IL PERSONAGGIO/ Arianna Trifogli: Connessioni, per immergere l’arte nella città


Una chiave interessante, non solo per raccontare la cultura, ma per calarla concretamente nel tessuto della società, è quella di riuscire a “creare connessioni, vedere come un progetto riesca a parlare non solo attraverso le opere ma attraverso le energie che mette in circolo nella comunità”. Competenza sui contenuti, conoscenza profonda dei contesti, curiosità e piacere di costruire: sono queste le basi del lavoro di Arianna Trifogli, che in una lunga intervista, ricca di spunti, ripercorre molti temi significativi, profondamente radicati sia nel percorso culturale della città di Ancona sia nella propria crescita professionale. Nel corso degli anni, Arianna Trifogli ha costruito un itinerario che attraversa discipline e luoghi diversi, mantenendo però un filo conduttore saldo: la convinzione che la cultura sia un modo concreto di agire sul presente.

Dopo gli studi in archeologia e le prime esperienze negli scavi internazionali, ha cominciato a occuparsi di organizzazione e curatela di mostre, collaborando, tra gli altri, con la Galleria d’Arte Puccini e, più recentemente, con l’Istituto Autonomo Villa Adriana e Villa d’Este, dove segue progetti che mettono in dialogo archeologia, linguaggi contemporanei e narrazioni del territorio. Parallelamente, ha sviluppato iniziative culturali legate alla città di Ancona e all’associazione intitolata a suo padre, Alfredo Trifogli, il “sindaco del terremoto” del 1972, dedicandosi a incontri, convegni e momenti di approfondimento che intrecciano memoria e prospettiva. Il 2025 segna poi un passaggio importante: il ritorno ad Ancona del Premio Marche, ideato nel 1957 dal sindaco Trifogli. Proprio nei giorni scorsi è stata inaugurata la nuova edizione, che torna ad Ancona con la mostra Erratica, alla cui organizzazione e curatela Arianna Trifogli ha contribuito in modo decisivo, insieme con Stefano Tonti, con un progetto che riavvicina la città a una storia artistica che le appartiene e che trova in lei una figura capace di garantirne la continuità, anche attraverso quel legame familiare che chiude la trama del suo impegno.


Arianna

Partiamo da lei: laureata in archeologia e culture del mondo antico. Cosa l’ha spinta a scegliere questo percorso?
Ho amato l’archeologia fin da bambina. Rimasi folgorata durante il mio primo viaggio in Grecia con la mia famiglia, a 8 anni: dall’Acropoli di Atene a Delfi, da Micene fino al Palazzo di Cnosso a Creta. Ricordo che, mentre ammiravo quei monumenti imponenti, il mio sguardo scendeva sempre a terra, alla ricerca di qualcosa di nascosto, di un frammento che potesse raccontare ancora una storia. Ero affascinata dall’idea che il passato potesse parlare, se solo fossimo stati disposti ad ascoltarlo.
Per me l’archeologia è questo: un dialogo silenzioso con chi ci ha preceduto, un modo per capire come nascono le culture, come si trasformano e quali tracce lasciano dietro di sé. Ho scelto questo percorso perché sentivo il bisogno di andare all’origine delle cose, di comprendere ciò che c’è “sotto” – in senso letterale e metaforico. All’università ho avuto poi la fortuna di poter coltivare davvero questo desiderio, partecipando a scavi in grandi siti come Ostia antica e Cirene, in Libia.

Guardando al presente, in che modo la sua formazione archeologica influenza il modo in cui osserva e cura l’arte contemporanea?
L’archeologia mi ha insegnato a dare valore ai contesti, ai dettagli e soprattutto alle storie che gli oggetti portano con sé. Questo approccio lo ritrovo ogni volta che lavoro con opere contemporanee: non le vedo mai solo come forme o gesti creativi isolati, ma come frammenti di un discorso più ampio. Mi interessa capire cosa dicono del nostro tempo, come si inseriscono nella storia, quali domande generano.
In un certo senso, continuo a “scavare”, solo che oggi il terreno è il presente. Questo approccio mi è stato estremamente utile e si riflette pienamente nel mio attuale ruolo di consulente per l’ufficio mostre di Villa Adriana e Villa d’Este a Tivoli, dove mi occupo dell’organizzazione di esposizioni che spaziano dall’archeologia al contemporaneo.

