Sempre più spesso il lupo viene segnalato anche in aree verdi della città, frequentate ogni giorno da chi passeggia o porta a spasso il cane. Un dato di realtà che il Comune di Ancona ha deciso di affrontare puntando su informazione e prevenzione, per aiutare i cittadini a orientarsi e a comportarsi in modo corretto.
Il vademecum del Parco del Conero, rieditato dal Comune
Il cuore della campagna informativa è il depliant realizzato dall’Ente Parco del Conero, rieditato dal Comune di Ancona e distribuito come strumento pratico di conoscenza e prevenzione. Il volantino contiene informazioni essenziali sul lupo e indicazioni chiare su come comportarsi in caso di avvistamento o incontro ravvicinato, con l’obiettivo di favorire una convivenza consapevole con una specie protetta.
Cartelli informativi nei parchi più frequentati
Accanto al depliant, l’Amministrazione ha rafforzato la comunicazione sul territorio installando cartelli informativi in numerosi parchi e giardini cittadini, in particolare quelli non recintati e le aree maggiormente frequentate da chi è accompagnato da animali domestici. La segnaletica è presente, tra gli altri, al Parco Adrio Francella, al Parco Belvedere e al Parco Eraclio Fiorani di Posatora, al Parco di via del Fornetto, al Parco di viale Tiziano, al Parco Cittadella (nelle aree di via Cittadella, via Circonvallazione e Parco San Costanzo), al Parco del Pincio, alla Lunetta Santo Stefano, ai parchi di via Petrarca e Villa Beer, ai Giardini del Passetto, nelle aree di Pietralacroce (Osservatorio e Forte Altavilla), al Parco UNICEF di via Togliatti, al Parco Gabbiano di Torrette, al Parco degli Ulivi di Collemarino e al Parco del Cardeto.
Le regole di base per prevenire i contatti
Il depliant del Parco del Conero è strutturato come un vero e proprio vademecum. Tra le principali indicazioni, quella di non offrire mai cibo al lupo né alla fauna selvatica in generale e di non lasciare rifiuti o alimenti accessibili, compresi quelli destinati agli animali domestici. Per questo viene raccomandato l’uso di contenitori idonei per la raccolta dei rifiuti.
Cani al guinzaglio e attenzione nelle ore serali
Un capitolo importante riguarda la gestione dei cani. Il lupo può interpretare un cane lasciato libero come un intruso nel proprio territorio o come una possibile preda. È quindi consigliato tenerlo sempre al guinzaglio e, soprattutto nelle ore notturne o crepuscolari, non lasciarlo all’esterno ma custodirlo in casa o in un luogo sicuro.
Cosa fare in caso di incontro ravvicinato
In caso di incontro con un lupo è fondamentale evitare qualsiasi atteggiamento confidenziale. Il comportamento corretto prevede di farsi notare, parlando ad alta voce, producendo rumore con oggetti, agitare le braccia e proteggere il cane, mantenendo la distanza e senza tentare avvicinamenti. Se un lupo si avvicina ripetutamente a meno di 30 metri dalle persone, il livello di confidenza dell’animale è considerato elevato. In questi casi è necessario segnalarlo all’Ente Parco Regionale del Conero (info@parcodelconero.eu) oppure contattare il numero 1515 dei Carabinieri Forestali.
Monitoraggio
Dopo confronti con esperti e autorità competenti, gli uffici comunali sono impegnati nel monitoraggio del fenomeno, che si affianca a quello, già noto, legato alla presenza dei cinghiali. La situazione dei lupi presenta però caratteristiche diverse, poiché la tutela e la gestione delle specie protette sono affidate dalla normativa vigente allo Stato e alla Regione. «È importante rafforzare la campagna informativa sugli avvistamenti dei lupi per rendere tutti i cittadini consapevoli, in particolare chi frequenta i parchi pubblici con animali da affezione – afferma il vicesindaco e assessore alla Sicurezza Giovanni Zinni –. È fondamentale seguire le indicazioni fornite dagli enti preposti, a partire da quelle contenute nel depliant dell’Ente Parco del Conero. L’obiettivo non è creare allarmismi, ma promuovere informazione e responsabilità».
La trasformazione digitale del Comune compie un passo decisivo con l’attivazione del nuovo portale dei servizi online, uno strumento pensato per semplificare il rapporto tra cittadini e amministrazione, un vero e proprio punto di accesso unico ai servizi. Attraverso un’area personale, alla quale si accede in modo sicuro con SPID, Carta d’Identità Elettronica o Carta Nazionale dei Servizi, i cittadini possono presentare domande, seguire lo stato delle pratiche, effettuare pagamenti e ricevere comunicazioni direttamente dal Comune. Un modo per avere l’amministrazione “in tasca”, disponibile in ogni momento, anche dal proprio smartphone. Questo il link per accedere alla propria area personale https://shorturl.at/csrIg
“Un Comune più semplice, accessibile e vicino alle persone. È questo l’obiettivo che guida il percorso di digitalizzazione avviato dal Comune di Ancona, un cambiamento che negli ultimi mesi ha iniziato a farsi concreto nella vita quotidiana dei cittadini” conferma l’assessore Antonella Andreoli con la delega all’informatica che aggiunge “dai servizi scolastici alle pratiche anagrafiche e di stato civile, dalle sanzioni amministrative alle notifiche, sono decine i servizi che oggi possono essere fruiti online, senza code agli sportelli e senza vincoli di orario. Una trasformazione che punta a rendere il rapporto con la pubblica amministrazione meno burocratico, più veloce e capace di adattarsi ai tempi e alle esigenze di famiglie, lavoratori e imprese”.
La digitalizzazione non riguarda soltanto i cittadini, ma anche tutte le istanze che devono presentare i professionisti come le pratiche edilizie, l’avvio di attività economiche o la partecipazione a bandi pubblici o a concorsi per l’assunzione del personale. L’obiettivo è rendere i procedimenti più rapidi, ridurre i passaggi superflui e migliorare la trasparenza, permettendo a chi presenta una richiesta di seguirne l’iter. In questo modo il tempo risparmiato diventa un valore sia per i cittadini sia per gli uffici.
Un processo di cambiamento già iniziato da qualche anno a livello nazionale che prosegue con l’ultimo decreto PNRR dei giorni scorsi con ulteriori step come la durata della CIE per gli over 70, la tessera elettorale on line e nel pacchetto IT- Wallet, e la condivisione delle banche dati tra enti pubblici, in modo che il cittadino non debba presentare dichiarazioni già in possesso della pubblica amministrazione.
Accanto alla tecnologia, però, resta centrale l’attenzione alle persone e al target dei cittadini, soprattutto in una città come Ancona dove risiedono migliaia di over 70. Proprio per questo il Comune ha avviato percorsi di alfabetizzazione e facilitazione digitale, pensati per aiutare chi ha meno dimestichezza con gli strumenti informatici. Attraverso il progetto della Bussola Digitale della Regione Marche sono stati attivati corsi di avvicinamento ai nuovi servizi telematici della pubblica amministrazione e l’attivazione di un presidio alle ex circoscrizioni e presso gli uffici della Carta di Identità Elettronica per aiutare i cittadini a consultare pratiche o presentare istanze on line. Numeri alla mano da circa due anni sono oltre 3800 i cittadini che si sono rivolti agli sportelli della Bussola Digitale per attivare lo SPID o la carta di identità elettronica, ricevere assistenza alla compilazione di richieste o consultare una pratica, ma anche per la semplice installazione di un’applicazione sul telefono o per scaricare file in sicurezza. Un supporto fondamentale quello degli sportelli della Bussola Digitale che cercano di evitare che l’innovazione diventi una barriera e per garantire che nessuno resti escluso dal cambiamento. Gli orari degli sportelli di Facilitazione Digitale, disponibili su appuntamento sono consultabili quihttps://bussoladigitale.regione.marche.it/#facilitazioni , inoltre prossimamente saranno organizzati nuovi corsi di alfabetizzazione digitale, sia di livello base che avanzato.
Il processo di digitalizzazione è reso possibile anche grazie ai fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che il Comune di Ancona ha intercettato e che stanno consentendo di investire su infrastrutture tecnologiche, sicurezza informatica e interoperabilità con i sistemi nazionali della pubblica amministrazione.
Dietro questo percorso non c’è soltanto l’introduzione di nuovi strumenti, ma una vera e propria trasformazione culturale. Un modo diverso di pensare il Comune: non più soltanto un luogo fisico, ma un servizio continuo, comodo, sostenibile, più trasparente e più vicino ai bisogni reali della comunità.
nell’ambito delle celebrazioni per i 450 anni dalla morte dell’artista del Cadore
C’è un pezzo di Ancona alle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026, ormai imminenti. Non una rappresentanza sportiva – le discipline su neve e ghiaccio non sono il nostro forte, ma ci sta- bensì un’ immagine iconica- la celeberrima “Pala Gozzi” di Tiziano – del patrimonio culturale della nostra città. Un patrimonio che si sta facendo strada del panorama nazionale grazie alla splendida rivisitazione della Pinacoteca civica F.Podesti, riaperta a fine 2025 e diventata in breve tempo un faro della cultura nel territorio, grazie anche a nuovi orari, nuovi abbinamenti con mostre di arte contemporanea, e perché no?, ad un efficace lavoro di comunicazione. E mettiamoci anche -neanche a dirlo- la chiamata a raccolta delle associazioni per la candidatura di Ancona, Capitale Italiana della Cultura 2028. Il dipinto è stato concesso in prestito alla Magnifica Comunità di Cadore e alla Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore per l’eccezionale l’iniziativa espositiva “Tiziano e il Paesaggio”Dal Cadore alla Laguna: la Pala Gozzi e la Sommersione del Faraone con cui dal 23 gennaio al 26 marzo a Pieve di Cadore, paese natale di Tiziano (1488/90-1576) presso il Palazzo della Magnifica Comunità del Cadore si avviano le celebrazioniper i 450 anni dalla morte del sommo artista: un’ampia riflessione sul tema del paesaggio nella pittura del Maestro attraverso il dialogo tra due opere ritenute fondamentali della produzione del Vecellio entrambe degli anni venti del Cinquecento. Grande enfasi è stata data pertanto all’arrivo per la prima volta in Cadore della pala conservata ad Ancona, l’ unica opera firmata con il toponimo dell’artista, ovvero “Titianus Cadorinus”, che offre tra l’altro la possibilità di ammirare la prima veduta pittorica moderna della laguna di Venezia. La mostra su Tiziano, ideata da Bernard Aikema ecurata da Thomas Dalla Costa sarà seguita da una seconda mostra nel mese di luglio e da un convegno di studi nel 2027, grazie alla collaborazione del Comune di Pieve di Cadore e all’organizzazione generale di Villaggio Globale International, con l’intento di esplorare nuovi aspetti su un tema noto ma ancora ricco di suggestioni, stimolando interrogativi, dibattiti interdisciplinari e inediti orizzonti di ricerca e riflessione .
