IL PERSONAGGIO/ Arianna Trifogli: Connessioni, per immergere l’arte nella città


Una chiave interessante, non solo per raccontare la cultura, ma per calarla concretamente nel tessuto della società, è quella di riuscire a “creare connessioni, vedere come un progetto riesca a parlare non solo attraverso le opere ma attraverso le energie che mette in circolo nella comunità”. Competenza sui contenuti, conoscenza profonda dei contesti, curiosità e piacere di costruire: sono queste le basi del lavoro di Arianna Trifogli, che in una lunga intervista, ricca di spunti, ripercorre molti temi significativi, profondamente radicati sia nel percorso culturale della città di Ancona sia nella propria crescita professionale. Nel corso degli anni, Arianna Trifogli ha costruito un itinerario che attraversa discipline e luoghi diversi, mantenendo però un filo conduttore saldo: la convinzione che la cultura sia un modo concreto di agire sul presente.

Dopo gli studi in archeologia e le prime esperienze negli scavi internazionali, ha cominciato a occuparsi di organizzazione e curatela di mostre, collaborando, tra gli altri, con la Galleria d’Arte Puccini e, più recentemente, con l’Istituto Autonomo Villa Adriana e Villa d’Este, dove segue progetti che mettono in dialogo archeologia, linguaggi contemporanei e narrazioni del territorio. Parallelamente, ha sviluppato iniziative culturali legate alla città di Ancona e all’associazione intitolata a suo padre, Alfredo Trifogli, il “sindaco del terremoto” del 1972, dedicandosi a incontri, convegni e momenti di approfondimento che intrecciano memoria e prospettiva. Il 2025 segna poi un passaggio importante: il ritorno ad Ancona del Premio Marche, ideato nel 1957 dal sindaco Trifogli. Proprio nei giorni scorsi è stata inaugurata la nuova edizione, che torna ad Ancona con la mostra Erratica, alla cui organizzazione e curatela Arianna Trifogli ha contribuito in modo decisivo, insieme con Stefano Tonti, con un progetto che riavvicina la città a una storia artistica che le appartiene e che trova in lei una figura capace di garantirne la continuità, anche attraverso quel legame familiare che chiude la trama del suo impegno.


Arianna

Partiamo da lei: laureata in archeologia e culture del mondo antico. Cosa l’ha spinta a scegliere questo percorso?
Ho amato l’archeologia fin da bambina. Rimasi folgorata durante il mio primo viaggio in Grecia con la mia famiglia, a 8 anni: dall’Acropoli di Atene a Delfi, da Micene fino al Palazzo di Cnosso a Creta. Ricordo che, mentre ammiravo quei monumenti imponenti, il mio sguardo scendeva sempre a terra, alla ricerca di qualcosa di nascosto, di un frammento che potesse raccontare ancora una storia. Ero affascinata dall’idea che il passato potesse parlare, se solo fossimo stati disposti ad ascoltarlo.
Per me l’archeologia è questo: un dialogo silenzioso con chi ci ha preceduto, un modo per capire come nascono le culture, come si trasformano e quali tracce lasciano dietro di sé. Ho scelto questo percorso perché sentivo il bisogno di andare all’origine delle cose, di comprendere ciò che c’è “sotto” – in senso letterale e metaforico. All’università ho avuto poi la fortuna di poter coltivare davvero questo desiderio, partecipando a scavi in grandi siti come Ostia antica e Cirene, in Libia.

Guardando al presente, in che modo la sua formazione archeologica influenza il modo in cui osserva e cura l’arte contemporanea?
L’archeologia mi ha insegnato a dare valore ai contesti, ai dettagli e soprattutto alle storie che gli oggetti portano con sé. Questo approccio lo ritrovo ogni volta che lavoro con opere contemporanee: non le vedo mai solo come forme o gesti creativi isolati, ma come frammenti di un discorso più ampio. Mi interessa capire cosa dicono del nostro tempo, come si inseriscono nella storia, quali domande generano.
In un certo senso, continuo a “scavare”, solo che oggi il terreno è il presente. Questo approccio mi è stato estremamente utile e si riflette pienamente nel mio attuale ruolo di consulente per l’ufficio mostre di Villa Adriana e Villa d’Este a Tivoli, dove mi occupo dell’organizzazione di esposizioni che spaziano dall’archeologia al contemporaneo.

Nel suo ruolo di curatrice di una mostra importante per la città ma certamente anche per lei personalmente, qual è la parte del lavoro che la appassiona di più?
La fase che amo di più è quella dell’intuizione che diventa relazione: quando un’idea iniziale comincia a incontrare gli artisti, gli spazi, le persone, e prende forma in modi che spesso sorprendono anche me. Mi entusiasma creare connessioni, vedere come un progetto riesca a parlare non solo attraverso le opere ma attraverso le energie che mette in circolo nella comunità.

Se dovesse spiegare a qualcuno cos’è per lei “fare arte” o “creare cultura”, quali parole userebbe?
Per me “fare arte” significa aprire possibilità: dare forma a pensieri, emozioni e visioni che altrimenti resterebbero invisibili. “Creare cultura” è un gesto condiviso: è costruire un linguaggio comune, generare dialogo, offrire occasioni per rivedere ciò che diamo per scontato. Arte e cultura sono modi per tenere viva la nostra capacità di immaginare.

E guardando al futuro: ha qualche sogno o progetto legato ad Ancona?
Mi piacerebbe contribuire a rafforzare il legame tra la città e il suo patrimonio artistico, creando percorsi che coinvolgano sia chi vive ad Ancona sia chi la scopre per la prima volta. Sogno una città in cui l’arte non sia percepita come qualcosa “in più”, ma come un modo naturale di abitare i luoghi. E mi piacerebbe lavorare a un progetto che unisca la memoria antica del territorio con le visioni degli artisti contemporanei, per raccontare Ancona come una città che attraversa il tempo senza mai smettere di trasformarsi.


La città, presente e memoria

E’ cresciuta ad Ancona: che rapporto ha oggi con la città?
Il mio rapporto con Ancona oggi è fatto di un forte sentimento di appartenenza che si è trasformato nel tempo. Da ragazza la vivevo come una città da cui partire, una sorta di punto di appoggio da cui guardare altrove. Crescendo, invece, ho iniziato a riconoscerla come un luogo che continua a parlarmi, anche quando non ci vivo stabilmente: ogni ritorno è un’occasione per ritrovarne i ritmi, la luce, i silenzi e quella dimensione umana che la rende unica. È una città che porto dentro, più di quanto mi aspettassi.