Nel suo ruolo di curatrice di una mostra importante per la città ma certamente anche per lei personalmente, qual è la parte del lavoro che la appassiona di più?
La fase che amo di più è quella dell’intuizione che diventa relazione: quando un’idea iniziale comincia a incontrare gli artisti, gli spazi, le persone, e prende forma in modi che spesso sorprendono anche me. Mi entusiasma creare connessioni, vedere come un progetto riesca a parlare non solo attraverso le opere ma attraverso le energie che mette in circolo nella comunità.

Se dovesse spiegare a qualcuno cos’è per lei “fare arte” o “creare cultura”, quali parole userebbe?
Per me “fare arte” significa aprire possibilità: dare forma a pensieri, emozioni e visioni che altrimenti resterebbero invisibili. “Creare cultura” è un gesto condiviso: è costruire un linguaggio comune, generare dialogo, offrire occasioni per rivedere ciò che diamo per scontato. Arte e cultura sono modi per tenere viva la nostra capacità di immaginare.

E guardando al futuro: ha qualche sogno o progetto legato ad Ancona?
Mi piacerebbe contribuire a rafforzare il legame tra la città e il suo patrimonio artistico, creando percorsi che coinvolgano sia chi vive ad Ancona sia chi la scopre per la prima volta. Sogno una città in cui l’arte non sia percepita come qualcosa “in più”, ma come un modo naturale di abitare i luoghi. E mi piacerebbe lavorare a un progetto che unisca la memoria antica del territorio con le visioni degli artisti contemporanei, per raccontare Ancona come una città che attraversa il tempo senza mai smettere di trasformarsi.


La città, presente e memoria

E’ cresciuta ad Ancona: che rapporto ha oggi con la città?
Il mio rapporto con Ancona oggi è fatto di un forte sentimento di appartenenza che si è trasformato nel tempo. Da ragazza la vivevo come una città da cui partire, una sorta di punto di appoggio da cui guardare altrove. Crescendo, invece, ho iniziato a riconoscerla come un luogo che continua a parlarmi, anche quando non ci vivo stabilmente: ogni ritorno è un’occasione per ritrovarne i ritmi, la luce, i silenzi e quella dimensione umana che la rende unica. È una città che porto dentro, più di quanto mi aspettassi.

C’è qualche luogo in particolare che sente più suo, che la lega alla memoria familiare o alla sua formazione?
Sì, c’è un luogo in particolare a cui sono profondamente legata: Piazza Stracca. È una delle piazze più suggestive del centro storico di Ancona e per me è sempre stata un concentrato di memorie familiari e formative. Mi riporta immediatamente alle lunghe passeggiate con mio padre, quando da bambina lo accompagnavo nei suoi spostamenti tra gli edifici simbolo della vita culturale e civica della città.
Da un lato c’è Palazzo degli Anziani, all’epoca di mio padre sede comunale e poi della Facoltà di Economia e Commercio da lui fondata; dall’altro la Chiesa del Gesù, il magnifico edificio vanvitelliano in cui mio padre organizzò la prima grande retrospettiva dedicata a Corrado Cagli dopo la sua morte, un tributo affettuoso all’amico artista.
E poi Palazzo Baldi, allora sede dell’Accademia di Scienze, Lettere ed Arti, che mio padre presiedette per molti anni. Per me era un luogo quasi magico: trascorrevo lì interi pomeriggi, seduta in quella che ai miei occhi di bambina era una sala convegni immensa, circondata da libri e volumi antichi.

