiamo ricette antiche con un attaccamento filologico e affettivo al tempo stesso, con ingredienti ed effluvi che tendiamo a dimenticare e trascurare per il resto dell’anno. Per i dolci poi, inevitabilmente, con la pubblicità unificante del Carosello, dai tardi anni ‘50 esplode lo status symbol del dessert con panettone e pandoro, con una fascinazione tale da far sopravvivere solo nelle aree periferiche e rurali della provincia il “bustrengo” o “fristingo”, o la “nociata”, o il ciambellone e la pizza di Natale.
Il Natale per me, poi, era vedere mia madre e le donne della sua generazione che andavano in negozi o bar che vendevano con prezzi da grossisti i cioccolatini a peso, in quantità da garantire non solo la dispensa delle feste, ma anche i regalini confezionati in sacchettini home made da donare a pazienti, vicini, colleghi di lavoro. Ce n’erano diversi di questi negozi delle meraviglie golose e liquorose, eredi un po’ dei vecchi spacci di prodotti coloniali che si trovano nelle guide ottocentesche della città. Anche questo era un modo diverso di vivere il Natale, all’insegna di una dolcezza e cortesia d’altri tempi”.
Qual è, in generale, il legame tra Ancona e il cibo, dal punto di vista storico e simbolico? Che città è Ancona se la si guarda attraverso le sue tavole?
“Ancona era città di commercio, innanzitutto per mare: prodotti esotici inevitabilmente potevano avere una familiarità maggiore con aromi e sapori che, per quanto per molti inarrivabili, circolavano in città, dalle spezie esotiche orientali ai cosiddetti “coloniali” provenienti anche dai nuovi continenti in età moderna. C’erano poi anche negozi articolati di vari generi commestibili, come ad esempio le botteghe dei pastai, dove si evince l’impiego di varianti con lo zafferano. La documentazione degli archivi gentilizi ci racconta come le famiglie nobili anconetane avessero una dotazione di utensili e corredi da mensa articolata ed elegante, oltre che meccanismi di approvvigionamento dai possedimenti in villa nelle campagne come anche nei palazzi cittadini (ad esempio le limonaie nelle dimore). Esistono anche inventari della cucina e della sala del palazzo degli Anziani tra tardo Cinquecento ed inizio Seicento. Questo per dire che le cronache parlano di importanti festeggiamenti conviviali per eventi cittadini. Ma anche dalla letteratura, specialmente memoriale, vediamo pranzi e cene per solennizzare con pietanze ritualmente ricorrenti momenti del calendario liturgico e tappe della vita familiare e sociale (ad esempio certe mangiate in gruppo di colleghi di lavoro, come i pescatori)”.
Ci sono piatti, prodotti o tradizioni che secondo lei raccontano meglio l’identità alimentare anconetana?
“È inevitabile che nell’immaginario comune Ancona è città di mare, e come tale c’è una narrazione sul pescato molto forte, a cui si aggiunge una derrata ittica di importazione molto identitaria e amata come lo stoccafisso, addirittura protagonista di ritrovi conviviali ad hoc, come del resto anche le cozze, con le vissutissime “mosciolate”. Ricordiamo quanti poeti vernacolari si sono sbizzarriti sulla degustazione quasi mistica di alcuni molluschi. Le ricette delle osterie del porto recano memorie preziose, anche dell’inevitabile contaminazione con i prodotti della terra e della campagna circostante, e in alcuni casi addirittura con adattamenti di tecniche di cottura di carne, come la “porchetta”, e di provviste di animali di terra come certi salumi suini che si abbinano a soluzioni per alcuni pesci”.
Quali curiosità, storie o dettagli poco noti della cucina di Ancona meritano di essere riscoperti?
“Ci sono episodi della storia di memorabili feste e banchetti nella nostra città che sarebbero degni di emergere alla conoscenza dei più. Ricorderei anche alcune preparazioni del tutto sconosciute ma che in ricettari antichi vengono denominate “all’anconetana”. Proverei però a sottolineare, poiché ci sono tante operazioni di recupero dedicate alla cucina di pesce, come debba essere ancora indagata la storia della nostra arte dolciaria. Noi sappiamo ad esempio che, accanto ai frutti di mare, il dono che il governo faceva ai notabili romani nei secoli scorsi era in zucchero, e che in una nota giostra cittadina vennero offerti agli ospiti confetture e paste dolci realizzate in forma di crostacei. Riguardo ai dolci popolari, non si conosce a sufficienza la “segavecchia”, in ricordo dei rituali di mezzaquaresima”.
