“Il teatro come rito”: un dialogo con la nuova Compagnia Giovani


Siamo andati a conoscere i protagonisti di una nuova realtà teatrale che ha debuttato ad Ancona. Un racconto corale che parla di passione, della sacralità del palcoscenico e di una sfida artistica rara in Italia: una compagnia in grado di dare una inconsueta stabilità.

Di fronte a un gruppo di attori che hanno appena condiviso una convivenza intensiva, dopo il processo di selezione che ha portato alla creazione della Compagnia Giovani di Marche Teatro, si percepisce subito una vibrazione particolare che si crea all’interno di un gruppo molto coeso.

Nata nell’ottobre 2025, la Compagnia è composta da dodici professionisti — Nicolò Ausili, Sabrina Caliri, Federica Clementi, Silvia Donzelli, Marco Gabrielli, Michele Augusto Magni, Zelia Pelacani Catalano, Alma Poli, Arianna Primavera, Matteo Principi, Luca Quarchioni e Francesco Santarelli.

Non sono solo colleghi; sono reduci da un’esperienza che mescola vita quotidiana, fatica e quella “sacralità” che solo il teatro sa conservare. Li abbiamo incontrati per farci raccontare un po’ di loro, cosa significhi oggi scegliere il mestiere dell’attore e come è stato tornare nelle Marche dopo anni di esperienze in giro per l’Italia e l’Europa.

L’urgenza di uscire dal “mondo comune”

Molto spesso le passioni nascono in giovane età, ma c’è anche una spinta più profonda quando si decide di intraprendere la carriera dell’attore. Come è nata questa vostra passione?

“Siamo tutti specializzati, veniamo dalle accademie di Milano, Roma, Genova o Torino,” spiegano i membri della compagnia. “Ma oltre alla formazione, c’è qualcosa di comune che sentiamo dentro: un’energia che cerca di uscire. Tutti noi forse, in un modo o nell’altro ci sentivamo fuori posti nel ‘mondo comune’, quello quotidiano. Incontrare il teatro è significato entrare dentro un mondo straordinario dove puoi buttare fuori quel quid, quella vitalità e dove esprimere te stesso senza inibizioni.”

Per molti di loro, la scintilla è nata a scuola, grazie a laboratori teatrali, oppure nell’innamoramento per il luogo-teatro e si è consolidata grazie alla forte connessione con il pubblico: “Per me è stato come entrare in una chiesa,” confessa una delle attrici. “Anche se non sei credente, senti l’odore, ti arriva l’idea di qualcosa di sacro. È forse uno dei pochi riti rimasti, che riesce a trasmettere quel senso di meraviglia che ci portiamo dietro da bambini.”

La precarietà come compagna di viaggio

Scegliere questa strada oggi richiede una buona dose di ostinazione. Oltre alla poesia, c’è la realtà di un mestiere precario. Come la vivete?

“È così. Questo lavoro è un privilegio, si potrebbe dire lo abbiamo scelto perché non avevamo voglia di lavorare” dice con ironia uno degli attori “ma anche una fatica enorme. Solo il 10% di chi ci prova riesce a farlo davvero. Si tratta di sopportare lo stress, la competizione e i periodi di vuoto. Finisci un lavoro e magari per un anno non sai cosa farai.”

Questa precarietà non è solo economica, ma anche emotiva. “Abbiamo vissuto un mese insieme a Villa Nappi, mangiando e provando sempre insieme, creando una famiglia. E poi? Magari dopo l’estate non ci vedremo più. È difficile, ma è il nostro mestiere. La compagnia si forma, vive intensamente e poi si scioglie.”

Tuttavia, questo progetto ha un’ambizione diversa: “In Italia è raro, ma noi vogliamo costruire una progettualità duratura, sul modello delle compagnie stabili. E nella prosecuzione di questa collaborazione vedremo cosa diventerà questo rapporto emotivo che abbiamo creato.” Infatti, dopo “L’impresario di Smirne” scritto e diretto da Giuseppe Dipasquale, Direttore di Marche Teatro, la Compagnia si scioglierà così che ogni membro possa dedicarsi ad altri progetti, e si riunirà per progetti futuri.

Il ritorno a casa: il debutto ad Ancona

Tra voi ci sono attori marchigiani e due (o tre) proprio di Ancona. Che effetto fa tornare a recitare nella propria città?

“Per me è stato strano,” racconta uno di loro. “Quando esci dall’accademia, Ancona non è la prima città che ti viene in mente per lavorare. Debuttare qui è stata una responsabilità in più: tra il pubblico c’erano persone che mi conoscono bene. È stato emozionante proprio per questo motivo.”

L’esperimento: condivisione e rotazione dei ruoli

Una caratteristica interessante di questo spettacolo è la rotazione dei personaggi. Com’è stato cambiare “pelle” e condividere il ruolo con un collega?

L’esperimento, nato inizialmente con l’idea di avere addirittura quattro cast, si è poi stabilizzato su due rotazioni. Una scelta che gli attori definiscono stimolante: sicuramente che li ha costretti a mettersi in gioco ma che è stata molto utile per “rubare” l’uno dall’altro strumenti da utilizzare nella resa del personaggio.

“È bellissimo avere qualcuno con cui condividere il percorso del personaggio. Io rubo da te, tu rubi da me. È una costruzione condivisa che ti toglie dalla comfort zone,” spiegano. “Se io e la mia collega abbiamo fisicità e strumenti diversi, contagiarci a vicenda ci permette di uscire da quello che pensiamo di sapere di noi stessi.”

E il pubblico come reagisce?

“Lo spettacolo è lo stesso, ma sono due arie diverse. Il pubblico ride in momenti differenti perché l’energia cambia totalmente. È anche una trovata di marketing geniale,” scherzano, “perché se vuoi vedere l’altra sfumatura della storia, devi tornare la sera dopo!”

Quando ho parlato con loro, la compagnia si stava preparando per la replica serale. Sono emerse chiaramente, nonostante la stanchezza e la fatica, la sintonia tra loro, la dedizione al teatro e l’entusiasmo per un progetto che li fa guardare al futuro con una nuova determinazione.

Greta Sturm

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