C’è qualche luogo in particolare che sente più suo, che la lega alla memoria familiare o alla sua formazione?
Sì, c’è un luogo in particolare a cui sono profondamente legata: Piazza Stracca. È una delle piazze più suggestive del centro storico di Ancona e per me è sempre stata un concentrato di memorie familiari e formative. Mi riporta immediatamente alle lunghe passeggiate con mio padre, quando da bambina lo accompagnavo nei suoi spostamenti tra gli edifici simbolo della vita culturale e civica della città.
Da un lato c’è Palazzo degli Anziani, all’epoca di mio padre sede comunale e poi della Facoltà di Economia e Commercio da lui fondata; dall’altro la Chiesa del Gesù, il magnifico edificio vanvitelliano in cui mio padre organizzò la prima grande retrospettiva dedicata a Corrado Cagli dopo la sua morte, un tributo affettuoso all’amico artista.
E poi Palazzo Baldi, allora sede dell’Accademia di Scienze, Lettere ed Arti, che mio padre presiedette per molti anni. Per me era un luogo quasi magico: trascorrevo lì interi pomeriggi, seduta in quella che ai miei occhi di bambina era una sala convegni immensa, circondata da libri e volumi antichi.

Alfredo Trifogli è ricordato come “il sindaco del terremoto” del 1972. Che ricordi familiari ha di quel periodo e di come lui lo ha affrontato?
Mio padre non ha mai raccontato molto in famiglia del periodo del terremoto. Era una persona riservata, e ricordo bene me e le mie sorelle che cercavamo di fargli domande, senza però ottenere più di qualche sorriso accennato o una frase breve.
Ciò che so davvero di quel periodo l’ho appreso soprattutto attraverso le testimonianze degli altri: persone che lo hanno affiancato, cittadini che hanno vissuto quei giorni difficili, racconti che ancora oggi emergono con una forte carica emotiva. Tutti parlano del suo senso del dovere, della lucidità con cui ha affrontato l’emergenza e della determinazione nel mettere il bene della città e dei cittadini davanti a tutto. Per me è sempre stato un esempio di come un ruolo pubblico possa diventare una missione personale, fatta di presenza, ascolto e scelte difficili.


La Mostra Erratica

Quest’anno il Premio Marche, fondato da suo padre, torna ad Ancona. Che significato ha per lei vedere questo progetto rinascere proprio qui?
Per me ha un valore profondamente simbolico. Vedere il Premio Marche tornare ad Ancona significa riportare nella città un pezzo importante della sua storia culturale, ma anche restituire continuità a un progetto che mio padre aveva immaginato come un ponte tra le Marche e la scena artistica contemporanea.
La sua rinascita qui, dove tutto ha avuto origine, è un po’ come chiudere e riaprire allo stesso tempo un cerchio: da un lato il ricordo, dall’altro una nuova energia che guarda al futuro. È un’emozione che intreccia dimensione professionale e personale, memoria e responsabilità.

Mentre lavora a questo Premio, che quest’anno si sostanzia con la mostra Erratica, le capita di ritrovare un po’ del modo di pensare o di vedere il mondo di suo padre?
Sì, spesso. Non tanto in cose esplicite, quanto in un modo di intendere l’arte come spazio di relazione e di servizio alla comunità. Mio padre aveva un senso molto forte del ruolo pubblico della cultura: per lui un progetto espositivo non era mai solo un evento, ma un’occasione per far crescere la città, per aprirla a linguaggi e visioni nuove.
Mentre lavoro al Premio Marche mi accorgo di portare dentro di me la stessa attenzione al dialogo, alla cura dei contesti, alla responsabilità di costruire ponti. È come se una parte del suo sguardo continuasse ad accompagnarmi, in modo discreto ma presente.

Oggi, come descriverebbe l’identità della mostra Erratica? E cosa pensa sia rimasto dello spirito originario con cui era nato il Premio Marche?
Erratica oggi è una piattaforma aperta che unisce ricerca, pluralità di linguaggi e attenzione al territorio. Ha un’identità mobile, come suggerisce il nome: è una mostra che attraversa, che connette, che si permette di sostare in luoghi diversi mantenendo però un nucleo riconoscibile.
Dello spirito originario è rimasta la tensione verso la qualità, la volontà di raccontare la vitalità dell’arte marchigiana nel dialogo con una scena più ampia, e soprattutto l’idea che la cultura debba essere un motore civile. Questo principio, che era alla base del Premio Marche, continua a orientare anche questa nuova fase: sostenere gli artisti, dare loro visibilità, far emergere ciò che si muove sotto la superficie del presente.

Che tipo di dialogo si crea tra la città, gli artisti e il pubblico attraverso Erratica?
Erratica crea un dialogo che, idealmente, scorre in entrambe le direzioni. Per la città è un’occasione per riattivare luoghi, per mettersi in ascolto dell’immaginario contemporaneo e per riconoscersi in nuove narrazioni. Per gli artisti è un invito a misurarsi con un territorio ricco di storia e stratificazioni, e spesso nascono connessioni inaspettate tra il loro lavoro e l’identità di Ancona.
Per il pubblico, infine, Erratica diventa un’esperienza di incontro: non soltanto con le opere, ma con le domande che esse sollevano. È uno spazio dove si può osservare, ma anche interrogarsi e partecipare; un luogo in cui la città si apre e si lascia trasformare dallo sguardo degli artisti.

Con i test e il dialogo con i giovani si combatte l’infezione HIV-AIDS

Fare il punto sulla diffusione dell’infezione (già da anni curabile con terapie farmacologiche), sui diversi fronti della prevenzione (test diagnostici, comportamenti corretti e assunzione di un farmaco, PreP, prima di esporsi a situazioni a rischio) nonchè sul grado di consapevolezza dei giovani rispetto al tema: è con una tavola rotonda dedicata a questi argomenti, partecipata dagli esperti e dagli studenti (classi terze Istvas e Istituto Comprensivo Pinocchio-Montesicuro) con un approccio diretto e concreto, che si è celebrata il 1° dicembre nella sala consiliare del Comune la Giornata Mondiale contro Hiv/AIDS.