Una chiacchierata così approfondita e ricca di spunti, curiosità e riflessioni, desta l’attenzione anche rispetto al percorso che ha portato il professor Lucchetti da Ancona alla cattedra dell’Università di Parma. Dopo una prima formazione classica al liceo Rinaldini, dove è stato avviato alla storia dell’arte da Gabriella Del Mastro, Lucchetti ha scelto di studiare Conservazione dei Beni Culturali a Viterbo, approfondendo l’antropologia culturale e lo studio delle pratiche alimentari nelle immagini storiche. La sua tesi di laurea sulle arti da tavola nel Seicento nelle Marche è stata realizzata sotto la guida di Barbara Fiore Cardona, con correlatrici Claudia Cieri Via e Simonetta Prosperi Valenti Rodinò, e ha segnato l’inizio di un percorso accademico in cui ha integrato storia dell’arte, iconografia e cultura del cibo. Successivamente, ha proseguito la specializzazione in tutela dei beni storico‑artistici con contributi di studio di Daniela Cavallero Gallavotti e Cecilia Mazzi in museologia e storia del collezionismo. Ha poi frequentato il master in Storia e Cultura dell’Alimentazione all’Università di Bologna, un programma fondato da Massimo Montanari, con docenti come June Di Schino e Alberto Capatti, fra i più autorevoli storici della gastronomia in Europa. Qui ha approfondito le connessioni tra pratiche alimentari, immagini e cultura materiale storica. Il professore ha anche una esperienza decennale con i musei della provincia e nel corso della sua carriera accademica è stato docente in corsi, seminari e master, prima di consolidare il proprio ruolo all’Università di Parma.
Quando e come nasce il suo interesse per la storia e la cultura del cibo? C’è stato un momento preciso in cui ha capito che sarebbe diventato il suo ambito di ricerca?
“Barbara Fiore, che mi ha laureato, è nata a Cingoli e, pur laureatasi alla Sapienza, ricorda il suo primo lavoro importante come studiosa e ricercatrice ad Arcevia. Mi incoraggiò ad amare e a dedicarmi alle Marche, e poiché il suggerimento dato a noi studenti di Beni Culturali era di iniziare a indagare i nostri territori d’origine, mi dedicai volentieri alla mia regione. Fu così che nelle mie interminabili sessioni bibliografiche scoprii il lavoro magnifico sull’identità di queste terre da parte della casa editrice Il Lavoro Editoriale. Sfogliavo e fotocopiavo quelle pagine di quei saggi e cataloghi d’arte con ammirazione ed entusiasmo e sotto sotto l’ambizione, quasi un sogno, di partecipare a quel gruppo di autori: quando poi Giorgio (Mangani n.d.r.), saputo della mia tesi, mi cercò per parlarmi di un progetto mi sembrò davvero un traguardo. Ora pubblico per lui da quasi 20 anni, e continua ad essere per me un punto di riferimento, anche per i ricordi di personalità che non ho mai fatto in tempo a conoscere. La fase di ricerca sugli autori marchigiani è stata per me esaltante, specialmente per gli studiosi di questa regione dei decenni e quasi secoli scorsi, come Caterina Pigorini Beri o Giovanni Crocioni (nel 2000 con l’Accademia Marchigiana di Scienze Lettere ed Arti vinsi il premio per la tesi di laurea intitolato a quest’ultimo). Sono stato facilitato dalla mia esperienza per il servizio civile alla Biblioteca Comunale “Luciano Benincasa”: finivo le mie ore e restavo lì a scorre gli scaffali, con i consigli preziosi dell’allora direttore Alessandro Luigi Aiardi (scomparso di recente). Con la biblioteca ho da sempre un rapporto importante, e sono affezionatissimo a Emanuela Impiccini e Giovanna Pirani, con le quali ho anche realizzato due mostre con il patrimonio librario, intitolate “Dalla terra alla mensa”. Ricordo anche con loro un ciclo di conferenze su alcuni alimenti iconici della cultura alimentare, con letture di poeti dialettali. Non voglio, infine, dimenticare quanto mi abbia arricchito umanamente e professionalmente il lavoro ultradecennale con il Sistema Museale della Provincia di Ancona, con la presidenza di Alfonso Capriolo, e la supervisione di Patrizia Fava per la rassegna annuale “Musei da scoprire”. A Patrizia devo anche in mio “debutto” in qualità di esperto in materia al corso di storia dell’arte “Grand Tour”, dove ero appunto docente di Storia dell’arte della tavola; è lì che ho capito che quello darebbe stato il mio felice approdo”.