Alfredo Trifogli è ricordato come “il sindaco del terremoto” del 1972. Che ricordi familiari ha di quel periodo e di come lui lo ha affrontato?
Mio padre non ha mai raccontato molto in famiglia del periodo del terremoto. Era una persona riservata, e ricordo bene me e le mie sorelle che cercavamo di fargli domande, senza però ottenere più di qualche sorriso accennato o una frase breve.
Ciò che so davvero di quel periodo l’ho appreso soprattutto attraverso le testimonianze degli altri: persone che lo hanno affiancato, cittadini che hanno vissuto quei giorni difficili, racconti che ancora oggi emergono con una forte carica emotiva. Tutti parlano del suo senso del dovere, della lucidità con cui ha affrontato l’emergenza e della determinazione nel mettere il bene della città e dei cittadini davanti a tutto. Per me è sempre stato un esempio di come un ruolo pubblico possa diventare una missione personale, fatta di presenza, ascolto e scelte difficili.


La Mostra Erratica

Quest’anno il Premio Marche, fondato da suo padre, torna ad Ancona. Che significato ha per lei vedere questo progetto rinascere proprio qui?
Per me ha un valore profondamente simbolico. Vedere il Premio Marche tornare ad Ancona significa riportare nella città un pezzo importante della sua storia culturale, ma anche restituire continuità a un progetto che mio padre aveva immaginato come un ponte tra le Marche e la scena artistica contemporanea.
La sua rinascita qui, dove tutto ha avuto origine, è un po’ come chiudere e riaprire allo stesso tempo un cerchio: da un lato il ricordo, dall’altro una nuova energia che guarda al futuro. È un’emozione che intreccia dimensione professionale e personale, memoria e responsabilità.

Mentre lavora a questo Premio, che quest’anno si sostanzia con la mostra Erratica, le capita di ritrovare un po’ del modo di pensare o di vedere il mondo di suo padre?
Sì, spesso. Non tanto in cose esplicite, quanto in un modo di intendere l’arte come spazio di relazione e di servizio alla comunità. Mio padre aveva un senso molto forte del ruolo pubblico della cultura: per lui un progetto espositivo non era mai solo un evento, ma un’occasione per far crescere la città, per aprirla a linguaggi e visioni nuove.
Mentre lavoro al Premio Marche mi accorgo di portare dentro di me la stessa attenzione al dialogo, alla cura dei contesti, alla responsabilità di costruire ponti. È come se una parte del suo sguardo continuasse ad accompagnarmi, in modo discreto ma presente.

Oggi, come descriverebbe l’identità della mostra Erratica? E cosa pensa sia rimasto dello spirito originario con cui era nato il Premio Marche?
Erratica oggi è una piattaforma aperta che unisce ricerca, pluralità di linguaggi e attenzione al territorio. Ha un’identità mobile, come suggerisce il nome: è una mostra che attraversa, che connette, che si permette di sostare in luoghi diversi mantenendo però un nucleo riconoscibile.
Dello spirito originario è rimasta la tensione verso la qualità, la volontà di raccontare la vitalità dell’arte marchigiana nel dialogo con una scena più ampia, e soprattutto l’idea che la cultura debba essere un motore civile. Questo principio, che era alla base del Premio Marche, continua a orientare anche questa nuova fase: sostenere gli artisti, dare loro visibilità, far emergere ciò che si muove sotto la superficie del presente.

Che tipo di dialogo si crea tra la città, gli artisti e il pubblico attraverso Erratica?
Erratica crea un dialogo che, idealmente, scorre in entrambe le direzioni. Per la città è un’occasione per riattivare luoghi, per mettersi in ascolto dell’immaginario contemporaneo e per riconoscersi in nuove narrazioni. Per gli artisti è un invito a misurarsi con un territorio ricco di storia e stratificazioni, e spesso nascono connessioni inaspettate tra il loro lavoro e l’identità di Ancona.
Per il pubblico, infine, Erratica diventa un’esperienza di incontro: non soltanto con le opere, ma con le domande che esse sollevano. È uno spazio dove si può osservare, ma anche interrogarsi e partecipare; un luogo in cui la città si apre e si lascia trasformare dallo sguardo degli artisti.

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