Attorno al tavolo i referenti delle rete operativa sul territorio da lungo tempo- una delle eccellenze nel panorama italiano- costituita dal Comune di Ancona, Opere Caritative Francescane, Anlaids, Azienda ospedaliera universitaria delle Marche, Comitato CRI Ancona e una pluralità di associazioni che hanno sostenuto nel tempo le iniziative a largo raggio portate avanti in tutto l’arco dell’anno. Senza contare che il capoluogo dorico è stato tra i primissimi centri italiani ad aderire a Fast Track Cities, la rete europea attivata dalla Città di Parigi con l’obiettivo di abbattere l’infezione (zero nuovi casi) entro il 2030. Al centro dell’incontro l’illustrazione – da parte del direttore delle Opere Caritative Francescane, Luca Saracini (presente anche il Presidente Padre Alvaro Rosatelli) e della biologa Sara Caucci (dirigente Lab.Microbiologia Az.Torrette)- dei servizi e delle attività svolte sul piano della prevenzione, prima tra tutte quella, che ha dato risultati veramente concreti, di ANCONACHECK-POINT, Via delle Grazie 106, www.anconacheckpoint.it (per le prenotazioni), un luogo fisico attivo dal marzo 2022, aperto ogni mercoledì pomeriggio dalle ore 17:30 alle ore 20:30 dove i giovani dai 18 anni in su possono effettuare in anonimato e gratuitamente TEST di screening rapidi per Hiv e altre malattie sessualmente trasmissibili, ricevere informazioni e supporto per accedere ad eventuali percorsi di cura. I giovani che si sono rivolti allo sportello provengono per il 74% dalla provincia di Ancona, l’11% da quella di Macerata , il 7% da quella di Pesaro Urbino, e 4% rispettivamente dalle restanti due province. Al check point accedono principalmente i ragazzi di sesso maschile nella fascia di età 18-30 ma anche tutte le altre categorie e fine agli over 50.

Terreno privilegiato per la prevenzione tra i giovani si confermano le scuole, dove, nell’ambito del progetto “Prevenzione Scuola” in collaborazione con l’associazione ANLAIDS, che quest’anno celebra i 40 anni di operatività- negli ultimi 2 anni sono stati raggiunti dai comunicatori della rete, in particolare dal giornalista esperto Paolo Petrucci, quasi 3000 ragazzi, di 27 istituti scolastici. Il gruppo giovani del Comitato CRI di Ancona, nella persona di Mario Trento, ha dato il proprio contributo agli studenti presenti soprattutto sul piano psicologico, invitandoli a lavorare sull’autostima, sull’auto-determinazione, sul rispetto di sé e degli altri nelel relazioni intime e come in ogni topo di relazione: a chiudere l’incontro il dott. Luca Butini, una vita dedicata a combattere l’infezione esplosa negli anni Ottanta, un tempo con esiti mortali, oggi curabile ma pur sempre temibile e invalidante. Dirigente Medico di Immunologia Clinica all’Azienda ospedaliera universitaria delle Marche e Presidente nazionale Anlaids (dopo esserlo stato per anni nelle Marche), il dott Butini ha lanciato una provocazione: “meglio scoprire nel 2026 10mila nuovi casi, da trattare farmacologicamente fino a fare regredire l’infezione, piuttosto che auspicare un calo dei casi rispetto a quest’anno perché significherebbe che molti, troppi non hanno ancora effettuato il test e perciò non sono a conoscenza di di avere contratto l’infezione chissà quanti anni prima. Arrivare alla diagnosi quando il fisico è ormai compromesso pesa molto sulla guarigione ” Dopo avere risposto a molte domande degli studenti, il presidente Butini è passato all’atto finale, la firma della convenzione tra Anlaids e Opere Caritative-Anlaids che si tradurrà in un ulteriore passo avanti nell’impegno contro HIV-AIDS. Durante la mattinata si è anche svolto un collegamento da remoto con la popolare speaker, conduttrice e animatrice Elena Di Cioccio che l’esperienza dell’infezione l’ha vissuta sulla sua pelle. Elena terrà al Teatro Sperimentale, sabato 6 dicembre, uno stand up show che promette di coinvolgere i giovani, tra riflessioni e divertimento, usando il loro linguaggio.

IL PERSONAGGIO/ Piernicola Silvis “Ancona protagonista del mio libro. Sogno di farne un film”


E’ in dirittura di arrivo la stesura del suo nuovo romanzo  – ne ha scritti una decina, particolarmente da quando è “a riposo”, si fa per dire – che ha un titolo femminile plurale e una copertina molto accattivante, ma lasciamo ai lettori la sorpresa.  L’ultimo libro dato alle stampe, “L’errore” (2023) , è ambientato  ad Ancona, città dove ha scelto già quasi trent’anni fa di abitare con la moglie Catia e i due figli, dopo avere girato l’Italia in lungo e in largo per via della sua importante carriera di dirigente della Polizia di Stato. Un percorso, quello vissuto da Piernicola Silvis, dinamico, articolato, denso di sfide e di soddisfazioni, contrassegnato da uno sguardo attento alla realtà e alle dinamiche psicologiche e comportamentali, che si è concluso a Foggia, la sua città di origine, con l’incarico di Questore.  

Lo incontriamo presso la libreria Fogola dove negli anni sono stati presentati alcuni dei suoi romanzi:

Partiamo dall’inizio:  nato a Foggia, voleva fare il poliziotto, l’avvocato  o… lo scrittore?

Inizialmente pensavo di seguire le orme paterne, da figlio di un avvocato titolare di uno studio avviato, ma poi ho cambiato idea.  Gli anni di università, parliamo degli anni Settanta,  sono stati segnati dagli attacchi delle Brigate rosse, da innumerevoli stragi. Tutto questo ha inciso profondamente sulla mia formazione, avvertivo l’urgenza di fare la mia parte per tutelare la società.   E allora, dopo la laurea -era il 1978, l’anno dell’uccisione di Aldo Moro- e una breve parentesi nello studio paterno, ho deciso di concentrarmi nei concorsi per la Magistratura e per la Polizia di Stato (Commissario): superato il secondo in prima battuta ho iniziato questo percorso e guardando indietro non me ne pento. E’ stata una vita bellissima.

 Nella sua lunga carriera la lotta al crimine organizzato è stata una costante. L’operazione più clamorosa cui ha partecipato ha portato alla cattura del numero due di Cosa Nostra, Giuseppe Madonia.  Questa vicenda ha ispirato un suo libro?

 Sì, “L’ultimo indizio”,  era il settembre 1992, un altro anno che ha lasciato il segno con le stragi di Falcone e Borsellino e le loro scorte.   Nel racconto si intreccia la cronologia dei fatti con una storia personale. Per quanto riguarda la parte “storica”,  lo feci doverosamente  leggere per primo ad Antonio Manganelli, che sarebbe diventato capo della Polizia.   Lui aveva partecipato all’operazione e una verifica era d’obbligo.  Con quel romanzo a dire il vero ho avuto un grossa difficoltà:  come descrivere un personaggio come Madonia, co-imputato nelle stragi di Falcone e Borsellino e vice di Toto Riina? Fino a quel momento non c’erano stati arresti eccellenti, non avevamo esperienza e ci  aspettavamo di trovarci davanti un personaggio dall’aspetto sanguinario,  invece Madonia non dava quell’impressione, era quieto. Non fece una piega durante il viaggio, carico di tensione, con le volanti che procedevano da Vicenza a Roma a sirene spiegate. Ho trovato un escamotage: non definirlo, non aggettivarlo in alcun modo.    