Quanto hanno contato Ancona e le Marche nella sua formazione? Ci sono elementi del territorio che ritrova ancora oggi nel suo modo di studiare e raccontare il cibo?
“Tutti gli approfondimenti e le letture sulle Marche mi hanno fatto capire le unicità del territorio innanzitutto in termini di paesaggio e organizzazione del mondo e della società rurale. I nostri panorami coltivati, ricamati nella varietà delle colture, hanno da sempre colpito i viaggiatori come segno e riflesso della nostra personalità e ricchezza di risorse. Ricordo con piacere un libro curato su commissione della CNA, Il paesaggio imbandito. La personalità scientifica e il gruppo di lavoro di Sergio Anselmi e del Museo della Mezzadria, per quanto lontano dal mio percorso formativo, mi ha fornito gli strumenti per cogliere le somiglianze e differenze e la costante osmosi tra classi sociali contrapposte nello scambiarsi saperi e pratiche nella cucina ordinaria e festiva. Ricordo, infine, lo studio dei monasteri, per me fondamentale, e cito a questo proposito l’operato di Amelia Mariotti, curatrice del museo di Serra Dei Conti sulle arti monastiche”.
Insegna Storia e cultura dell’alimentazione e iconografia del cibo all’Università di Parma. Che tipo di sguardo cerca di trasmettere ai suoi studenti quando affronta questi temi?
“Ai miei studenti dico come prima cosa di guardarsi attorno. Cercare le cose del passato con uno sguardo tutto loro, appunto da gastronomi del futuro, e quindi da curiosi indagatori del ciclo terra, dispensa, cucina, mensa. Devono interrogarsi su quanto attorno a loro ci siano tanti insospettabili reperti parlanti questa lingua: l’immagine del cibo non è solo Le nozze di Cana del Veronese, o una natura morta in cucina di Carlo Magini, ma è anche costituita da tutte le foto di feste e pranzi dei loro nonni, o dai cartoncini augurali, magari anche di menù, custoditi in certe scatole o album nelle abitazioni. I documenti non sono solo preziosissimi incunaboli e cinquecentine, ma anche i quadernetti manoscritti ingialliti di casa. In merito infine, agli oggetti, certi pezzi pregiati custoditi nella credenza hanno un valore infinitamente inferiore, ovviamente, della saliera di Benvenuto Cellini, ma sono testimonianza del senso del bello e del buono nelle dimore, dai servizi da caffè impolverati a vecchie scatole di latta di biscotti con decori liberty. Si tratta di manufatti che nel tempo perdono magari la loro destinazione d’uso ma diventano oggetti d’affezione portatori di ricordi, e come tali vanno trattati. Tutti questi veicoli di memoria gastronomica e conviviale i ragazzi sono invitati a coccolarli come fossero peluches, trovando gli strumenti per recuperare in loro ciò che esprimono e testimoniano per la storia e la cultura dei processi alimentari”.
Chi sono oggi i suoi studenti? Da dove arrivano, che aspettative hanno e cosa li spinge a studiare il cibo come fenomeno culturale?
“Sono sempre più convinto che la sovraesposizione della cucina nei media e come fatto socio-culturale creatasi negli ultimi due decenni abbia inciso solo in parte nelle iscrizioni così corpose ai corsi di laurea in Scienze Gastronomiche, ormai sempre più diffusi. Una parte degli iscritti, ma molto di più negli anni scorsi, sono anche professionisti del settore o appassionati, quindi anche gente adulta, che cerca una qualificazione universitaria. Per quanto riguarda i ragazzi, la provenienza è indicativa fino a un certo punto: certamente molti provengono dagli istituti alberghieri, ma molti altri hanno una maturità liceale tradizionale, scientifica o classica. Direi che ciò che li accomuna è di certo una curiosità innata verso il cibo e le arti di trasformazione e cucina. L’identità di certo dipende da un’inclinazione individuale ma molto incide anche il clima in famiglia. I miei ex studenti, ora collaboratori, hanno respirato in famiglia questa attenzione affettuosa, a partire dall’orto per arrivare alla cura nell’apparecchiare. Sono stati temprati in un clima che li incoraggiava quando non avviava”.