La mostra “Tiziano e il Paesaggio”. inseritacome si diceva nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026ha il patrocinio del Ministero dei Beni Culturali e della Provincia di Belluno, il fondamentale sostegno della Fondazione Cariverona, il contributo della Regione del Veneto e del Consorzio dei Comuni Bim Piave di Belluno, partner la Rete Museale Cadore Dolomiti e il mensile Il Cadore. La “Pala Gozzi” –ovvero la Vergine con il Bambino in gloria, con i santi Francesco e Biagio e il donatore Alvise Gozzi e imponente dipinto ad olio di quasi 3 metri e mezzo di altezza (324 x 207 cm) eseguito nel 1520 per la chiesa di San Francesco ad Alto ad Ancona, potrà dunque essere ammirata in tutta la sua magnificenza dai centinaia, forse migliaia di visitatori che affolleranno Cortina e tutto il territorio.
La Pala Gozzi= l’opera commissionata dal mercante di Ragusa Alvise Gozzi – capolavoro della nostra Pinacoteca Civica – è caratterizzata da una sorta di doppio paesaggio: oltre a una vegetazione che ricorda il panorama dell’entroterra veneto nella finestra che si apre sulla sinistra, centrale è la vista di un tratto di mare e, all’orizzonte, il profilo di una città che sorge dall’acqua: chiaro riferimento alla Serenissima e di fatto prima rappresentazione della laguna veneziana nella pittura modera . Sottoposta recentemente anche ad indagini diagnostiche pubblicate e presentate per la prima volta in questa occasione – mostra tutta la sua potenza innovativa nella componente paesaggistica che è integrata con la scena religiosa in maniera dinamica ed emotivamente coinvolgente, nella struttura compositiva, nel trattamento della luce e del colore che creano un effetto di profondità spaziale e tridimensionalità, e infine nell’uso rivoluzionario della prospettiva atmosferica, che influenzerà molti pittori europei dei secoli successivi. La Pala ha un significato politico ed escatologico: è un’opera che esalta Venezia, celebrando nel 1520 la ripresa del suo dominio sull’Adriatico, con il venir meno delle misure restrittive imposte dieci anni prima da papa Giulio II, e dunque il ritorno dei dazi nei confronti di Ancona in cambio della sua sicurezza.
Concomitante, o quasi, alla presenza eccezionale in Cadore della Pala Gozzi sarà il prestito e l’esposizione alal Pinacoteca di Ancona della famosissima Annunciazione Malchiostro di Tiziano, opera che data anch’essa 1520 come la pala anconetana e conservata da sempre nella Cattedrale di Treviso. La bellissima Cappella Malchiostro, capolavoro del principale edificio sacro della cittadina veneta, impreziosita anche dagli affreschi di Pordenone, sarà infatti sottoposta nei prossimi mesi a importanti interventi di restauro che, imponendo la movimentazione del celebre dipinto di Tiziano, consentono un momento unico di dialogo e scambio culturale, grazie anche al sostegno di DBA Group.
Sembra un personaggio uscito dai romanzi di Salgari o Verne- che tanto amava da ragazzino- o meglio ancora di Melville o Conrad, Augusto Selva, capo pilota del porto di Ancona, in congedo dall’11 gennaio di quest’anno. In servizio nel capoluogo dorico dal marzo 1998, alla guida della corporazione dei piloti per quasi 11 anni, il Comandante Selva, 63 anni, registrato con il n.13, non passa inosservato nel porto e in città per il portamento e l’aspetto alto e asciutto, la barba da lupo di mare, lo sguardo acuto e fiero, il passo veloce e dinamico. A colpire soprattutto è la cadenza: un misto di veneto giuliano e anconetano, che lo rende davvero inconfondibile, sia nell’affrontare argomenti seri e articolati, sia nel raccontare aneddoti e ricordi divertenti, aprendosi al sorriso. Nato e cresciuto a Trieste, il più grande porto dell’Adriatico, Selva (che porta il nome del nonno, navigante) non ha avuto vita facile: orfano di madre ai suoi primi giorni di vita, è stato accolto dagli zii che non navigavano certo nell’oro e si è perciò rimboccato le maniche fin da piccolo: dopo il diploma all’Istituto Nautico, con il titolo di allievo capitano di lungo corso (e successivamente capitano di lungo corso), si è formato all’Accademia navale di Livorno e quindi imbarcato come guardiamarina su un cacciamine. In seguito il passaggio alle navi mercantili, a bordo delle quali ha girato il mondo per anni. Infine la decisione di dare una svolta alla sua vita, di tornare sulla terra ferma per stare vicino alla moglie Federica e alle due figlie nate nel frattempo, e poi alla terza, arrivata più tardi. A fine anni Novanta nel porto della città natia tutti i posti erano coperti, perciò Selva guarda verso sud e la scelta cade su Ancona , città alla quale approda superando il concorso per il ruolo di pilota, per il quale i candidati necessitano di esperienza, preparazione e capacità.
Nell’incontrare il Comandante Selva, gli chiediamo di chiarirci
chi è e cosa fa un pilota del porto:
“I piloti del porto- esordisce con certa modestia- sono dei consiglieri, degli assistenti, dei suggeritori per i comandanti delle navi che arrivano e partono, di qualsiasi bandiera e nazionalità, indicando le rotte d’ingresso, perché conoscono bene le correnti, le maree, i venti, i fondali. Essendo i primi a salire, raggiungendo con le loro pilotine le navi quando entrano, sono i primi che vengono a conoscenza di quello che succede a bordo,”. Andando a leggere sui siti dedicati si apprende che il pilota di porto è una figura fondamentale, di altissimo profilo e responsabilità: “ è un esperto marittimo altamente specializzato che assiste il comandante di una nave nelle complesse manovre di entrata, uscita e spostamento all’interno di un porto, garantendo sicurezza e efficienza grazie alla sua profonda conoscenza dei canali, fondali, correnti e venti locali, operando H24 e coordinandosi con i servizi portuali come i rimorchiatori” . Neanche a dirlo, sono necessarie capacità atletiche non indifferenti, nonchè doti di abilità, coraggio, determinazione e, sul piano della comunicazione, la padronanza della lingua inglese. “Il pilota del porto è un consulente esperto– conferma il nostro interlocutore- che conosce il porto meglio di chiunque altro e si trova a fronteggiare situazioni critiche. Sul piano della sicurezza, il suo obiettivo principale è prevenire incidenti, assicurando un transito sicuro ed efficiente in condizioni meteorologiche molte volte avverse”. E qui sorride, ricordando una tra le non poche disavventure, quando, cioè, scortata una nave diretta in Albania all’uscita del porto in una burrascosa serata di dicembre, le condizioni del mare erano talmente perturbate che non gli fu possibile “saltare” sulla pilotina e rientrare in porto e si trovò, pertanto, a trascorrere il giorno di Natale a Durazzo.
Legato, sì, e tanto alla sua Trieste dove una parte della famiglia, aumentata con l’arrivo di due nipotine, ciclicamente risiede e lavora, Augusto Selva è però attaccatissimo ad Ancona, città nella quale ha instaurato profondi legami con i colleghi piloti, con gli operatori del porto nei suoi tanti ambiti: addetti ai rimorchiatori, marittimi e funzionari di compagnie di navigazione, agenzie, gli stessi armatori, Autorità Portuale, Capitaneria, Fincantieri e altri cantieri, operatori commerciali ecc. Guai chi gli tocca Ancona “uno dei migliori porti italiani e dell’Adriatico”- dice, del cui tessuto in tanti anni è talmente entrato a fare parte da conoscere da vicino le storiche famiglie che legano la loro vita a quella della storia dello scalo: Archibugi, Morandi, Rossi, Amatori e Mauro, per fare qualche nome.