 Della mafia parla anche in un saggio recente, del 1993, “Capire la Mafia, Quali sono e come funzionano le grandi organizzazioni mafiose”.   Cosa c’è da capire ancora della mafia?

 Avevo partecipato a un Master in qualità di docente di criminalità organizzata e il Rettore della Luiss, mio lettore, mi garantì la pubblicazione di un saggio sul tema.    Mi spiego,   da una analisi di tutte le organizzazioni mafiose italiane e anche di quelle straniere, emerge un dato importante,  e cioè che quello che conta per gli associati non è il denaro, ma il potere, il fare parte di una organizzazione potente che si può sostituire alla classe politica e può addirittura darle ordini.  Vogliono il comando.  Il panorama attuale?  La ‘ndrangheta, tra le organizzazioni di stampo mafioso,  attualmente è la più potente del mondo.    Ha scalzato Cosa Nostra nel 1992 perché, dopo le stragi che sappiamo, lo Stato intervenne in maniera forte. Approfittando della vulnerabilità della mafia siciliana, subentrò quella calabrese, smise di fare i sequestri di persona e con i soldi estorti in precedenza cominciò a mandare i broker in Colombia e in Messico e, da allora,  a invadere  l’Europa di cocaina, 

 Quale piega hanno preso negli anni le organizzazioni di questo tipo?  Il parametro è sempre lo stesso, additato da Falcone,  e poi dalla FBI, ovvero “Follow the Money”?

 Esatto, le organizzazioni di stampo mafioso si  evolvono con la società, si stanno orientando su diversi e sempre nuovi profitti.  Tuttavia il traffico di sostanze stupefacenti resta sempre il principale, 

 Venendo ai romanzi, il protagonista di una fortunata Trilogia è un commissario che è piaciuto molto ai lettori, il suo nome è Renzo Bruni:  come è stato costruito questo personaggio?

Ero Questore a Oristano e pensavo in quel periodo che molti scrivono di poliziotti, facendo strafalcioni  perchè non conoscono l’ambiente .  Tra quelli che scrivono con una reale esperienza alle spalle siamo pochissimi: Carofiglio, De Cataldo, Giuttari e il sottoscritto e allora mi sono inventato un collega, ispirandomi a Michael Connelly che ha inventato un personaggio della squadra omicidi di Los Angeles . Ho pensato di portare questo personaggio in Italia, un bergamasco che  vive a Roma e “Formicae” fu il primo romanzo della serie che piacque molto all’editore SEM e lo volle pubblicare, poi non  feci l’errore di non dare un seguito, come per “Un assassino qualunque”, e con Bruni proseguii la serie con “La Lupa”, “Gli illegali”- che vinse due premi, tra i quali la Selezione Bancarella,  e poi “La pioggia” che  a mio parere è un romanzo molto accattivante. Nelle sue settecento e passa pagine racconta lo scontro tra la ‘ndrangheta e lo Stato,  purtroppo è stato poco promosso.   

In  “Storia di una figlia” si cambia registro,  lei  affronta il tema della ricerca della verità, anche attraverso il  suggestivo strumento dell’ipnosi regressiva  mentre sullo sfondo si affaccia l’incubo del Nazismo

Si, sono uno studioso del fenomeno del Nazismo, mi sono sempre chiesto come abbia fatto un popolo civile a fare quello che ha fatto, di una violenza e di una spietatezza indicibili. Non volevo scrivere della shoah, però, perché è un argomento che è stato già molto trattato, bensì delle stragi naziste in Italia.  Mio padre ci raccontava di avere fatto il soldato durante la II Guerra Mondiale e di essere stato prigioniero in Germania in una fabbrica di birra.  Ad un certo punto mi sono chiesto: e se invece mio padre, poniamo il caso, fosse stato un collaborazionista?  Tentai di fare ricerche ma trovai le porte chiuse al Ministero e solo più tardi, da Questore riuscii a sapere che aveva detto la verità.   Ma continuai a chiedermi come avrebbe potuto un figlio venire a sapere un fatto come questo: l’unica possibilità era la memoria genetica.  Nel romanzo la protagonista si presta al trattamento dell’ipnosi regressiva, attraverso la quale si riesce a regredire non solo all’infanzia ma anche agli avi,  e approda ad una scoperta sconvolgente.   Nelle ultime righe si chiuderà il cerchio.  La memoria genetica è uno degli argomenti che mi affascinano e che ho già trattato in “Un assassino qualunque”. Ho sempre pensato che se si trasmettono i neuroni, anche la memoria che è contenuta nelle sinapsi si trasmette nelle generazioni seguenti.  Ho studiato parecchio queste dinamiche, scientificamente possibili, ma non esiste un riscontro empirico. Quanto al richiamo storico, ho voluto legare  “Storia di una figlia “ad un fatto atroce che mi ha sconvolto, la strage di Sant’Anna di Stazzema, dove i nazisti hanno trucidato  centinaia e centinaia di  donne e bambini indifesi, come cani. Si salvò solo una bambina.  Ero stato invitato a presentare il libro a Sant’Anna, ma purtroppo il Covid mandò all’aria il programma.

  Ad Ancona come è approdato?

Dopo un incarico svolto a Vicenza,  nei nostri frequenti viaggi di rientro in Puglia con mia moglie,  lungo l’autostrada  A14 abbiamo notato questa città adagiata sul golfo, circondata da un mare splendido.   Abbiamo allora pensato di  raggiungere il centro e –ricordo- ci siamo presi  un caffè in piazza Roma.  Seguirono poi altri incarichi a Vasto e quindi alla Questura di Verona, e intanto restava il desiderio di avvicinarsi, Nel 1996 c’è stata la possibilità per mia moglie di essere trasferita alla Banca d’Italia e per me al Commissariato di Osimo.  Così è andata. Abbiamo preso in affitto una casa in Via Piave e più avanti l’abbiamo acquistata in centro.

L’impatto con questa città?

Non è stato difficile,  ero stato al nord, al sud in più sedi, a Roma, perfino in Sardegna, ero abituato a registri e abitudini molto diversi. La sera, ad esempio:   a Foggia si fa tardi,  qui un po’ meno, a Vicenza a fine pomeriggio non vedi più nessuno in giro.   Ancona è veramente l’epicentro dell’Italia, è assolutamente baricentrica: in quattro ore sei a Bari, in quattro o poco più a Milano o Torino,  a Roma anche meno.  Lo è anche sotto il profilo socio-culturale; dico sempre che ad Ancona si trovano i pregi dei meridionali e dei settentrionali,  ma senza i difetti.  E’ così!