Che tipo di rapporto si crea in aula e fuori dall’aula? C’è un episodio o un progetto che racconta bene il suo modo di lavorare con loro?
“Mi ricordo quando ho iniziato le mie prime lezioni in un’aula universitaria la mia ansia era quella di trasmettere il più possibile, cercando di dare quanti più spunti possibili di approfondimento, e scivolando spesso in aneddoti significativi, oltre ad esempi che sapevo funzionali se non illuminanti. La cosa vedevo che riusciva, anche perché spesso i ragazzi chiedevano di non far pausa durante le due ore. Mi rendevo però contro che questa frontalità rischiava di diventare uno scambio unidirezionale e allora ho cominciato a spiegare talvolta con conversazioni, facendo osare i ragazzi nel formulare teorie, ad esempio sull’etimologia di certi termini del lessico storico-gastronomico, che spesso sono l’essenza storica in una singola parola. Ho poi cominciato a proporre loro di cercare riscontri a quello che dicevo, con esplorazioni addirittura domestiche, se non visite nel territorio, come ad esempio per dimostrare come certi musei arrivino a raccontare temi della storia e delle tradizioni di cibo. Comunque ho sempre fatto poi creare i ragazzi con metà dell’esame condotto in autonomia, con una ricerca storica o iconografica di un tema o immagine da loro trovato, e che soprattutto fosse una vera e propria tesina inedita e non compilativa. Costringo i ragazzi a lavorare e risistemare contenuti e bibliografia finché il lavoro non è almeno minimamente degno di una pubblicazione seria. Ci vuole tempo da parte mia e loro, ma poi è tempo che, lo riconoscono, guadagnano quando devono affrontare la tesi di laurea, con me o con altri docenti. Agli autori dei lavori migliori e più appassionati (e appassionanti) ho anche consentito di tenere seminari o esporre le ricerche durante le lezioni. Poi ci sono quelli che hanno scelto di laurearsi con me, e alcuni di loro hanno accolto questa palestra di ricerca e scrittura che è la collana di volumi, nata per dare visibilità alle tesi di laurea più ricche e preziose, che sono riuscito a mettere in piedi grazie al supporto affettuoso di Giorgio Mangani, da sempre al mio fianco per le moltissime cose fatte uscire con Il Lavoro Editoriale”.
Il prof. Lucchetti con alcuni dei suoi studenti dopo la presentazione di uno dei volumi del Conviviale
Che cosa racconta “Il Conviviale”, la collana che cura insieme con i suoi studenti? Qual è l’idea che tiene insieme i volumi e cosa volete trasmettere a chi li legge?
“Come recita il nome di questa collana ci si rivolge a persone che amano non il mangiare, ma la cultura del cibo, il suo spirito di condivisione non solo gastronomico ed organolettico ma anche appunto di conversazione, che traendo spunto da ciò che si degusta a tavola, a casa o in locali pubblici come i caffè (modello anche letterario e filosofico illuminista) porta a ragionare in libertà su ogni pensiero o nozione connessa alla mensa. Del resto “Convivio” è un saggio letterario per Dante, oltre che modello di dibattito per pensatori antichi. Ecco che allora si viaggia, sia per territori, con tradizioni e credenze legate a ogni specifico tema, sia per ambiti tematici, andando a cercare come anche altre espressioni della cultura e della creatività parlino dell’argomento in questione, dalla letteratura, alle arti, al cinema, allo spettacolo, al folklore, alla devozione religiosa, in prospettive storiche e antropologiche, ma, se capita, anche tecniche e scientifiche. Si vuole incuriosire e appassionare tutti coloro che non cercano semplicemente la ricetta, che pure è importante, ma anche la componente intellettuale che sta dietro a tutte le arti e i saperi della tavola. Sono sempre partito dall’idea che l’obiettivo era valorizzare le tesi di laurea che seguivo, meritevoli di essere premiate. Ora che il gruppo è affiatato, discutiamo periodicamente sulle scelte dei titoli e soggetti di ogni volume, lasciandoci anche seguire dai percorsi di indagine individuali o di gruppo, o da specifiche commissioni, come è accaduto con due cataloghi di collezioni in mostra che ci hanno dato spunti per monografie molto particolari e secondo me interessanti. L’obiettivo è riuscire a coprire nel tempo le principali festività, gli alimenti più elementari e ricorrenti, e i percorsi per ambito, come è il caso del numero sulle “immagini del cibo”, basilare per il mio corso. Stiamo valutando di creare anche testi su città. La “nostra” (di adozione), Parma, sarà forse la prima. Poi l’attualità. E a settembre ci attende un volume dedicato al Patrimonio Unesco, per dimostrare come non solo per il cibo, ma per le tante connessioni con le arti e la vita sociale, il cibo è cultura”.