“Ancona ha molti primati– rimarca con forza e, interpellato, in merito all’annuncio della candidatura a Capitale del Mare: di sicuro ha i numeri per candidarsi per il suo profilo storico. E una antica Repubblica marinara ed è un porto importante per l’Oriente. Ha competitor di più ampie dimensioni, quali Trieste, Venezia e Ravenna (la principale contendente) tuttavia non si dimentichi che la corporazione dei piloti del porto -che risale al 1864- è una delle più antiche d’Italia.” Temi che Selva ha approfondito nel lavorare ad un poderoso progetto editoriale in itinere che – prendendo le mosse dalla corporazione dei piloti del porto dorico- si allarga alla storia, allo sviluppo, ai grandi cambiamenti attraversati dal porto di Ancona dal secondo dopoguerra ad oggi. “Inizialmente sono stati trovati nominativi dei piloti del passato in un vecchio libro di contabilità della corporazione– spiega . Iniziano dal 1944 quando la motonave olandese Linge entra nel porto di Ancona, ad una settimana della Liberazione da parte del Corpo d’Armata polacco. Il porto era martoriato, completamente distrutto dai bombardamenti angloamericani, la prima nave che approdò, seguita nei giorni successivi da navi militari. L’idea del libro che voglio realizzare attraverso lo studio delle fonti è fare chiarezza su chi fossero questi piloti dei quali avevamo solo i cognomi. La ricerca nasce attraverso l’archivio di Stato di Ancona e le Biblioteche delle Marche, dalle quali ho ricevuto grande disponibilità (Ancona, Osimo, Fano e Fermo). E’ stato poi automatico estendere alle altre attività portuali senza le quali i piloti non avrebbe ragione di esistere . La storia della portualità dal 1863 in poi che sto ricostruendo passa attraverso circa 35.000 pagine di quotidiani e altre pubblicazioni del passato che ho visionato, una per una. Ho preso confidenza con i personaggi della storia della città“
Ce ne dica alcuni
“Per quanto riguarda i piloti, fino al 1945 erano tutti anconetani e marchigiani. La corporazione era nata da tempo con un decreto regio. Dobbiamo pensarli a bordo non delle classiche pilotine ma di imbarcazioni a remi (otto) che si recavano incontro alle navi fino allo scoglio della Volpe, che oggi non esiste più, è stato assorbito dalle mura del cantiere; oltre che occuparsi delle manovre si occupavano anche dell’ormeggio, era un lavoro di grande fatica Solo dopo la seconda Guerra mondiale il servizio di pilotaggio- dapprima facoltativo- diventerà obbligatorio. Il pilota più conosciuto del passato è Mariano Corsini, padre del rinomato fotografo Emilio, cui è intitolato il “fondo Corsini”. Il suo nome nel registro ottocentesco dei piloti- detti “pratici”- è affiancato a quelli di Lorenzo Crudeli, Giuseppe Gizi, Emidio Monaldi, Pio Augusto Mariselli, Edoardo Papini, Enrico Del Monte, Enrico “Mariano” Ferroni e Cesare Battistelli. Ma queste figure esistevano ancora prima, erano marinari del posto che davano aiuto ai comandanti. Solo più tardi il pilotaggio divenne obbligatori in certi porti.“
Ancona diede il via al riconoscimento di questa categoria, quindi?
“Sicuramente sì, insieme alle più antiche corporazioni dei Genova e Livorno e contemporaneamente a quella di Savona. Nel 1871 ne erano registrati ben 312 piloti pratici in tutta Italia. Attraverso le cronache cittadine, e poi cercando i volti nel cimitero cittadino ho ricostruito tante storie, tante vite. Dei nostri predecessori e delle loro famiglie. Come quella di Palmerino Loffredo, già comandante della Nennella, affondato in porto dai bombardamenti alleati, e subito impiegato da pilota non appena il porto fu liberato. E poi il Capitano Ferroni, per oltre 40 anni in mare, di cui 20 ininterrottamente da capo pilota , nominato nel 1913 Cavaliere della Corona d’Italia in considerazione dei servizi prestati alla Marina, “esempio per i giovani di zelo e bravura”. E ancora il Comandante Guido Novelli, primo capitano di lungo corso della corporazione, medaglia di bronzo al V.M., ufficiale sommergibilista della grande guerra, Cavaliere di Vittorio Veneto, o più recentemente Antonio Caso nominato Cavaliere della Repubblica dall’allora Presidente Gronchi, pèer il salvataggio della nave scuola tedesca Pamir, affondata in Atlantico.
Cos’altro ricostruisce il suo libro?
Attraverso le ricerche condotte ho ritrovato anche documentazione sulle rotte del passato. Tra i documenti riemersi dagli archivi, la locandina della linea Ancona- Alessandria d’Egitto, che per un lungo periodo di tempo fu appannaggio della famosa compagnia inglese P&O che scalando i porti adriatici toccava ogni due settimane anche Ancona e i cui equipaggi erano composti anche da marittimi anconetani. Per Ancona transitavano numerosi vapori inglesi, austriaci ecc di linee importanti quali la Robinson, la Florio, la Rubatino con navi dirette alla Dalmazia principalmente, ma anche molto oltre, arrivavano fino a Costantinopoli, e una fino a Bombay (1900). C’era addirittura una linea delle banane dall’Africa, a metà tra le due guerre, che si divideva in due rami, costeggiando l’Africa. E non dimentichiamo l’anconetana SAIM (Società anonima industrie marittime).” Nella documentazione il nostro capo pilota rievoca anche i naufragi, gli incidenti, le operazioni di soccorso in mare, ad esempio la vicenda della nave che è finita incagliata davanti a Portonovo. E anche la storia delle compagnie di navigazione, molte delle quali non esistono più, oggi ci sono pochi colossi nati dall’accorpamento di altre. Tutto questo e molto altro gli interessati alla Storia di Ancona lo troveranno nel volume che dovrebbe essere dato alle stampe nel corso dell’anno.
Ad Augusto Selva facciamo un’ultima domanda: quali sono stati e sono oggi i punti di forza del porto di Ancona, dove i piloti continueranno a operare con la loro formazione e profonda esperienza, e con il consueto senso del dovere, pronti ad adattarsi ad una costante e necessaria evoluzione?
“Dopo la devastazione dei bombardamenti, il porto si è ripreso negli anni Cinquanta/Sessanta grazie all’impegno dell’intera comunità portuale e all’avvio della raffineria API, che ha prodotto un ingente movimentazione di capitali e mezzi, nonché l’entrata in funzione dei primi silos granari, nel 1961. Insieme al boom del traffico crocieristico verso la Grecia e più tardi verso la Jugoslavia, questi elementi determineranno la definitiva rinascita dello scalo dorico. Venendo ai nostri giorni, il mercato è notevolmente cambiato e così le rotte commerciali e turistiche e risente della forte competizione con la non lontana Ravenna, oltre che dei due colossi Trieste e Venezia e anche di Bari. Detto questo, va sottolineato il grande lavoro dell’Autorità di Sistema per il porto di Ancona in questi anni, con il consolidamento della banchina 23 e l’estensione della banchina 27, nonché il rifacimento delle banchine 19,20 e 21. Ci sono sfide complesse con cui misurarsi: come tutti sanno si rende necessario un assoluto controllo dell’inquinamento ambientale nei porti per la tutela della salute umana e del mare. A riguardo, gli armatori si stanno attrezzando e di conseguenza tutte le istituzioni pubbliche e private dovranno assecondare il cambiamento. Dalle compagne crocieristiche arriva da tempo la domanda di ampliamento di banchine e fondali per accogliere le sempre più ampie navi costruite negli ultimi anni (lunghe fino a 330 metri) e se la città vuole giocare questa carta per incrementare l’economia del turismo dovrà tenerne conto.
Federica Zandri
Le FOTO STORICHE : 1) Mariano Ferroni, per oltre 20 anni capo pilota, fino al 1913; 2) gruppo al Molo Clementino, giugno 1952= da sinistra a destra un funzionario comunale, il presidente dei piloti italiani, Comandante Cesare Rosasco, capo pilota di Genova, il capo pilota di Ancona Guido Novelli (M.B.V.M.), i piloti Giuseppe Russo e Mariano Biondi; 3) NGI- linea per Egitto e India; 4) Società anonima Adriatica-Orientale. locandina 1863
CAPO PILOTA MARIANO FERRONISelva con il Capitano Fabio Spaccavento e il Capitano Davis Nepomoceno
Una tavola imbandita. È l’immagine che fa da cornice, e che resta, anche in senso metaforico, dopo una lunga chiacchierata con il professor Tommaso Lucchetti, anconetano doc, ma con origini che guardano anche all’altra sponda dell’Adriatico e che raccontano di visioni, di viaggi, di scelte che molto spesso sono arrivate oltre i confini, geografici e ideali. Una chiacchierata che, oltre a ripercorrere storie personali, di gente, di città, è servita anche a delineare il contenuto di questa intervista.
Tommaso Lucchetti è docente all’Università di Parma, dove insegna Storia e cultura dell’alimentazione e immagine del cibo nelle scienze gastronomiche. È autore di numerose pubblicazioni e monografie sulla storia culinaria, in particolare legate alle Marche, oltre che alla cultura gastronomica italiana. Cura una serie di progetti, come la collana “Il Conviviale”, edita dalla casa editrice dorica Il Lavoro Editoriale, in cui conduce un’analisi e un racconto corale con i suoi studenti dell’Ateneo parmense sui temi della ricerca storica e delle tradizioni, ma anche della divulgazione culturale attorno al cibo, alla tavola e alle pratiche alimentari del passato e del presente.
La chiacchierata si svolge, dunque, nei primi giorni di dicembre, attorno a una tavola imbandita: dolci che evocano tradizioni anconetane, marchigiane, ma non solo, perché alcuni arrivano dai suoi studenti, sparsi in tutta Italia, e oltre; tovaglie, pizzi, ricami e porcellane, che hanno attraversato il corso di più di un secolo e un pezzo di mare, dalla Croazia di nonna Tilda (classe 1900), fino all’Ancona della zia Linuccia, custode silenziosa d’altri tempi di regole discrete che trasformavano il bon ton in gentilezza, sorriso, accoglienza sincera. Una moka in primo piano sembra avere coraggiosamente attraversato, anch’essa, il corso di tutti questi anni, e le vicende di una famiglia in cui la cultura scientifica (la mamma era la dottoressa Marina Pugnaloni, direttrice della Farmacia del Salesi fino ai primi anni Novanta) è andata di pari passo con quella giuridica (del papà, l’avvocato Alberto, molto conosciuto in città e riferimento autorevole nel settore del diritto del lavoro). Una famiglia dove alla fine si è trovato, evidentemente, anche lo spazio per produrre frutti “umanistici” di grande rilievo.
La tavola imbandita dell’intervistaUna tavola apparecchiata a casa Lucchetti
È quasi Natale, e quindi, prima di tutto, si parla di cibo e tradizioni.
Il Natale è un momento centrale nella cultura del cibo. Che significato assume dal punto di vista storico e simbolico?