Davvero un grande complimento. 

E’ la verità, è una città in forte crescita,  abitando in centro mi accorgo di un via  vai di visitatori, di persone anche dall’estero, incuriosite e interessate alla Storia e al patrimonio cittadino.  Il panorama che si scorge lungo la discesa dal Duomo e il percorso dal Porto a Passetto sono davvero bellissimi.    A proposito, mi auguro davvero che venga scelta quale  Capitale della Cultura Italiana 2028, le premesse ci sono tutte.  Un numero crescente di produzioni televisive e cinematografiche l’hanno scelta per le sue caratteristiche e per la sua accoglienza.

Allora il suo ultimo romanzo, “L’errore”, non l’ha ambientato qui assecondando la visione del regista Moretti che cercava una città anonima per ambientare il suo film “La stanza del figlio”?

No, assolutamente no,  Mi ha fatto davvero piacere legare questa nuova storia che ho costruito alla città di  Ancona,  che amo, che ci ha accolto, dove sono cresciuti i miei figli.  E’ una città tranquilla, sicura, che merita attenzione e riconoscimento- ripeto il concetto-   e desideravo contribuire ad amplificarne la conoscenza.    Allo stesso tempo ci tenevo che facesse da sfondo a temi importanti, la violenza psicologica e l’ urgenza della tutela e della salvaguardia delle donne vittime di violenza.  Il protagonista è operativo presso il Centro Antiviolenza, che in questa città è una realtà solida, operativa da molti anni.    Un regista napoletano, Stefano Incerti, mi chiese i diritti per farne un film, lo ho segnalato anche a Marche Commission, sarebbe stato interessante, ma poi non si è trovato il produttore.  Ancora ci spero. 

Questo cenno cade a proposito visto che siamo novembre, nel mese delle iniziative di sensibilizzazione  contro la violenza sulle donne  (il 25 è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le Donne, ndr), quale è la sua opinione sui femminicidi e sulla violenza di genere?

Le leggi ci sono, è un discorso complesso, personalmente ho conosciuto donne maltrattate dai mariti che non se la sentivano di denunciare, per varie ragioni.  Chiaramente è un fenomeno culturale, con deviazioni e implicazioni ataviche.  Adesso ci sono anche i social che hanno ampliato il range delle violenze, e le alimentano.   Il Questore ha il provvedimento dell’ammonimento, personalmente ne ho emessi diversi nel tempo, e spesso funziona perchè blocca l’istinto ferino del maschio, ma a volte non basta.   Nel quadro europeo- non che sia di consolazione-   l’Italia peraltro è nella parte bassa di una triste classifica dei femminicidi,  nella gran parte del mondo le uccisioni di donne e ragazze sono all’ordine del giorno.   E’ un quadro complicato, sono convinto anche io, come molti,   che bisogna ripartire dall’educazione, dalla scuola e prima ancora dalla famiglia.  Quando un bambino vede un padre che attacca la madre, interiorizza quel modello, purtroppo è inevitabile.  E c’è altro:   nel mio romanzo al quale sto lavorando e che pubblicherò per la prima volta in autonomia, ormai ne ho le competenze,   riferisco di organizzazioni di uomini uniti nell’odio contro le donne,  quali la Manosfera, gli INCEL, che fanno veramente rabbrividire.  Gente frustrata, molto pericolosa.   Un padre oggi ha di che preoccuparsi.  E con lui l’intera società.

Federica Zandri

Trekking urbano 2025: tra mare, storia e natura nella baia di Portonovo

Anche quest’anno Ancona ha accolto con entusiasmo l’edizione 2025 del Trekking Urbano, l’iniziativa nazionale che invita cittadini e visitatori a riscoprire i luoghi e le dimensioni delle città attraverso percorsi a piedi, valorizzando paesaggi, monumenti e storie spesso poco conosciute. Non si tratta solo di una passeggiata: il trekking urbano è un vero e proprio viaggio lento dentro la città, che unisce movimento, cultura e scoperta, mettendo al centro il territorio e chi lo vive. Domenica 2 novembre il cuore dell’itinerario è stato la meravigliosa baia di Portonovo, uno degli angoli più preziosi del litorale, dove la natura della riviera del Conero incontra la storia e l’arte. Protagonista simbolica di questa edizione è stata la Chiesetta romanica di Santa Maria di Portonovo, piccolo gioiello incastonato tra mare e montagna, custode silenziosa di secoli di devozione e passaggi. Tra boschi, sentieri costieri, borghi di pietra bianca e il profumo salmastro del mare d’autunno, cittadini e turisti sono stati accompagnati dalle guide escursionistiche del territorio. Tra queste, Marina Boccadoro, che in questo racconto ripercorre la giornata: le soste, le emozioni, la bellezza condivisa lungo il cammino. Una narrazione che restituisce non solo l’itinerario, ma lo spirito stesso del trekking: il passo comune, lo sguardo che si apre, il territorio che si rivela.

Una chiesetta immersa nel blu
di Marina Boccadoro, guida ambientale escursionistica

I colori che ci hanno accolto scendendo in baia sono quelli di una bella mattina di autunno. Il verde del bosco, e le intense sfumature di blu e azzurro del mare e del cielo sono state la cornice perfetta per la XXII edizione del trekking urbano organizzato dal Comune di Ancona che si è tenuta domenica 2 novembre. Una passeggiata di facile accesso per le tante persone che hanno scelto di intervenire e di scoprire, assieme alle guide, un lembo della costa anconetana ricco di riferimenti storici, culturali e naturalistici.

Inserita nell’area protetta del Parco Regionale del Monte Conero, la baia di Portonovo svela angoli preziosi di biodiversità, come i suoi laghetti salmastri. E’ proprio dal Lago Grande che partono il trekking e la narrazione di un territorio modellato da grandi avvenimenti. Come la grande frana che nei primi anni del 1300 si pensa abbia modificato profondamente la linea di costa, dando vita agli specchi d’acqua che oggi offrono rifugio a numerose specie di uccelli acquatici facilmente osservabili tra i canneti che li circondano. Gallinelle d’acqua, folaghe, germani reali e vispi martin pescatori.