Da studioso, come valuta il riconoscimento Unesco verso il patrimonio alimentare italiano?
“Il riconoscimento Unesco mi rende felice, ovviamente, considerato che il cibo è cultura tra le culture e arte tra le arti. Al tempo stesso però mi dà inquietudine la speculazione che ne potrà derivare per un atteggiamento molto superficiale con cui questo aspetto viene affrontato. Ancora una volta la storia, che dovrebbe essere il termometro del radicamento culturale di un fenomeno, è ignorata o peggio manipolata. Trovo grave che sul tema alcuni dicano che per la prima volta una cucina nazionale viene nominata patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Successe difatti una ventina di anni fa, ben prima di noi, ai Messico, e alla Francia qualche anno fa grazie ad una furba strategia (e i cuginetti sono tronfi d’orgoglio di essere arrivati prima di noi). E questa è storia recente. Poi ci saranno quelli che improvvisano riferimenti inesistenti a trattati del passato (qui Internet fa più danni dei Borgia) o, peggio ancora, che si inventano leggende ad hoc o testimonianze orali per creare un marketing, se non glamour, almeno suggestivo”.
C’è un piatto, un libro o un ricordo legato al cibo che sente particolarmente suo e che racconta chi è lei oggi?
“Amo i dolci, che confeziono da solo da quando ero adolescente, perché sono i piatti speciali, che raccontano il senso della festa e coniugano sempre il bello con il buono trasformando sempre l’ordinario in artistico nella presentazione e decorazione. Sono poi i veicoli privilegiati della memoria affettiva. Per il pranzo che ho apparecchiato per gli 80 anni di mio padre il grosso del lavoro sono stati i quattro dessert: un dolce proveniente dalla sua nonna, uno di sua madre, uno di mamma, sua moglie, e uno mio. I tre nipoti hanno portato i primi tre, io l’ultimo. Per lo stesso motivo direi che i miei dolci preferiti sono la zuppa inglese della nonna paterna, lo strudel della nonna materna, la crema della mia adorata zia Linuccia e il mio tronchetto di Natale, che in forma mignon regalo alle persone care durante le feste. Come film, sono stato folgorato nel mio lavoro da “Il pranzo di Babette”, quando avevo 16 anni. Poco prima uscì “La famiglia” di Scola che amo profondamente (ho cercato di ricreare quell’appartamento nella casa dei nonni paterni a piazza Diaz, dove ho abitato fino a tre anni fa). Come libro, direi che “Lessico famigliare” della Ginzburg, con il suo inconfondibile senso della memoria, è più che un libro un genere letterario. Per lo stesso motivo amo molto i libri splendidi della geniale Anna Marchesini, e nelle nostre Marche considero un privilegio aver scritto una presentazione per il meraviglioso “Sillabario del tempo” di Guglielmina Rogante. A livello europeo ho amato Thomas Mann e Flaubert, oltre a Karen Blixen. Dickens ha un ruolo privilegiato. Dovrei citare anche “Kitchen” di Banana Yoshimoto, per come ha proposto un modello di famiglia del tutto autonomo e centrato sull’affetto e la solidarietà”.
Se non si fosse occupato di storia e cultura dell’alimentazione, che strada pensa avrebbe potuto prendere?