“Inevitabilmente la secolarizzazione ha fatto venir meno alcuni aspetti della devozione. Io ricordo all’ora di religione don Elio Lucchetti (amatissimo sacerdote battutista) ci faceva notare, a inizi ’80, come le luminarie stessero perdendo l’iconografia natalizia: niente più stelle comete o sacre famiglie stilizzate ma ormai elementi più neutri del mondo anglosassone. Diciamo che il Natale nordico, quello così incantevole e quasi magicamente fiabesco, codificato da Charles Dickens, ha un po’ eroso le nostre tradizioni più antiche, che sopravvivono anche con operazioni culturali mirate nella provincia, sostenute con forza e volontario spirito di cooperazione come momento di autoriconoscimento. Pensiamo nel periodo natalizio alla questua con i suoi canti, ma anche, poco prima, ai falò per la Venuta il 9 dicembre, che una volta mobilitava i ragazzini in gare tra quartieri anconetani, come raccontano ancora alcune persone più anziane. Le parrocchie una volta esprimevano la loro perizia e fantasia nei presepi, come anche le famiglie, e molti erano i cartolai o le mercerie che vendevano statuine o casette. Resiste, incredibilmente, il presepe vivente, manifestazione sempre più perpetuata, vissuto in alcune comunità con profondo spirito di cooperazione volontaria assai fortificante per certi borghi.
Anche sul mangiare resiste incredibilmente, come memoria anche devozionale, il cenone di magro della vigilia, rigorosamente con la pescagione più amata. Del tutto scomparso, invece, è un piatto composto di pesce molto tradizionale decenni fa: il cappone di galera, pietanza originaria della tradizione marinara. Nell’immaginario resistono i cappelletti in brodo per il pranzo del 25 (grande preparazione a catena nelle famiglie nelle memorie di molti), ma non è detto che la tradizione venga rispettata. Così dicasi per la portata di carne. Il vessillo simbolico del cappone o del tacchino, o il servizio dei fritti, e, come contorno, l’insalata russa o la parmigiana di gobbi spesso sono solo ricordi, soppiantati dalle mode del momento.
Di certo però il Natale rappresenta un momento dell’anno in cui più che mai si mangia storicamente: aromi e sapori scavano nella memoria familiare, perché l’elemento del ricordo nostalgico nutre tantissimo questa festività, e quindi recuperiamo ricette antiche con un attaccamento filologico e affettivo al tempo stesso, con ingredienti ed effluvi che tendiamo a dimenticare e trascurare per il resto dell’anno. Per i dolci poi, inevitabilmente, con la pubblicità unificante del Carosello, dai tardi anni ‘50 esplode lo status symbol del dessert con panettone e pandoro, con una fascinazione tale da far sopravvivere solo nelle aree periferiche e rurali della provincia il “bustrengo” o “fristingo”, o la “nociata”, o il ciambellone e la pizza di Natale.
Il Natale per me, poi, era vedere mia madre e le donne della sua generazione che andavano in negozi o bar che vendevano con prezzi da grossisti i cioccolatini a peso, in quantità da garantire non solo la dispensa delle feste, ma anche i regalini confezionati in sacchettini home made da donare a pazienti, vicini, colleghi di lavoro. Ce n’erano diversi di questi negozi delle meraviglie golose e liquorose, eredi un po’ dei vecchi spacci di prodotti coloniali che si trovano nelle guide ottocentesche della città. Anche questo era un modo diverso di vivere il Natale, all’insegna di una dolcezza e cortesia d’altri tempi”.
Qual è, in generale, il legame tra Ancona e il cibo, dal punto di vista storico e simbolico? Che città è Ancona se la si guarda attraverso le sue tavole?
“Ancona era città di commercio, innanzitutto per mare: prodotti esotici inevitabilmente potevano avere una familiarità maggiore con aromi e sapori che, per quanto per molti inarrivabili, circolavano in città, dalle spezie esotiche orientali ai cosiddetti “coloniali” provenienti anche dai nuovi continenti in età moderna. C’erano poi anche negozi articolati di vari generi commestibili, come ad esempio le botteghe dei pastai, dove si evince l’impiego di varianti con lo zafferano. La documentazione degli archivi gentilizi ci racconta come le famiglie nobili anconetane avessero una dotazione di utensili e corredi da mensa articolata ed elegante, oltre che meccanismi di approvvigionamento dai possedimenti in villa nelle campagne come anche nei palazzi cittadini (ad esempio le limonaie nelle dimore). Esistono anche inventari della cucina e della sala del palazzo degli Anziani tra tardo Cinquecento ed inizio Seicento. Questo per dire che le cronache parlano di importanti festeggiamenti conviviali per eventi cittadini. Ma anche dalla letteratura, specialmente memoriale, vediamo pranzi e cene per solennizzare con pietanze ritualmente ricorrenti momenti del calendario liturgico e tappe della vita familiare e sociale (ad esempio certe mangiate in gruppo di colleghi di lavoro, come i pescatori)”.
Ci sono piatti, prodotti o tradizioni che secondo lei raccontano meglio l’identità alimentare anconetana?
“È inevitabile che nell’immaginario comune Ancona è città di mare, e come tale c’è una narrazione sul pescato molto forte, a cui si aggiunge una derrata ittica di importazione molto identitaria e amata come lo stoccafisso, addirittura protagonista di ritrovi conviviali ad hoc, come del resto anche le cozze, con le vissutissime “mosciolate”. Ricordiamo quanti poeti vernacolari si sono sbizzarriti sulla degustazione quasi mistica di alcuni molluschi. Le ricette delle osterie del porto recano memorie preziose, anche dell’inevitabile contaminazione con i prodotti della terra e della campagna circostante, e in alcuni casi addirittura con adattamenti di tecniche di cottura di carne, come la “porchetta”, e di provviste di animali di terra come certi salumi suini che si abbinano a soluzioni per alcuni pesci”.
Quali curiosità, storie o dettagli poco noti della cucina di Ancona meritano di essere riscoperti?
“Ci sono episodi della storia di memorabili feste e banchetti nella nostra città che sarebbero degni di emergere alla conoscenza dei più. Ricorderei anche alcune preparazioni del tutto sconosciute ma che in ricettari antichi vengono denominate “all’anconetana”. Proverei però a sottolineare, poiché ci sono tante operazioni di recupero dedicate alla cucina di pesce, come debba essere ancora indagata la storia della nostra arte dolciaria. Noi sappiamo ad esempio che, accanto ai frutti di mare, il dono che il governo faceva ai notabili romani nei secoli scorsi era in zucchero, e che in una nota giostra cittadina vennero offerti agli ospiti confetture e paste dolci realizzate in forma di crostacei. Riguardo ai dolci popolari, non si conosce a sufficienza la “segavecchia”, in ricordo dei rituali di mezzaquaresima”.
Una chiacchierata così approfondita e ricca di spunti, curiosità e riflessioni, desta l’attenzione anche rispetto al percorso che ha portato il professor Lucchetti da Ancona alla cattedra dell’Università di Parma. Dopo una prima formazione classica al liceo Rinaldini, dove è stato avviato alla storia dell’arte da Gabriella Del Mastro, Lucchetti ha scelto di studiare Conservazione dei Beni Culturali a Viterbo, approfondendo l’antropologia culturale e lo studio delle pratiche alimentari nelle immagini storiche. La sua tesi di laurea sulle arti da tavola nel Seicento nelle Marche è stata realizzata sotto la guida di Barbara Fiore Cardona, con correlatrici Claudia Cieri Via e Simonetta Prosperi Valenti Rodinò, e ha segnato l’inizio di un percorso accademico in cui ha integrato storia dell’arte, iconografia e cultura del cibo. Successivamente, ha proseguito la specializzazione in tutela dei beni storico‑artistici con contributi di studio di Daniela Cavallero Gallavotti e Cecilia Mazzi in museologia e storia del collezionismo. Ha poi frequentato il master in Storia e Cultura dell’Alimentazione all’Università di Bologna, un programma fondato da Massimo Montanari, con docenti come June Di Schino e Alberto Capatti, fra i più autorevoli storici della gastronomia in Europa. Qui ha approfondito le connessioni tra pratiche alimentari, immagini e cultura materiale storica. Il professore ha anche una esperienza decennale con i musei della provincia e nel corso della sua carriera accademica è stato docente in corsi, seminari e master, prima di consolidare il proprio ruolo all’Università di Parma.
Quando e come nasce il suo interesse per la storia e la cultura del cibo? C’è stato un momento preciso in cui ha capito che sarebbe diventato il suo ambito di ricerca?
“Barbara Fiore, che mi ha laureato, è nata a Cingoli e, pur laureatasi alla Sapienza, ricorda il suo primo lavoro importante come studiosa e ricercatrice ad Arcevia. Mi incoraggiò ad amare e a dedicarmi alle Marche, e poiché il suggerimento dato a noi studenti di Beni Culturali era di iniziare a indagare i nostri territori d’origine, mi dedicai volentieri alla mia regione. Fu così che nelle mie interminabili sessioni bibliografiche scoprii il lavoro magnifico sull’identità di queste terre da parte della casa editrice Il Lavoro Editoriale. Sfogliavo e fotocopiavo quelle pagine di quei saggi e cataloghi d’arte con ammirazione ed entusiasmo e sotto sotto l’ambizione, quasi un sogno, di partecipare a quel gruppo di autori: quando poi Giorgio (Mangani n.d.r.), saputo della mia tesi, mi cercò per parlarmi di un progetto mi sembrò davvero un traguardo. Ora pubblico per lui da quasi 20 anni, e continua ad essere per me un punto di riferimento, anche per i ricordi di personalità che non ho mai fatto in tempo a conoscere. La fase di ricerca sugli autori marchigiani è stata per me esaltante, specialmente per gli studiosi di questa regione dei decenni e quasi secoli scorsi, come Caterina Pigorini Beri o Giovanni Crocioni (nel 2000 con l’Accademia Marchigiana di Scienze Lettere ed Arti vinsi il premio per la tesi di laurea intitolato a quest’ultimo). Sono stato facilitato dalla mia esperienza per il servizio civile alla Biblioteca Comunale “Luciano Benincasa”: finivo le mie ore e restavo lì a scorre gli scaffali, con i consigli preziosi dell’allora direttore Alessandro Luigi Aiardi (scomparso di recente). Con la biblioteca ho da sempre un rapporto importante, e sono affezionatissimo a Emanuela Impiccini e Giovanna Pirani, con le quali ho anche realizzato due mostre con il patrimonio librario, intitolate “Dalla terra alla mensa”. Ricordo anche con loro un ciclo di conferenze su alcuni alimenti iconici della cultura alimentare, con letture di poeti dialettali. Non voglio, infine, dimenticare quanto mi abbia arricchito umanamente e professionalmente il lavoro ultradecennale con il Sistema Museale della Provincia di Ancona, con la presidenza di Alfonso Capriolo, e la supervisione di Patrizia Fava per la rassegna annuale “Musei da scoprire”. A Patrizia devo anche in mio “debutto” in qualità di esperto in materia al corso di storia dell’arte “Grand Tour”, dove ero appunto docente di Storia dell’arte della tavola; è lì che ho capito che quello darebbe stato il mio felice approdo”.