Percorrendo il bosco lungo il sentiero 309, è poi la ricca vegetazione mediterranea ad attirare l’attenzione. Vegetazione caratterizzata da foglie coriacee, spesso sempreverdi e a volte cerose che, riducendo l’evaporazione dell’acqua, aiutano arbusti e alberi a resistere ad estati secche e calde ed ai venti salmastri. Lecci, viburni e specie lianose che si arrampicano sui tronchi più robusti, creano una fitta cortina. I Corbezzoli si preparano alla loro stagione migliore, l’autunno-inverno, con le verdi foglie, i grappoli di fiori bianchi e il rosso-arancio dei frutti maturi. E’ ipotesi tra le più accreditate che il nome Conero derivi proprio dal nome greco di queste piante, Komaros. C’è memoria sul monte di un giorno di festa, il 28 di ottobre, dedicato al Corbezzolo e alla raccolta delle sue bacche che, se mangiate in grande quantità, sembra regalino una sensazione di ebbrezza. Anche ghiotti insetti, come la farfalla Ninfa del Corbezzolo apprezzano, nella loro fase adulta, i succhi zuccherini e inebrianti dei frutti maturi.

La Chiesetta di Santa Maria con i resti della torre campanaria e del monastero, la Torre de Bosis o Clementina e il Fortino Napoleonico sono alcune delle tracce lasciate dalla presenza dell’uomo nel corso dei secoli. La pietra bianca e calcarea con cui sono in parte costruiti è la stessa pietra che compone la falesia che sovrasta la baia. La stessa pietra che troviamo levigata dal mare, sulla spiaggia, in forma di grandi ciottoli forati. I sassi bucati, portati dalle onde e ora vuoti, ma che sul fondo del mare sono roccia e habitat perfetto per organismi perforatori e filtranti come il “ballaro” o dattero bianco.

Sono figlia degli anni ’70, quando ancora la pesca del ballaro era pratica comune tra i frequentatori di queste spiagge. Quando a forza di “fiati” con maschera e pinne e poi martello e scalpello, cavavi dalla roccia un pugno di quanto, la domenica sera, portavi a tavola sotto forma di zuppa. Una pesca che però distrugge in modo irreversibile l’ecosistema marino roccioso e che, forse troppo tardi, è stata poi vietata nelle Marche, come nel resto d’Italia.

Una passeggiata intensa quella di domenica, dove il racconto delle storie degli uomini si intreccia inevitabilmente con il racconto di un delicato ecosistema sempre più da comprendere e proteggere.

(a cura di Margherita Rinaldi)

Un bel ritorno: la “Compagnia dei giovani” di Marche Teatro

Hanno tra i 23 e i 34 anni gli attori selezionati tra i 172 candidati da tuta la regione per dare vita – finalmente- alla Compagnia dei Giovani di Marche Teatro, ufficializzata all’inizio del mese di novembre. Una gran bella svolta per il teatro e per il territorio- era dai tempi di Giampiero Solari (fine anni Novanta, primi del Duemila) che mancava una compagnia stabile- che porta nuova linfa al settore e prospettive artistiche e professionali per i dodici talenti, molti dei quali fanno ritorno a casa dopo un periodo formativo e di lavoro altrove, qualcuno perfino all’estero. L’iniziativa, ideata e diretta da Giuseppe Dipasquale, Direttore di Marche Teatro, fa seguito ad una call lanciata la scorsa primavera, che ha ottenuto un notevole successo portando ad Ancona tanti aspiranti che si sono cimentati per un’intera settimana dietro le quinte del teatro in una serie di prove, al termine delle quali da quaranta (prima selezione) sono rimasti in dodici. Tutti gli altri non cadranno nel dimenticatoio- è stato garantito: costituiscono un vivaio dal quale attingere in futuro per nuovi progetti. La compagnia dei Giovani è sostenuta da Comune di Ancona – Assessorato alla Cultura, Viva Servizi ed Estra, con la collaborazione di AMAT per la circuitazione degli spettacoli. “Aprire le porte ai talenti del nostro territorio per dar vita alla Compagnia dei Giovani di MARCHE TEATRO – ha dichiarato l’assessore alla Cultura Marta Paraventi – è una scelta davvero lungimirante. Come Amministrazione crediamo in un progetto che unisce cultura, partecipazione e valorizzazione delle professionalità locali. Un grazie sincero a Viva Servizi ed Estra, che affiancano il nostro impegno rendendo possibile la diffusione della cultura nel territorio.”

Ma conosciamo meglio alcuni di questi ragazzi, ai nostri microfoni

Gli altri attori che fanno parte della compagnia sono Anna Bisciari, Sabrina Caliri, Michele Augusto Magni, Arianna Primavera, Luca Quarchioni, Daniele Vagnozzi.

“La nascita della Compagnia dei Giovani -sottolinea il presidente di Marche Teatro Valerio Vico– è un passo importante per dare continuità al lavoro di ricerca e formazione sul territorio. È un segnale forte di fiducia nelle nuove generazioni e nella capacità del teatro di rigenerarsi continuamente attraverso di loro. Il teatro l’arte la cultura deve far parte del nostro tessuto sociale. Per questo il nostro teatro è aperto ai giovani che vengono coinvolti anche attraverso le scuole fino all’università.

Il più entusiasta, neanche a dirlo, il direttore Giuseppe Dipasquale che ha seguito e accompagnato passo passo tutte le fasi della definizione del progetto. Ascoltiamolo

Federica Zandri

Riapre l’ex scuola di Massignano come sede dell’Associazione pedagogica Steiner

Dopo oltre dieci anni di inutilizzo ha ripreso vita la scuola materna di Massignano. L’edifico, di circa 300 mq distribuiti su due piani e con una giardino sul retro, è stato dato dal Comune in locazione agevolata alla  Libera Associazione Pedagogica Rudolf Steiner APS che vi ha trasferito la propria sede dal centro di Ancona e si è fatta carico degli interventi di ripristino.     Risalente agli anni Sessanta, la struttura ha necessitato di lavori di manutenzione del tetto da parte di una ditta,  in virtù di infiltrazioni che si sono riscontrate, e della pulizia delle grondaie.     Gli ambienti interni sono stati riammodernati personalmente dai soci dell’associazione che hanno carteggiato e ridipinto le pareti, alcune delle quali sono state rivestite in legno, e ricoperto i pavimenti con parquet.      Un ambiente al piano terra è stato messo a disposizione della parrocchia per la messa prefestiva, data la temporanea inagibilità della chiesa.

La struttura, che mantiene anche la funzione di seggio elettorale, è stata inaugurata dall’associazione nel mese di ottobre e da subito sono iniziate le attività rivolte ai bambini e alle famiglie, in particolare conferenze e incontri anche in collaborazione con il Parco naturale del Conero nel cui perimetro la frazione di Massignano ricade, e con relatori di varia provenienza. A breve prenderanno vita le attività di tipo pedagogico,  ovvero * laboratori artistici di pittura, modellaggio, lavori manuali, per adulti e bambini; * conferenze ed incontri aperti su temi di pedagogia, apicoltura, medicina naturale, agricoltura biodinamica; * teatrini e racconti di fiabe e gruppi di lettura.