“Mi sarei comunque occupato di Storia dell’arte, in particolare di musei. La gestione museale è la mia grande passione: ho avuto per il momento il privilegio di collaborare con le ricerche e i contenuti, e in alcuni casi nella redazione dei testi e anche nel percorso e nell’allestimento, a ben cinque realtà museali sparse per l’Italia (oltre a qualche mostra temporanea, la più importante con la mia preside di Viterbo Maria Andaloro a Palermo, a Palazzo dei Normanni). Oppure avrei studiato letteratura, ma di certo avrei voluto fare il docente, e l’autore di saggi quale sono. Per essere scrittore, debuttando sulla narrativa, forse ci sarà tempo e occasione”.
C’è una domanda che non le fanno quasi mai, ma alla quale le piacerebbe rispondere?
“Più che altro un chiarimento ad una domanda a cui non so mai rispondere e che mi esaspera: quale è il tuo ristorante preferito? La gente, anche persone colte, non ce la fa ad arrivare ad un concetto di base: lo storico dell’alimentazione occupandosi del mangiare del passato osserva tutto, carte e immagini, oggetti e spazi antichi, ma non può esplorare il cibo dalle epoche scorse. Il suo pane sono gli archivi, i musei e le biblioteche, non le portate degli chef stellati!”.
“Caro Trifogli, mi rivolgo a te come Assessore della P.I. che ha preso molte iniziative nel campo culturale; mi rivolgo inoltre a te in qualità di Segretario dell’Accolta, […] affinché tu voglia prendere in considerazione un’altra iniziativa che, secondo me, è molto necessaria e [..] che darà veramente prestigio alla città e all’Accolta che dovrebbe prendere la iniziativa. Mi voglio riferire, cioè, alla Galleria d’Arte Moderna della quale qualche volta abbiamo parlato. Secondo me, l’Accolta, come ho detto, dovrebbe prendere la iniziativa e incominciare a reperire le opere; l’esperienza e le conoscenze fatte durante il “Premio Marche” credo che ci debba aiutare; la buona volontà di alcuni […] sorreggerà l’iniziativa; gli interventi di Enti saranno assicurati quando vedranno che si fanno le cose con serietà e decisione; tutto assieme permetterà, se non di portare a compimento l’opera, di condurre l’iniziativa a buon punto”.Il 28 ottobre 1958 Brenno Bucciarelli, tipografo, collezionista, scrive ad Alfredo Trifogli, allora vicesindaco e assessore alla Pubblica Istruzione del Comune di Ancona. Il tono della lettera è partecipe e appassionato e nasce dalla convinzione che la città dovesse raccogliere in una sede adeguata le opere contemporanee acquisite dal Comune nel corso degli anni Cinquanta, soprattutto in occasione del Premio Marche, restituendole alla fruizione pubblica.
Questo documento rappresenta una delle fonti più significative emerse nel corso della ricerca storica che ha dato forma alla sezione introduttiva della venticinquesima edizione del Premio Marche, attualmente allestita alla Mole Vanvitelliana di Ancona fino al 28 febbraio 2026. La ricerca ha consentito di ricostruire le premesse culturali e istituzionali che portarono nel 1967 alla nascita della Galleria d’Arte Moderna di Ancona, mettendo in evidenza il ruolo decisivo svolto dal Premio Marche nei suoi primi dieci anni di attività.
Il Premio Marche nasce ufficialmente ad Ancona nel 1957 per iniziativa dell’associazione Accolta Amici della Cultura, presieduta dall’avvocato Giorgio Umani e coordinata da Alfredo Trifogli nel ruolo di segretario. L’associazione riuniva artisti, amministratori pubblici e appassionati d’arte, tra i quali lo stesso Bucciarelli. In una città impegnata nella ricostruzione materiale e simbolica del dopoguerra, la rassegna si proponeva come strumento di aggiornamento culturale e di confronto con le tendenze dell’arte contemporanea, in continuità con le esperienze espositive che avevano animato il capoluogo nella prima metà del Novecento.