Quanto hanno contato Ancona e le Marche nella sua formazione? Ci sono elementi del territorio che ritrova ancora oggi nel suo modo di studiare e raccontare il cibo?
“Tutti gli approfondimenti e le letture sulle Marche mi hanno fatto capire le unicità del territorio innanzitutto in termini di paesaggio e organizzazione del mondo e della società rurale. I nostri panorami coltivati, ricamati nella varietà delle colture, hanno da sempre colpito i viaggiatori come segno e riflesso della nostra personalità e ricchezza di risorse. Ricordo con piacere un libro curato su commissione della CNA, Il paesaggio imbandito. La personalità scientifica e il gruppo di lavoro di Sergio Anselmi e del Museo della Mezzadria, per quanto lontano dal mio percorso formativo, mi ha fornito gli strumenti per cogliere le somiglianze e differenze e la costante osmosi tra classi sociali contrapposte nello scambiarsi saperi e pratiche nella cucina ordinaria e festiva. Ricordo, infine, lo studio dei monasteri, per me fondamentale, e cito a questo proposito l’operato di Amelia Mariotti, curatrice del museo di Serra Dei Conti sulle arti monastiche”.
Insegna Storia e cultura dell’alimentazione e iconografia del cibo all’Università di Parma. Che tipo di sguardo cerca di trasmettere ai suoi studenti quando affronta questi temi?
“Ai miei studenti dico come prima cosa di guardarsi attorno. Cercare le cose del passato con uno sguardo tutto loro, appunto da gastronomi del futuro, e quindi da curiosi indagatori del ciclo terra, dispensa, cucina, mensa. Devono interrogarsi su quanto attorno a loro ci siano tanti insospettabili reperti parlanti questa lingua: l’immagine del cibo non è solo Le nozze di Cana del Veronese, o una natura morta in cucina di Carlo Magini, ma è anche costituita da tutte le foto di feste e pranzi dei loro nonni, o dai cartoncini augurali, magari anche di menù, custoditi in certe scatole o album nelle abitazioni. I documenti non sono solo preziosissimi incunaboli e cinquecentine, ma anche i quadernetti manoscritti ingialliti di casa. In merito infine, agli oggetti, certi pezzi pregiati custoditi nella credenza hanno un valore infinitamente inferiore, ovviamente, della saliera di Benvenuto Cellini, ma sono testimonianza del senso del bello e del buono nelle dimore, dai servizi da caffè impolverati a vecchie scatole di latta di biscotti con decori liberty. Si tratta di manufatti che nel tempo perdono magari la loro destinazione d’uso ma diventano oggetti d’affezione portatori di ricordi, e come tali vanno trattati. Tutti questi veicoli di memoria gastronomica e conviviale i ragazzi sono invitati a coccolarli come fossero peluches, trovando gli strumenti per recuperare in loro ciò che esprimono e testimoniano per la storia e la cultura dei processi alimentari”.
Chi sono oggi i suoi studenti? Da dove arrivano, che aspettative hanno e cosa li spinge a studiare il cibo come fenomeno culturale?
“Sono sempre più convinto che la sovraesposizione della cucina nei media e come fatto socio-culturale creatasi negli ultimi due decenni abbia inciso solo in parte nelle iscrizioni così corpose ai corsi di laurea in Scienze Gastronomiche, ormai sempre più diffusi. Una parte degli iscritti, ma molto di più negli anni scorsi, sono anche professionisti del settore o appassionati, quindi anche gente adulta, che cerca una qualificazione universitaria. Per quanto riguarda i ragazzi, la provenienza è indicativa fino a un certo punto: certamente molti provengono dagli istituti alberghieri, ma molti altri hanno una maturità liceale tradizionale, scientifica o classica. Direi che ciò che li accomuna è di certo una curiosità innata verso il cibo e le arti di trasformazione e cucina. L’identità di certo dipende da un’inclinazione individuale ma molto incide anche il clima in famiglia. I miei ex studenti, ora collaboratori, hanno respirato in famiglia questa attenzione affettuosa, a partire dall’orto per arrivare alla cura nell’apparecchiare. Sono stati temprati in un clima che li incoraggiava quando non avviava”.
Che tipo di rapporto si crea in aula e fuori dall’aula? C’è un episodio o un progetto che racconta bene il suo modo di lavorare con loro?
“Mi ricordo quando ho iniziato le mie prime lezioni in un’aula universitaria la mia ansia era quella di trasmettere il più possibile, cercando di dare quanti più spunti possibili di approfondimento, e scivolando spesso in aneddoti significativi, oltre ad esempi che sapevo funzionali se non illuminanti. La cosa vedevo che riusciva, anche perché spesso i ragazzi chiedevano di non far pausa durante le due ore. Mi rendevo però contro che questa frontalità rischiava di diventare uno scambio unidirezionale e allora ho cominciato a spiegare talvolta con conversazioni, facendo osare i ragazzi nel formulare teorie, ad esempio sull’etimologia di certi termini del lessico storico-gastronomico, che spesso sono l’essenza storica in una singola parola. Ho poi cominciato a proporre loro di cercare riscontri a quello che dicevo, con esplorazioni addirittura domestiche, se non visite nel territorio, come ad esempio per dimostrare come certi musei arrivino a raccontare temi della storia e delle tradizioni di cibo. Comunque ho sempre fatto poi creare i ragazzi con metà dell’esame condotto in autonomia, con una ricerca storica o iconografica di un tema o immagine da loro trovato, e che soprattutto fosse una vera e propria tesina inedita e non compilativa. Costringo i ragazzi a lavorare e risistemare contenuti e bibliografia finché il lavoro non è almeno minimamente degno di una pubblicazione seria. Ci vuole tempo da parte mia e loro, ma poi è tempo che, lo riconoscono, guadagnano quando devono affrontare la tesi di laurea, con me o con altri docenti. Agli autori dei lavori migliori e più appassionati (e appassionanti) ho anche consentito di tenere seminari o esporre le ricerche durante le lezioni. Poi ci sono quelli che hanno scelto di laurearsi con me, e alcuni di loro hanno accolto questa palestra di ricerca e scrittura che è la collana di volumi, nata per dare visibilità alle tesi di laurea più ricche e preziose, che sono riuscito a mettere in piedi grazie al supporto affettuoso di Giorgio Mangani, da sempre al mio fianco per le moltissime cose fatte uscire con Il Lavoro Editoriale”.
Il prof. Lucchetti con alcuni dei suoi studenti dopo la presentazione di uno dei volumi del Conviviale
Che cosa racconta “Il Conviviale”, la collana che cura insieme con i suoi studenti? Qual è l’idea che tiene insieme i volumi e cosa volete trasmettere a chi li legge?
“Come recita il nome di questa collana ci si rivolge a persone che amano non il mangiare, ma la cultura del cibo, il suo spirito di condivisione non solo gastronomico ed organolettico ma anche appunto di conversazione, che traendo spunto da ciò che si degusta a tavola, a casa o in locali pubblici come i caffè (modello anche letterario e filosofico illuminista) porta a ragionare in libertà su ogni pensiero o nozione connessa alla mensa. Del resto “Convivio” è un saggio letterario per Dante, oltre che modello di dibattito per pensatori antichi. Ecco che allora si viaggia, sia per territori, con tradizioni e credenze legate a ogni specifico tema, sia per ambiti tematici, andando a cercare come anche altre espressioni della cultura e della creatività parlino dell’argomento in questione, dalla letteratura, alle arti, al cinema, allo spettacolo, al folklore, alla devozione religiosa, in prospettive storiche e antropologiche, ma, se capita, anche tecniche e scientifiche. Si vuole incuriosire e appassionare tutti coloro che non cercano semplicemente la ricetta, che pure è importante, ma anche la componente intellettuale che sta dietro a tutte le arti e i saperi della tavola. Sono sempre partito dall’idea che l’obiettivo era valorizzare le tesi di laurea che seguivo, meritevoli di essere premiate. Ora che il gruppo è affiatato, discutiamo periodicamente sulle scelte dei titoli e soggetti di ogni volume, lasciandoci anche seguire dai percorsi di indagine individuali o di gruppo, o da specifiche commissioni, come è accaduto con due cataloghi di collezioni in mostra che ci hanno dato spunti per monografie molto particolari e secondo me interessanti. L’obiettivo è riuscire a coprire nel tempo le principali festività, gli alimenti più elementari e ricorrenti, e i percorsi per ambito, come è il caso del numero sulle “immagini del cibo”, basilare per il mio corso. Stiamo valutando di creare anche testi su città. La “nostra” (di adozione), Parma, sarà forse la prima. Poi l’attualità. E a settembre ci attende un volume dedicato al Patrimonio Unesco, per dimostrare come non solo per il cibo, ma per le tante connessioni con le arti e la vita sociale, il cibo è cultura”.
Da studioso, come valuta il riconoscimento Unesco verso il patrimonio alimentare italiano?