“Tutte le attività promosse dall’Associazione, ultraventicinquennale, che si apre a tutti gli interessati,  – spiegano le storiche educatrici e coordinatrici Ester Donatacci e Daniela Vichi  – si ispirano al pensiero del filosofo e pedagogo austriaco Rudolf Steiner che è alla base della pedagogia Waldorf, dell’agricoltura biodinamica, della medicina antroposofica e di una visione dell’essere umano che contempla la sua parte cognitiva, emotiva e volitiva e una concezione della realtà che coniuga la scienza e la spiritualità; sulla base di questi principi, l’Associazione pone particolare attenzione non solo alla ricerca e alla scelta dei materiali utilizzati nell’ambiente, nell’arredamento e nei laboratori come colori ad acquarello, cera d’api per il disegno, lane naturali, giocattoli realizzati a mano in legno e tessuto, ma soprattutto al come ed a cosa viene portato incontro al bambino nel suo percorso di crescita, favorendo uno sviluppo armonico dei sensi sin dall’infanzia”. 

Per chi desiderasse entrare in contatto con l’’associazione: Telefono 3397732291; E-mail: rudolfsteinerancona@libero.it; Facebook Rudolf Steiner Ancona

FZ

A SEGUIRE LA LOCANDINA CON LA PROGRAMMAZIONE 2025-2026

La Pinacoteca Civica torna a vivere: inaugurazione il 6 dicembre

La città si prepara a riaccendere le luci su uno dei suoi luoghi culturali più significativi. Il 6 dicembre 2025 riaprirà al pubblico la Pinacoteca Civica di Ancona, restituendo alla comunità uno spazio che non è solo museo, ma punto di accoglienza, orientamento e narrazione della storia artistica cittadina e marchigiana. L’annuncio è arrivato dall’assessore alla Cultura Marta Paraventi nel corso di una conferenza che si è svolta il 5 novembre a Palazzo del Popolo, dove è stato presentato anche il ritorno del Premio Marche, di cui Comunicancona ha parlato in questo articolo.

All’incontro erano quindi presenti, insieme con l’assessore Paraventi, anche gli organizzatori del Premio Marche, il presidente Stefano Tonti e la vice Arianna Trifogli con Federica Lazzerini, e gli assessori al Turismo Daniele Berardinelli e all’Istruzione Antonella Andreoli. Unanime la sottolineatura del valore di questa doppia “riapertura” come simbolo di una stagione culturale condivisa e in movimento.

La Pinacoteca riapre dopo anni di lavori finanziati dal PNRR e lo fa con un’idea chiara: diventare un hub dell’arte del territorio, un luogo che guida lo sguardo del visitatore dentro la storia culturale di Ancona e delle Marche. Sin dall’ingresso, il pubblico sarà accolto da una presenza simbolica e identitaria: il bassorilievo raffigurante Ciriaco d’Ancona, il grande umanista e viaggiatore, figura fondante della memoria cittadina. Un omaggio sentito anche alla via in cui la Pinacoteca ha sede, via Pizzecolli, che da lui prende il nome. È come essere accolti da un cittadino illustre che invita alla scoperta della propria casa.

Il piano terra ospiterà quattro sale che raccontano identità, legami e trasformazioni. La sala dedicata a Francesco Podesti sarà ampliata, con opere ricollocate da altre sezioni del museo, per valorizzare ancora di più il pittore anconetano e con lui il profilo storico della città. Accanto a essa troverà spazio una sala dedicata alle opere del Premio Marche, a sottolineare il dialogo vivo tra patrimonio e contemporaneità. Una sala sarà riservata a Valeriano Trubbiani, maestro del fantastico e dell’immaginario poetico scolpito nel metallo, radicato profondamente nella cultura marchigiana. Infine, una sala presenterà opere del Novecento, offrendo un passaggio delicato e necessario tra memoria storica e sguardi più recenti.

Salendo ai piani superiori, si svilupperà il percorso che intreccia le radici della cultura figurativa regionale con quella italiana, attraverso maestri come Tiziano, Carlo Crivelli e Lorenzo Lotto. Proprio le opere del Rinascimento veneto saranno presentate secondo un criterio espositivo più unitario, pensato per far emergere relazioni e rimandi, tra cui la Pala dell’Alabarda, capolavoro di Lotto, che tornerà a essere uno dei poli emotivi del museo. Il tutto all’interno degli spazi dei palazzi Bosdari e Bonomini, collegati dal 2016 da un intervento architettonico che consente una fruizione fluida, luminosa e contemporanea. La nuova Pinacoteca, il cui progetto di allestimento è stato realizzato dall’architetto Carla Lucarelli, sarà valorizzata anche da un nuovo impianto illuminotecnico e da un sistema di didascalie che prevede spazi di approfondimento per le opere di maggiore interesse e anche la trascrizione braille per una fruizione completa e inclusiva delle opere e dei percorsi.

Sabato 6 dicembre l’inaugurazione seguirà un programma itinerante: alle 17, in via Podesti 62, sarà presentato il restauro della targa sulla casa natale di Podesti. Si attraverserà poi la città fino a via Pizzecolli, dove la Pinacoteca aprirà le sue porte dalle 18 alle 21, con ingresso gratuito e accessi regolati a gruppi di massimo 45 persone, per garantire un’esperienza di visita attenta e raccolta. Saranno fornite con successive comunicazioni tutte le informazioni logistiche sul 6 dicembre e sull’organizzazione dei normali orari di apertura, sul costo dei biglietti di ingresso e sulla scontistica applicata.

Durante la conferenza è stato presentato anche il ritorno del Premio Marche, manifestazione storica nata nel 1957 e riconosciuta come una delle più autorevoli piattaforme dell’arte contemporanea nel Centro Italia. L’edizione 2025, la venticinquesima, inaugurerà una nuova formula biennale, frutto della collaborazione tra AMIA e Comune di Ancona. La mostra sarà curata da Elena Pontiggia e Gabriele Simongini per la sezione dedicata al lungo periodo di pausa della manifestazione, e da Giacinto Di Pietrantonio per la sezione dedicata alle ricerche contemporanee, con prestiti provenienti anche dalla Pinacoteca Civica. Una parte del progetto sarà dedicata alla dimensione educativa e alle scuole, per riportare i giovani al centro della fruizione culturale. Oltre all’articolo che Comunicancona ha dedicato a questo prestigioso ritorno, si possono leggere tutte le informazioni sul Premi anche sul sito istituzionale del Comune di Ancona.