Fin dalle prime edizioni il Premio Marche si configurò come un’iniziativa ambiziosa, capace di attirare artisti non solo regionali ma progressivamente anche di ambito nazionale. Gli artisti erano chiamati a proporre le loro opere ad una giuria incaricata di selezionare quelle da esporre e di assegnare medaglie o premi-acquisto finanziati dagli enti territoriali che sostenevano la manifestazione, tra cui il Comune e la Provincia di Ancona, la Cassa di Risparmio e l’Ente autonomo della Fiera della Pesca. Questa formula garantiva agli artisti un riconoscimento economico e consentiva alle istituzioni di acquisire opere destinate ad arredare uffici ed edifici pubblici. Nel tempo si andò così formando, quasi inconsapevolmente, un primo e consistente nucleo di arte contemporanea. Le acquisizioni si inserirono nel quadro della “legge del 2 per cento”, che permetteva di destinare una quota della spesa per l’edilizia pubblica all’acquisto di opere d’arte, favorendo l’avvio di una politica di acquisizioni sistematica da parte del Comune.
una sala della prima sezione della mostra Erratica, che ospita la storia della Galleria di Arte Moderna di Ancona
Un passaggio decisivo avvenne nel 1963, quando Bucciarelli, su incarico dell’Amministrazione comunale, intraprese una ricognizione delle opere acquistate e collocate nelle sedi pubbliche. Solo nei plessi scolastici vennero individuate quarantaquattro opere, ventisette delle quali provenienti dalle edizioni del Premio Marche del 1959, 1960 e 1961. La consapevolezza dell’entità e del valore di questo patrimonio rafforzò l’idea della necessità di selezionare le opere e di esporle in uno spazio dedicato.
In questo contesto si colloca l’azione di Alfredo Trifogli, figura centrale della vita amministrativa e culturale cittadina. Tra il 1956 e il 1964, come vicesindaco e assessore, e successivamente come sindaco dal 1969 al 1976, Trifogli promosse interventi destinati a incidere profondamente sulle istituzioni culturali anconetane. Tra questi spicca la riapertura della Pinacoteca Civica nel 1958 a Palazzo degli Anziani, dopo sedici anni di chiusura, che restituì alla città il proprio patrimonio storico e rafforzò l’esigenza di valorizzare il patrimonio culturale cittadino.
Il 30 aprile 1967 viene inaugurata la Galleria d’Arte Moderna di Ancona con una selezione di cinquantotto opere allestite nel mezzanino di Palazzo Mengoni-Ferretti, già sede della Biblioteca civica “Luciano Benincasa”. L’apertura rappresenta il compimento di un percorso decennale maturato anche grazie all’esperienza del Premio Marche, che proprio nello stesso anno interrompe la propria attività, divenuta nel tempo sempre più onerosa sul piano organizzativo ed economico.
documentazione in mostra
Tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta, sotto l’impulso di una nuova direzione stabile dei musei, la Galleria rafforzò temporaneamente il proprio ruolo nel panorama artistico nazionale, ampliando la collezione e promuovendo una maggiore attenzione alla didattica e al dibattito sul museo contemporaneo, nonostante il trasferimento a Palazzo Bosdari, dove dal 1973 condivide la sede con la Pinacoteca Civica. Nei decenni successivi, tuttavia, le esigenze espositive e conservative delle due collezioni si rivelarono difficilmente conciliabili e la Galleria d’Arte Moderna finì per occupare una posizione progressivamente marginale all’interno di un percorso museale, sempre più incentrato sulla valorizzazione delle opere della Pinacoteca.
Nel tentativo di rispondere alla carenza di spazi, negli ultimi vent’anni l’Amministrazione comunale ha promosso l’acquisto e la ristrutturazione di Palazzo Bonomini, edificio adiacente a Palazzo Bosdari, sperimentando nuovi allestimenti e percorsi di visita. Anche la recente riapertura del museo ha restituito maggiore visibilità alla collezione della Galleria, con sale dedicate alla narrazione delle sue vicende. La convivenza con la Pinacoteca, tuttavia, continua a incidere sulla percezione della sua identità, spesso intesa come un’appendice ed esclusa dalla segnaletica e dalla comunicazione ufficiale.
Alla luce delle vicende emerse dalla ricerca, le oltre trecento opere che oggi compongono la collezione della Galleria sollecitano una riflessione sul futuro dell’istituzione e sulla possibilità di costruire un museo capace di tenere insieme memoria storica e istanze del contemporaneo. In questa prospettiva si colloca la sezione che apre edizione 2025 del Premio Marche alla Mole Vanvitelliana, pensata per riportare alla luce, attraverso opere raramente esposte, documenti e cataloghi, una storia a lungo rimasta in ombra e per restituire alla Galleria il posto che le spetta nel panorama culturale della città.
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