“Il riconoscimento Unesco mi rende felice, ovviamente, considerato che il cibo è cultura tra le culture e arte tra le arti. Al tempo stesso però mi dà inquietudine la speculazione che ne potrà derivare per un atteggiamento molto superficiale con cui questo aspetto viene affrontato. Ancora una volta la storia, che dovrebbe essere il termometro del radicamento culturale di un fenomeno, è ignorata o peggio manipolata. Trovo grave che sul tema alcuni dicano che per la prima volta una cucina nazionale viene nominata patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Successe difatti una ventina di anni fa, ben prima di noi, ai Messico, e alla Francia qualche anno fa grazie ad una furba strategia (e i cuginetti sono tronfi d’orgoglio di essere arrivati prima di noi). E questa è storia recente. Poi ci saranno quelli che improvvisano riferimenti inesistenti a trattati del passato (qui Internet fa più danni dei Borgia) o, peggio ancora, che si inventano leggende ad hoc o testimonianze orali per creare un marketing, se non glamour, almeno suggestivo”.
C’è un piatto, un libro o un ricordo legato al cibo che sente particolarmente suo e che racconta chi è lei oggi?
“Amo i dolci, che confeziono da solo da quando ero adolescente, perché sono i piatti speciali, che raccontano il senso della festa e coniugano sempre il bello con il buono trasformando sempre l’ordinario in artistico nella presentazione e decorazione. Sono poi i veicoli privilegiati della memoria affettiva. Per il pranzo che ho apparecchiato per gli 80 anni di mio padre il grosso del lavoro sono stati i quattro dessert: un dolce proveniente dalla sua nonna, uno di sua madre, uno di mamma, sua moglie, e uno mio. I tre nipoti hanno portato i primi tre, io l’ultimo. Per lo stesso motivo direi che i miei dolci preferiti sono la zuppa inglese della nonna paterna, lo strudel della nonna materna, la crema della mia adorata zia Linuccia e il mio tronchetto di Natale, che in forma mignon regalo alle persone care durante le feste. Come film, sono stato folgorato nel mio lavoro da “Il pranzo di Babette”, quando avevo 16 anni. Poco prima uscì “La famiglia” di Scola che amo profondamente (ho cercato di ricreare quell’appartamento nella casa dei nonni paterni a piazza Diaz, dove ho abitato fino a tre anni fa). Come libro, direi che “Lessico famigliare” della Ginzburg, con il suo inconfondibile senso della memoria, è più che un libro un genere letterario. Per lo stesso motivo amo molto i libri splendidi della geniale Anna Marchesini, e nelle nostre Marche considero un privilegio aver scritto una presentazione per il meraviglioso “Sillabario del tempo” di Guglielmina Rogante. A livello europeo ho amato Thomas Mann e Flaubert, oltre a Karen Blixen. Dickens ha un ruolo privilegiato. Dovrei citare anche “Kitchen” di Banana Yoshimoto, per come ha proposto un modello di famiglia del tutto autonomo e centrato sull’affetto e la solidarietà”.
Se non si fosse occupato di storia e cultura dell’alimentazione, che strada pensa avrebbe potuto prendere?
“Mi sarei comunque occupato di Storia dell’arte, in particolare di musei. La gestione museale è la mia grande passione: ho avuto per il momento il privilegio di collaborare con le ricerche e i contenuti, e in alcuni casi nella redazione dei testi e anche nel percorso e nell’allestimento, a ben cinque realtà museali sparse per l’Italia (oltre a qualche mostra temporanea, la più importante con la mia preside di Viterbo Maria Andaloro a Palermo, a Palazzo dei Normanni). Oppure avrei studiato letteratura, ma di certo avrei voluto fare il docente, e l’autore di saggi quale sono. Per essere scrittore, debuttando sulla narrativa, forse ci sarà tempo e occasione”.
C’è una domanda che non le fanno quasi mai, ma alla quale le piacerebbe rispondere?
“Più che altro un chiarimento ad una domanda a cui non so mai rispondere e che mi esaspera: quale è il tuo ristorante preferito? La gente, anche persone colte, non ce la fa ad arrivare ad un concetto di base: lo storico dell’alimentazione occupandosi del mangiare del passato osserva tutto, carte e immagini, oggetti e spazi antichi, ma non può esplorare il cibo dalle epoche scorse. Il suo pane sono gli archivi, i musei e le biblioteche, non le portate degli chef stellati!”.
“Caro Trifogli, mi rivolgo a te come Assessore della P.I. che ha preso molte iniziative nel campo culturale; mi rivolgo inoltre a te in qualità di Segretario dell’Accolta, […] affinché tu voglia prendere in considerazione un’altra iniziativa che, secondo me, è molto necessaria e [..] che darà veramente prestigio alla città e all’Accolta che dovrebbe prendere la iniziativa. Mi voglio riferire, cioè, alla Galleria d’Arte Moderna della quale qualche volta abbiamo parlato. Secondo me, l’Accolta, come ho detto, dovrebbe prendere la iniziativa e incominciare a reperire le opere; l’esperienza e le conoscenze fatte durante il “Premio Marche” credo che ci debba aiutare; la buona volontà di alcuni […] sorreggerà l’iniziativa; gli interventi di Enti saranno assicurati quando vedranno che si fanno le cose con serietà e decisione; tutto assieme permetterà, se non di portare a compimento l’opera, di condurre l’iniziativa a buon punto”.Il 28 ottobre 1958 Brenno Bucciarelli, tipografo, collezionista, scrive ad Alfredo Trifogli, allora vicesindaco e assessore alla Pubblica Istruzione del Comune di Ancona. Il tono della lettera è partecipe e appassionato e nasce dalla convinzione che la città dovesse raccogliere in una sede adeguata le opere contemporanee acquisite dal Comune nel corso degli anni Cinquanta, soprattutto in occasione del Premio Marche, restituendole alla fruizione pubblica.
Questo documento rappresenta una delle fonti più significative emerse nel corso della ricerca storica che ha dato forma alla sezione introduttiva della venticinquesima edizione del Premio Marche, attualmente allestita alla Mole Vanvitelliana di Ancona fino al 28 febbraio 2026. La ricerca ha consentito di ricostruire le premesse culturali e istituzionali che portarono nel 1967 alla nascita della Galleria d’Arte Moderna di Ancona, mettendo in evidenza il ruolo decisivo svolto dal Premio Marche nei suoi primi dieci anni di attività.
Il Premio Marche nasce ufficialmente ad Ancona nel 1957 per iniziativa dell’associazione Accolta Amici della Cultura, presieduta dall’avvocato Giorgio Umani e coordinata da Alfredo Trifogli nel ruolo di segretario. L’associazione riuniva artisti, amministratori pubblici e appassionati d’arte, tra i quali lo stesso Bucciarelli. In una città impegnata nella ricostruzione materiale e simbolica del dopoguerra, la rassegna si proponeva come strumento di aggiornamento culturale e di confronto con le tendenze dell’arte contemporanea, in continuità con le esperienze espositive che avevano animato il capoluogo nella prima metà del Novecento.
Fin dalle prime edizioni il Premio Marche si configurò come un’iniziativa ambiziosa, capace di attirare artisti non solo regionali ma progressivamente anche di ambito nazionale. Gli artisti erano chiamati a proporre le loro opere ad una giuria incaricata di selezionare quelle da esporre e di assegnare medaglie o premi-acquisto finanziati dagli enti territoriali che sostenevano la manifestazione, tra cui il Comune e la Provincia di Ancona, la Cassa di Risparmio e l’Ente autonomo della Fiera della Pesca. Questa formula garantiva agli artisti un riconoscimento economico e consentiva alle istituzioni di acquisire opere destinate ad arredare uffici ed edifici pubblici. Nel tempo si andò così formando, quasi inconsapevolmente, un primo e consistente nucleo di arte contemporanea. Le acquisizioni si inserirono nel quadro della “legge del 2 per cento”, che permetteva di destinare una quota della spesa per l’edilizia pubblica all’acquisto di opere d’arte, favorendo l’avvio di una politica di acquisizioni sistematica da parte del Comune.
una sala della prima sezione della mostra Erratica, che ospita la storia della Galleria di Arte Moderna di Ancona
Un passaggio decisivo avvenne nel 1963, quando Bucciarelli, su incarico dell’Amministrazione comunale, intraprese una ricognizione delle opere acquistate e collocate nelle sedi pubbliche. Solo nei plessi scolastici vennero individuate quarantaquattro opere, ventisette delle quali provenienti dalle edizioni del Premio Marche del 1959, 1960 e 1961. La consapevolezza dell’entità e del valore di questo patrimonio rafforzò l’idea della necessità di selezionare le opere e di esporle in uno spazio dedicato.
In questo contesto si colloca l’azione di Alfredo Trifogli, figura centrale della vita amministrativa e culturale cittadina. Tra il 1956 e il 1964, come vicesindaco e assessore, e successivamente come sindaco dal 1969 al 1976, Trifogli promosse interventi destinati a incidere profondamente sulle istituzioni culturali anconetane. Tra questi spicca la riapertura della Pinacoteca Civica nel 1958 a Palazzo degli Anziani, dopo sedici anni di chiusura, che restituì alla città il proprio patrimonio storico e rafforzò l’esigenza di valorizzare il patrimonio culturale cittadino.
Il 30 aprile 1967 viene inaugurata la Galleria d’Arte Moderna di Ancona con una selezione di cinquantotto opere allestite nel mezzanino di Palazzo Mengoni-Ferretti, già sede della Biblioteca civica “Luciano Benincasa”. L’apertura rappresenta il compimento di un percorso decennale maturato anche grazie all’esperienza del Premio Marche, che proprio nello stesso anno interrompe la propria attività, divenuta nel tempo sempre più onerosa sul piano organizzativo ed economico.
documentazione in mostra
Tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta, sotto l’impulso di una nuova direzione stabile dei musei, la Galleria rafforzò temporaneamente il proprio ruolo nel panorama artistico nazionale, ampliando la collezione e promuovendo una maggiore attenzione alla didattica e al dibattito sul museo contemporaneo, nonostante il trasferimento a Palazzo Bosdari, dove dal 1973 condivide la sede con la Pinacoteca Civica. Nei decenni successivi, tuttavia, le esigenze espositive e conservative delle due collezioni si rivelarono difficilmente conciliabili e la Galleria d’Arte Moderna finì per occupare una posizione progressivamente marginale all’interno di un percorso museale, sempre più incentrato sulla valorizzazione delle opere della Pinacoteca.