Margherita Rinaldi

IL PERSONAGGIO/ Annalisa Trasatti, una guida esperta nella meraviglia e nella storia di Ancona

Educatrice museale, guida turistica, appassionata divulgatrice di arte e storia, attualmente coordinatrice dei servizi del Museo Tattile Statale Omero: la si può incontrare in testa a un gruppo di turisti mentre illustra con la sua energia competente i monumenti di Ancona, o mentre va in giro a Capodimonte dove è considerata un punto di riferimento. Se non conoscete Annalisa Trasatti adesso ve la presentiamo noi.

Allora Annalisa, partiamo da Ancona di cui sei anche cittadina benemerita (ha ricevuto l’attestato di civica benemerenza quest’anno) e che hai indagato in un libro recente: quale credi sia il suo punto di forza rispetto al turismo?

Ritengo che la definizione che più si addice alla nostra città è “la bella sconosciuta”. L’effetto di stupore che riscontro nei turisti è tale da diventare una vera e propria arma vincente. A questo aggiungiamo la bellezza intrinseca della sua morfologia, del mare che appare all’improvviso, dove meno te ne aspetti, la luce ancora “mediterranea” , senza dimenticare la sua scenografica monumentalità.

Quale è il tour più significativo per conoscere la città?

Il cuore di Ankon batte tra il colle Guasco e il Colle Cardeto, dove sono visitabili i resti dell’anfiteatro romano, la Cattedrale, nonché il suggestivo Parco del Cardeto. Da qui a scendere si percorre un vero e proprio viaggio nel tempo lungo l’asse principale, l’ex strada Maestra, ovvero via Pizzecolli dove possiamo incontrare tutte le principali chiese e i palazzi fino al Teatro delle Muse. Immancabile una tappa alla Fontana delle Tredici Cannelle e di lì piazza Cavour

E il tuo luogo del cuore?

Non ho dubbi nel rispondere, ricordo ancora vividamente l’emozione della prima passeggiata a fine lockdown. Sono uscita di casa a piedi per raggiungere l’ingresso del Parco del Cardeto di via Birarelli, per affacciarmi sulla falesia, proprio sotto il Faro Vecchio. Come mi disse una volta una bambina che guidavo con i suoi compagni di classe, in questo luogo: “Maestra ma allora è questo l’infinito!”

Il punto della città o il monumento che desta più meraviglia?

La terrazza a mare del Passetto. Eh si perché il nostro Monumento per antonomasia non è soltanto un Altare della patria, una doppia scalinata e un ascensore, ma è soprattutto un affaccio, un “miradouro” come li chiamano a Lisbona, da dove è impossibile non “spiccare il volo” con la fantasia, e il pensiero va verso il Sud e l’Oriente.

Nella tua attività ti occupi di arte e di multisensorialità: come si sviluppa questo rapporto tra espressione artistica e sensi ? E soprattutto che impatto ha nei giovani e giovanissimi che si accostano al Museo tattile statale Omero per la prima volta?

Lasciamelo sottolineare, ad Ancona c’è l’unico Museo tattile statale al mondo! Non nego che la possibilità e la sfida di lavorare qui, oramai da oltre 20 anni, è stato uno dei motivi che mi ha permesso di restare nella mia città. E’ un vero piacere accogliere tutti i giorni studenti, ma anche ricercatori, operatori museali e docenti che ogni giorno, da tutto il mondo ci contattano e vengono in visita. Nel tempo abbiamo sempre di più sperimentato che l’idea e il sogno di due persone non vedenti (Aldo e Daniela Grassini) di toccare e far toccare l’arte anche alle persone con disabilità visive, è diventato un vero e proprio “regalo” per tutti. Chi non vorrebbe accarezzare tutto ciò che è bello, tutto ciò che si ama? La prossima sfida è coinvolgere in questo approccio multisensoriale tutta la città di Ancona, dalla prima accoglienza, alle strutture ai trasporti.

Nel tempo dei social che macinano informazioni e rendono accessibili le più svariate informazioni, che senso e importanza ha la divulgazione ?

Ritengo che sia necessaria e complementare. Io stessa a volte mi stupisco dell’apprezzamento che riscontro nei partecipanti dei miei tour, spesso dedicati anche a residenti e pensati su temi e approfondimenti ad hoc, in forma anche di giochi interattivi. Io non rinuncerei mai al contatto diretto, al dialogo, allo scambio con persone da cui posso sempre imparare. I canali social sono altrettanto utili, e li curo personalmente, e grazie a questi ( penso soprattutto ad Instagram) Ancona, vanta,oggi, finalmente, un immaginario visivo più ricco e variegato. Alcuni luoghi, scovati e ben valorizzati dagli utenti, sono diventati solo successivamente tappe turistiche. Un esempio su tutti il Belvedere Casanova da cui godere uno dei più bei tramonti dell’Adriatico.

Molti ti chiamano “il sindaco di Capodimonte” Cosa rappresenta per te questo quartiere?

Ogni volta che penso alla fortuna di essere vissuta, appena nata, in una casa- terrazza di via Cialdini affacciata sul porto, capisco il peso che quell’ “imprinting” ha avuto sul mio amore per Ancona. Poi, dai 4 anni, ho abitato nei quartieri nuovi, alle Brecce Bianche, e Capodimonte era sempre un “ritornare”, che fosse per il pranzo della domenica dalla nonna o per un giro alla scoperta della Cittadella o della Sinagoga. Capodimonte è comunque sempre stata – anche – la comunità della Parrocchia di San Giovanni Battista, storicamente francescana, che ha visto nascere la Mensa del Povero e il laboratorio artigianale di Santa Elisabetta. Nonostante i frati non ci siano più da anni lo spirito di accoglienza e generosità permane, nelle attività di volontariato di Nadia Bellelli e Giovanna Cipollari, nei presepi e nella cura del verde del sig. Nando Paciotti, nel coro natalizio della Chiesa. L’esperienza del covid ci ha uniti ancor di più e il gruppo Facebook “Io vivo a Capodimonte” che ho aperto nel 2010, appena tornata residente, durante il lock down si è vivacizzato in maniera inaspettata. Dal 2021 in poi si sono susseguite cene di quartiere, tour guidati e concertini con residenti ed amici di tutte le età. Ed è proprio recente la bella notizia che in occasione della riapertura della Pinacoteca Civica, verrà restaurata la lapide sulla facciata della casa natale di Francesco Podesti, sull’omonima via. Insomma la storia di Ancona non passa solo dal colle Guasco, tutt’altro, fino al 1797 l’ingresso via terra della città era proprio Porta Capodimonte, l’attuale Largo Casanova. Tutto è relativo, dipende dal punto di vista… e questo Ancona ce lo insegna quotidianamente!