Trekking urbano 2025: tra mare, storia e natura nella baia di Portonovo

Anche quest’anno Ancona ha accolto con entusiasmo l’edizione 2025 del Trekking Urbano, l’iniziativa nazionale che invita cittadini e visitatori a riscoprire i luoghi e le dimensioni delle città attraverso percorsi a piedi, valorizzando paesaggi, monumenti e storie spesso poco conosciute. Non si tratta solo di una passeggiata: il trekking urbano è un vero e proprio viaggio lento dentro la città, che unisce movimento, cultura e scoperta, mettendo al centro il territorio e chi lo vive. Domenica 2 novembre il cuore dell’itinerario è stato la meravigliosa baia di Portonovo, uno degli angoli più preziosi del litorale, dove la natura della riviera del Conero incontra la storia e l’arte. Protagonista simbolica di questa edizione è stata la Chiesetta romanica di Santa Maria di Portonovo, piccolo gioiello incastonato tra mare e montagna, custode silenziosa di secoli di devozione e passaggi. Tra boschi, sentieri costieri, borghi di pietra bianca e il profumo salmastro del mare d’autunno, cittadini e turisti sono stati accompagnati dalle guide escursionistiche del territorio. Tra queste, Marina Boccadoro, che in questo racconto ripercorre la giornata: le soste, le emozioni, la bellezza condivisa lungo il cammino. Una narrazione che restituisce non solo l’itinerario, ma lo spirito stesso del trekking: il passo comune, lo sguardo che si apre, il territorio che si rivela.

Una chiesetta immersa nel blu
di Marina Boccadoro, guida ambientale escursionistica

I colori che ci hanno accolto scendendo in baia sono quelli di una bella mattina di autunno. Il verde del bosco, e le intense sfumature di blu e azzurro del mare e del cielo sono state la cornice perfetta per la XXII edizione del trekking urbano organizzato dal Comune di Ancona che si è tenuta domenica 2 novembre. Una passeggiata di facile accesso per le tante persone che hanno scelto di intervenire e di scoprire, assieme alle guide, un lembo della costa anconetana ricco di riferimenti storici, culturali e naturalistici.

Inserita nell’area protetta del Parco Regionale del Monte Conero, la baia di Portonovo svela angoli preziosi di biodiversità, come i suoi laghetti salmastri. E’ proprio dal Lago Grande che partono il trekking e la narrazione di un territorio modellato da grandi avvenimenti. Come la grande frana che nei primi anni del 1300 si pensa abbia modificato profondamente la linea di costa, dando vita agli specchi d’acqua che oggi offrono rifugio a numerose specie di uccelli acquatici facilmente osservabili tra i canneti che li circondano. Gallinelle d’acqua, folaghe, germani reali e vispi martin pescatori.

Percorrendo il bosco lungo il sentiero 309, è poi la ricca vegetazione mediterranea ad attirare l’attenzione. Vegetazione caratterizzata da foglie coriacee, spesso sempreverdi e a volte cerose che, riducendo l’evaporazione dell’acqua, aiutano arbusti e alberi a resistere ad estati secche e calde ed ai venti salmastri. Lecci, viburni e specie lianose che si arrampicano sui tronchi più robusti, creano una fitta cortina. I Corbezzoli si preparano alla loro stagione migliore, l’autunno-inverno, con le verdi foglie, i grappoli di fiori bianchi e il rosso-arancio dei frutti maturi. E’ ipotesi tra le più accreditate che il nome Conero derivi proprio dal nome greco di queste piante, Komaros. C’è memoria sul monte di un giorno di festa, il 28 di ottobre, dedicato al Corbezzolo e alla raccolta delle sue bacche che, se mangiate in grande quantità, sembra regalino una sensazione di ebbrezza. Anche ghiotti insetti, come la farfalla Ninfa del Corbezzolo apprezzano, nella loro fase adulta, i succhi zuccherini e inebrianti dei frutti maturi.

La Chiesetta di Santa Maria con i resti della torre campanaria e del monastero, la Torre de Bosis o Clementina e il Fortino Napoleonico sono alcune delle tracce lasciate dalla presenza dell’uomo nel corso dei secoli. La pietra bianca e calcarea con cui sono in parte costruiti è la stessa pietra che compone la falesia che sovrasta la baia. La stessa pietra che troviamo levigata dal mare, sulla spiaggia, in forma di grandi ciottoli forati. I sassi bucati, portati dalle onde e ora vuoti, ma che sul fondo del mare sono roccia e habitat perfetto per organismi perforatori e filtranti come il “ballaro” o dattero bianco.

Sono figlia degli anni ’70, quando ancora la pesca del ballaro era pratica comune tra i frequentatori di queste spiagge. Quando a forza di “fiati” con maschera e pinne e poi martello e scalpello, cavavi dalla roccia un pugno di quanto, la domenica sera, portavi a tavola sotto forma di zuppa. Una pesca che però distrugge in modo irreversibile l’ecosistema marino roccioso e che, forse troppo tardi, è stata poi vietata nelle Marche, come nel resto d’Italia.

Una passeggiata intensa quella di domenica, dove il racconto delle storie degli uomini si intreccia inevitabilmente con il racconto di un delicato ecosistema sempre più da comprendere e proteggere.

(a cura di Margherita Rinaldi)

Altri articoli