Nel tentativo di rispondere alla carenza di spazi, negli ultimi vent’anni l’Amministrazione comunale ha promosso l’acquisto e la ristrutturazione di Palazzo Bonomini, edificio adiacente a Palazzo Bosdari, sperimentando nuovi allestimenti e percorsi di visita. Anche la recente riapertura del museo ha restituito maggiore visibilità alla collezione della Galleria, con sale dedicate alla narrazione delle sue vicende. La convivenza con la Pinacoteca, tuttavia, continua a incidere sulla percezione della sua identità, spesso intesa come un’appendice ed esclusa dalla segnaletica e dalla comunicazione ufficiale.
Alla luce delle vicende emerse dalla ricerca, le oltre trecento opere che oggi compongono la collezione della Galleria sollecitano una riflessione sul futuro dell’istituzione e sulla possibilità di costruire un museo capace di tenere insieme memoria storica e istanze del contemporaneo. In questa prospettiva si colloca la sezione che apre edizione 2025 del Premio Marche alla Mole Vanvitelliana, pensata per riportare alla luce, attraverso opere raramente esposte, documenti e cataloghi, una storia a lungo rimasta in ombra e per restituire alla Galleria il posto che le spetta nel panorama culturale della città.
La grande musica, quella che emoziona e coinvolge, che apre la mente e il cuore, è protagonista ad Ancona grazie ad una ricca programmazione che coinvolge diverse realtà e che appassiona un pubblico sempre più giovane. Grande musica che trova spazio anche nel dossier per la candidatura di Ancona a Capitale italiana della cultura per il 2028, traendo forza da quella tradizione che sa coniugarsi con l’innovazione e la qualità artistica delle proposte.
Dopo il successo della prima edizione del ClassicAncona Festival, nuovo appuntamento dedicato alla musica classica, alla formazione e alla valorizzazione dei giovani talenti (che figura tra i progetti finanziati dal bando Cultura del Comune di Ancona, svoltosi alla Mole Vanvitelliana di Ancona dal 16 al 22 dicembre 2025, organizzato dall’Associazione Young Artists Promotion (YAP), direttore artistico e fondatore del Festival è Matteo Calosci) il 2026 si aprirà con una nutrita programmazione targata Form. Dardust, Allegrini, Rossi, Mondelci e il Requiem di Verdi per la nuova stagione di Ancona Classica, i cinque i concerti della FORM, realizzati in collaborazione con l’Ateneo e la Società Amici della Musica “Guido Michelli”, eventi promossi dal Comune di Ancona all’interno di Ancona Classica 2026.
Il cartellone, presentato in Comune alla presenza dell’assessore alla Cultura Marta Paraventi, del presidente e del direttore artistico FORM, Fabrizio Del Gobbo e Francesco Di Rosa, della Delegata ai Rapporti istituzionali e con il Territorio dell’Università Politecnica delle Marche Deborah Pacetti e del presidente e del direttore artistico degli Amici della Musica di Ancona, Gino Fabrizio Ferretti e Fabio Tiberi, vede un forte impegno dell’Amministrazione.
«Come Assessore alla Cultura del Comune di Ancona – dichiara l’assessore Paraventi -, esprimo una profonda soddisfazione per la nuova stagione della FORM – Orchestra Filarmonica Marchigiana, che anche quest’anno porta nella nostra città una proposta musicale di straordinaria qualità e ricchezza. Ancona si prepara ad accogliere una rassegna che attraversa i secoli e i linguaggi, da Mozart a Dardust, unendo il grande repertorio classico alla creatività contemporanea, in un dialogo fecondo che rispecchia perfettamente l’identità culturale che stiamo costruendo, nel segno della candidatura a Capitale italiana della Cultura 2028, al cui dossier la FORM ha collaborato attivamente: una città capace di custodire la tradizione e, allo stesso tempo, di aprirsi con coraggio alle nuove forme espressive. Il programma che verrà proposto da gennaio a maggio 2026 non è soltanto una successione di concerti, ma un vero e proprio percorso narrativo attraverso la musica. Avremo l’occasione di ascoltare pagine che vedono protagonista uno strumento affascinante e spesso poco conosciuto dal grande pubblico come il corno, al centro di un concerto di Richard Strauss, e allo stesso tempo saremo chiamati a confrontarci con una delle vette assolute del repertorio italiano ed europeo, la straordinaria Messa da Requiem di Giuseppe Verdi, opera che unisce spiritualità, drammaticità e potenza corale in un’esperienza emotiva profondissima. Accanto a queste proposte, la presenza di un autore come Dardust ci ricorda quanto la musica di oggi possa dialogare con il sinfonico, contaminarsi con altri linguaggi e aprire nuove strade di ascolto soprattutto per il pubblico più giovane. Questa stagione nasce grazie a una collaborazione forte e strutturata tra la FORM e gli Amici della Musica, storica realtà cittadina che da anni lavora con passione per radicare la cultura musicale nel tessuto di Ancona. Un elemento di particolare prestigio è il coinvolgimento dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, una delle istituzioni musicali più importanti d’Europa, resa possibile grazie al lavoro e alla visione del direttore artistico Francesco Di Rosa”.
Il presidente FORM Del Gobbo ha evidenziato il programma collegato a quello degli Amici della Musica. «Terzo anno di collaborazione e di crescita continua, sia dal punto di vista artistico che numerico di pubblico per una bella proposta rivolta al capoluogo regionale. Molto importante la nostra attività verso i giovani: il Requiem di Verdi vede la collaborazione con le due più importanti istituzioni marchigiane per la formazione musicale. A fianco dei professori d’orchestra della FORM vengono inseriti ben 35 tra i migliori studenti dei due conservatori: una grande opportunità di crescita per i futuri giovani musicisti della nostra regione e, insieme, di stimolo interno per i professionisti della stessa Orchestra».
La prof.ssa Pacetti è intervenuta sul sostegno dell’Università Politecnica delle Marche ad Ancona Classica: “Si inserisce nell’ambito delle attività di Valorizzazione delle Conoscenze che l’Ateneo promuove attraverso il dialogo costante con il territorio, nella volontà di contribuire alla crescita culturale della città. L’iniziativa si inserisce nel più ampio progetto Ancona Città Universitaria che l’Ateneo e il comune dorico portano avanti congiuntamente come esperienza di incontro tra comunità, istituzioni e mondo universitario. L’ormai consolidata collaborazione con FORM, Amici della Musica e con il Comune di Ancona, costituisce un elemento fondamentale per la promozione della conoscenza e della cultura musicale, offrendo a studentesse e studenti dell’Ateneo l’opportunità di partecipare gratuitamente ai concerti e rafforzando il profondo legame tra università e territorio”.
Il direttore artistico Francesco Di Rosa, confermato per il prossimo biennio, ha presentato il programma: il primo corno solista dell’Accademia di Santa Cecilia, Alessio Allegrini, artista in residenza FORM, inaugura il cartellone. Appuntamento il 15 gennaio alle 20.30 con il concertoStrappa-Strauss-Mendelssohn, inserito all’interno del progetto Human Rights: si tratta diun accattivante programma che prevede l’esecuzione del Primo Concerto per corno di Strauss, della Sinfonia “Scozzese” di Mendelssohn e in apertura di un’opera su commissione FORM del compositore fermano Andrea Strappa.
Giovedì 12 febbraio il compositore-pianista pop amatissimo dal pubblico giovanile, Dardust, è sul palco insieme all’Orchestra per eseguire una propria suite e a seguire la Sinfonia n.40 di Wolfgang Amadeus Mozart. A dirigere, il talentuoso Davide Trolton che torna dopo il successo avuto nella passata stagione. Il mese successivo, 12 marzo, arriva il grande violista italiano Danilo Rossi, in veste di direttore e solista per eseguire, a fianco del violinista Ulisse Mazzon, vincitore del Premio Postacchini 2025, la Sinfonia Concertante per violino, viola e orchestra di Mozart e, nella seconda parte, la Sinfonia n. 82 in do maggiore, Hob:I:82 “L’Ours” (L’orso) di Haydn. In questa serata c’è anche l’occasione per ascoltare, in apertura, la nuova opera commissionata dalla FORM al compositore Stefano Nigro.
In cartellone, il primo aprile 2026, stavolta al Teatro delle Muse, spicca la monumentale, amatissima Messa da Requiem di Giuseppe Verdi, realizzata in collaborazione con i conservatori di Pesaro e Fermo e affidata alle cure del direttore Manlio Benzi, con la partecipazione dei solisti Yuliya Tchacenko (soprano), Mariangela Marini (mezzosoprano), Davide Giusti (tenore) reduce dal grande successo ottenuto a novembre alla Scala con il suo debutto nel Rigoletto, Alessandro Abis (basso) e del Coro ARCOM.
Chiusura all’Aula Magna con Federico Mondelci e le musiche da film. Giovedì 7 maggio l’intramontabile West Side Story, Suite per sassofono e orchestra, incorniciata dalle stupende melodie scritte per celebri pellicole di culto da Ennio Morricone e da Nino Rota. Gli arrangiamenti di tutti i brani sono di Roberto Granata.
La FORM è presente ad Ancona in altri due concerti, inseriti nel cartellone degli Amici della Musica. «Cinque nostri concerti – prosegue Ferretti – si intersecano con quelli della FORM; veniamo anche da una programmazione autunnale che abbiamo già svolto. Condividiamo l’attenzione verso i giovani». «Abbiamo strategicamente pensato di arricchire la nostra offerta, consolidando e rafforzando i punti di contatto con la Filarmonica Marchigiana – afferma Tiberi -. Non è in cartellone, ma il Concerto di Natale del 22 dicembre va in questa direzione». Gli altri appuntamenti comuni sono il 30 gennaio con il grande pianista Alessandro Taverna, che ha debuttato lo scorso anno con la Filarmonica della Scala e debutterà nel 2026 come solista con l’Orchestra di Santa Cecilia, diretto da Matthias Bamert con musiche di Čaijkovskij e Brahms (Teatro delle Muse, ore 20.30); il 16 aprile con uno dei più importanti violoncellisti del nostro tempo, Enrico Dindo, in veste di solista e direttore, con musiche di Weinberg, Čajkovskij e Haydn (Teatro Sperimentale, ore 20.30).
L’abbonamentoFORM, valido per 5 concerti è già in vendita in biglietteria e su vivaticket.com al prezzo di 80 e 60 euro, prezzo speciale per le scuole e gli studenti universitari a 20 euro. L’attività della FORM viene resa possibile grazie al supporto del Ministero della Cultura Italiano, della Regione Marche e dei Soci Fondatori, tra cui il Comune di Ancona. La stagione è sostenuta anche dagli sponsor Delta Motors, Viva Servizi, Carifermo e Fondazione Cassa di Risparmio di Fermo.
BIGLIETTERIA
Via della Loggia – 60121 Ancona tel. 071.52525 | e-mail biglietteria@teatrodellemuse.orgLa biglietteria è sempre aperta al pubblico un’ora prima dell’inizio degli spettacoli (nelle sedi di spettacolo).
ORARIO BIGLIETTERIA TEATRO DELLE MUSE (via della Loggia) dal martedì al venerdì dalle 10.00 alle 19.00 sabato dalle 11.00 alle 19.00. Vendita abbonamenti e biglietti on-line suwww.vivaticket.comL’effettivo diritto alla riduzione per i titoli acquistati su Vivaticket a tariffa ridotta verrà verificato al momento dell’ingresso; pertanto è necessario portare con sé idonea documentazione da esibire in biglietteria. FORM-Orchestra Filarmonica Marchigiana Tel. 071 206168 | info@filarmonicamarchigiana.com
Il cartellone di “Ancona che brilla 2025” si arricchisce quest’anno di un grande concerto per il 31 dicembre all’ombra della statua di Cavour nella omonima e centralissima piazza dorica con una delle artiste più amate del panorama della musica leggera italiana. La lunga serata inizierà alle 22.30 con con il dj set di Dj Elon, seguito dopo una ventina di minuti dal concerto di Francesca Michielin con cui si saluterà l’arrivo del nuovo anno. La notte proseguirà con musica e balli con il dj set di Dj Pigini..
Attese nel cuore di Ancona migliaia di persone: per predisporre una adeguata accoglienza è già in moto la macchina organizzativa dell’Amministrazione comunale ed in particolare dell’Assessorato ai Grandi eventi. Nei prossimi giorni sarà emanata la specifica ordinanza che disciplinerà la viabilità nella zona del concerto. Chiaramente l’Amministrazione invita ad utilizzare il trasporto pubblico locale e soprattutto le navette gratuite che collegheranno la stazione ferroviaria centrale e i parcheggi cittadini che saranno aperti.
In particolare, tutti i parcheggi in struttura saranno aperti a pagamento, come di consueto, 24 ore su 24. Saranno invece gratuiti i parcheggi di Archi, Tavernelle e Stadio. Per agevolare il pubblico e favorire un afflusso ordinato in centro, verranno installati cartelli informativi lungo i principali percorsi automobilistici che saranno installati nei giorni immediatamente precedenti il Capodanno.
Come sempre saranno attive due navette gratuite dalle ore 18.00 alle ore 3.00, con una frequenza di 15–20 minuti, sulle seguenti direttrici: Stazione Fs centrale – Centro e Stadio del Conero – Centro, con un passaggio dal parcheggio di via Ranieri di Tavernelle.
Ospite d’onore per salutare il nuovo anno sul palco di piazza Cavour Francesca Michielin. L’artista, nata a Bassano del Grappa nel 1995, è cantautrice, polistrumentista e conduttrice, emersa dopo aver vinto la quinta edizione di X Factor, che le garantisce un contratto con Sony Music, debuttando con il successo “Distratto” e proseguendo con hit come “Cigno Nero” (con Fedez) e brani per colonne sonore. E’ seconda a Sanremo nel 2016 e nel 2021, e rappresentante dell’Italia all’Eurovision Song Contest 2016. Sensibile a temi sociali e ambientali, ha collaborato con iniziative come Treedom e Stella McCartney. L’evento apre il cartellone dei grandi concerti previsti nel capoluogo nel 2026 e che vedranno l’esibizione di Vasco Rossi al Del Conero il 23 e 24 giugno, il 3 luglio sarà la volta di Tiziano Ferro, il 29 luglio Francesco Gabbani e il 1° agosto di Emma Marrone entrambe in piazza Cavour.
L’avvistamento ormai non più occasionale di esemplari di lupo anche nella periferia della città ha creato allarmismo tra i cittadini. Per comprendere cosa stia accadendo abbiamo chiesto a Ciro Manente, Fondatore dell’Associazione Popoli&Lupi, studioso e divulgatore scientifico di questo predatore da oltre 40 anni, il quadro della situazione alla luce del suo lavoro di studio e ricerca con Parchi e Riserve in molte parti d’Italia tra le quali l’Ente Parco regionale del Conero.
“Grazie alla collaborazione da circa 4 anni con il Parco del Conero – dice Manente – stiamo monitorando mediante l’utilizzo di fototrappole il branco composto da 3 esemplari che vive sul Conero e che presidia il proprio territorio. La lupa che abbiamo ribattezzato “Pocaluce” perché ha un occhio menomato, è arrivata sul Conero a seguito della pandemia che ha consentito ai cinghiali di riappropriarsi di una parte di territorio fino al mare approfittando della forzata permanenza di tutti noi nelle case. Il cinghiale è la preda principale del lupo. La lupa “Pocaluce” poi ha accolto un compagno con il quale ha avuto la prima cucciolata. Una figlia di questa prima cucciolata vive ancora con i genitori ed ha il ruolo di “helper” cioè di aiutante della coppia dominante a crescere le successive generazioni ma non si riproduce. I cuccioli restano circa un anno coi i genitori poi vengono accompagnati fuori dal territorio familiare e “invitati” a cercarne uno proprio diventando lupi in dispersione”.
I lupi che vengono avvistati nella periferia sono lupi in dispersione?
Esattamente. Sono esemplari che, spinti dalla fame, cercano cibo “facile” e i nostri animali da affezione e da cortile sono per loro, giovani, spesso inesperti e debilitati dalla fame, prede facili ma è una fase temporanea che dura di solito fino a gennaio. Sono visibili perché, per evitare di giungere a contatto con altri branchi passano in territori non presidiati. Il lupo percorre anche 50-60km al giorno. Un lupo radiocollarato sulla Sila, dopo un mese era sulle colline sopra Montecarlo.
Perché non cacciano i cinghiali?
Non è vero che non cacciano i cinghiali. Dall’esame delle immagini scattate dalle fototrappole i cuccioli di cinghiale restano la preda preferita tanto che, a seguito dell’arrivo del lupo nel Parco, i cinghiali nella zona tra il Musone e il Conero si sono imbrancati, cioè hanno costituito gruppo sempre più numerosi per difendersi meglio dagli attacchi del loro predatore principale. Il cinghiale fa 8-10 cuccioli ad ogni parto. Considerato che per ristabilire lo squilibrio che s’era creato, il Parco del Conero ha attivato una serie di azioni dirette ed indirette molto efficaci, formando i selettori e contenendo così la crescita del numero in modo costante e puntuale. Nel solo 2025, da gennaio ad oggi, sono stati abbattuti circa 300 cinghiali. Si tenga conto che era un’attività assolutamente necessaria e tempestiva perché i cinghiali sono in grado di arrecare grossi danni all’agricoltura e causare incidenti stradali. Una famiglia di lupi alleva e cresce i propri cuccioli solo se ha abbastanza cibo per sé stesso e per i nuovi nati, cosa che non avviene invece per i cinghiali.
Veniamo all’aspetto della sicurezza: c’è da temere se si avvista un lupo?
Non bisogna farlo avvicinare scacciandolo muovendo le braccia, urlando e non perdendo tempo a scattare foto o registrare video. Col Parco del Conero abbiamo messo a punto un decalogo con le buone pratiche che è stato stampato in migliaia di copie e che è stato distribuito nelle 15 conferenze che dal 2024 abbiamo cominciato a tenere ad Ancona e nei comuni limitrofi per formare ed informare i cittadini sulla presenza del lupo e che è a disposizione di cittadini e turisti presso l’Infocenter del Centro Visite del Parco a Sirolo, negli Iat dei comuni del Parco e online nel sito del Parco. L’Ispra certifica casi di attacchi all’uomo da parte di esemplari problematici, uno in Abruzzo ad esempio, ma sono veramente eccezioni. Lasciamo ai libri per bambini la narrazione fiabesca. La realtà è che il lupo ha una grande paura dell’uomo ed è bene che continui ad averne: il lupo confidente è problematico e può essere pericoloso. Il lupo confidente è quel lupo che, se scacciato, non fugge perché ormai è abituato all’uomo e non ne ha paura.
Il lupo a livello europeo è stato declassato da specie “rigorosamente protetta” a “protetta” a livello europeo: che significa?
Nella realtà poco cambia perché il lupo rimane una specie protetta e non cacciabile. Solo in casi eccezionali e con deroghe specifiche, un esemplare può essere catturato e portato in territorio montano una volta accertato dalle autorità che si sia in presenza di un particolare lupo problematico. In Italia sono censiti circa 3.300 lupi. Nel caso le autorità decidano per l’abbattimento di un esemplare è un compito che spetta alla Forestale o alla Polizia Provinciale oppure il Presidente di Regione individua un candidato che viene formato con un corso approvato da Ispra e viene autorizzato ad abbattere quel lupo certificato come problematico.
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