E’ in dirittura di arrivo la stesura del suo nuovo romanzo – ne ha scritti una decina, particolarmente da quando è “a riposo”, si fa per dire – che ha un titolo femminile plurale e una copertina molto accattivante, ma lasciamo ai lettori la sorpresa. L’ultimo libro dato alle stampe, “L’errore” (2023) , è ambientato ad Ancona, città dove ha scelto già quasi trent’anni fa di abitare con la moglie Catia e i due figli, dopo avere girato l’Italia in lungo e in largo per via della sua importante carriera di dirigente della Polizia di Stato. Un percorso, quello vissuto da Piernicola Silvis, dinamico, articolato, denso di sfide e di soddisfazioni, contrassegnato da uno sguardo attento alla realtà e alle dinamiche psicologiche e comportamentali, che si è concluso a Foggia, la sua città di origine, con l’incarico di Questore.
Lo incontriamo presso la libreria Fogola dove negli anni sono stati presentati alcuni dei suoi romanzi:
Partiamo dall’inizio: nato a Foggia, voleva fare il poliziotto, l’avvocato o… lo scrittore?
Inizialmente pensavo di seguire le orme paterne, da figlio di un avvocato titolare di uno studio avviato, ma poi ho cambiato idea. Gli anni di università, parliamo degli anni Settanta, sono stati segnati dagli attacchi delle Brigate rosse, da innumerevoli stragi. Tutto questo ha inciso profondamente sulla mia formazione, avvertivo l’urgenza di fare la mia parte per tutelare la società. E allora, dopo la laurea -era il 1978, l’anno dell’uccisione di Aldo Moro- e una breve parentesi nello studio paterno, ho deciso di concentrarmi nei concorsi per la Magistratura e per la Polizia di Stato (Commissario): superato il secondo in prima battuta ho iniziato questo percorso e guardando indietro non me ne pento. E’ stata una vita bellissima.
Nella sua lunga carriera la lotta al crimine organizzato è stata una costante. L’operazione più clamorosa cui ha partecipato ha portato alla cattura del numero due di Cosa Nostra, Giuseppe Madonia. Questa vicenda ha ispirato un suo libro?
Sì, “L’ultimo indizio”, era il settembre 1992, un altro anno che ha lasciato il segno con le stragi di Falcone e Borsellino e le loro scorte. Nel racconto si intreccia la cronologia dei fatti con una storia personale. Per quanto riguarda la parte “storica”, lo feci doverosamente leggere per primo ad Antonio Manganelli, che sarebbe diventato capo della Polizia. Lui aveva partecipato all’operazione e una verifica era d’obbligo. Con quel romanzo a dire il vero ho avuto un grossa difficoltà: come descrivere un personaggio come Madonia, co-imputato nelle stragi di Falcone e Borsellino e vice di Toto Riina? Fino a quel momento non c’erano stati arresti eccellenti, non avevamo esperienza e ci aspettavamo di trovarci davanti un personaggio dall’aspetto sanguinario, invece Madonia non dava quell’impressione, era quieto. Non fece una piega durante il viaggio, carico di tensione, con le volanti che procedevano da Vicenza a Roma a sirene spiegate. Ho trovato un escamotage: non definirlo, non aggettivarlo in alcun modo.
Della mafia parla anche in un saggio recente, del 1993, “Capire la Mafia, Quali sono e come funzionano le grandi organizzazioni mafiose”. Cosa c’è da capire ancora della mafia?
Avevo partecipato a un Master in qualità di docente di criminalità organizzata e il Rettore della Luiss, mio lettore, mi garantì la pubblicazione di un saggio sul tema. Mi spiego, da una analisi di tutte le organizzazioni mafiose italiane e anche di quelle straniere, emerge un dato importante, e cioè che quello che conta per gli associati non è il denaro, ma il potere, il fare parte di una organizzazione potente che si può sostituire alla classe politica e può addirittura darle ordini. Vogliono il comando. Il panorama attuale? La ‘ndrangheta, tra le organizzazioni di stampo mafioso, attualmente è la più potente del mondo. Ha scalzato Cosa Nostra nel 1992 perché, dopo le stragi che sappiamo, lo Stato intervenne in maniera forte. Approfittando della vulnerabilità della mafia siciliana, subentrò quella calabrese, smise di fare i sequestri di persona e con i soldi estorti in precedenza cominciò a mandare i broker in Colombia e in Messico e, da allora, a invadere l’Europa di cocaina,
Quale piega hanno preso negli anni le organizzazioni di questo tipo? Il parametro è sempre lo stesso, additato da Falcone, e poi dalla FBI, ovvero “Follow the Money”?
Esatto, le organizzazioni di stampo mafioso si evolvono con la società, si stanno orientando su diversi e sempre nuovi profitti. Tuttavia il traffico di sostanze stupefacenti resta sempre il principale,
Venendo ai romanzi, il protagonista di una fortunata Trilogia è un commissario che è piaciuto molto ai lettori, il suo nome è Renzo Bruni: come è stato costruito questo personaggio?
Ero Questore a Oristano e pensavo in quel periodo che molti scrivono di poliziotti, facendo strafalcioni perchè non conoscono l’ambiente . Tra quelli che scrivono con una reale esperienza alle spalle siamo pochissimi: Carofiglio, De Cataldo, Giuttari e il sottoscritto e allora mi sono inventato un collega, ispirandomi a Michael Connelly che ha inventato un personaggio della squadra omicidi di Los Angeles . Ho pensato di portare questo personaggio in Italia, un bergamasco che vive a Roma e “Formicae” fu il primo romanzo della serie che piacque molto all’editore SEM e lo volle pubblicare, poi non feci l’errore di non dare un seguito, come per “Un assassino qualunque”, e con Bruni proseguii la serie con “La Lupa”, “Gli illegali”- che vinse due premi, tra i quali la Selezione Bancarella, e poi “La pioggia” che a mio parere è un romanzo molto accattivante. Nelle sue settecento e passa pagine racconta lo scontro tra la ‘ndrangheta e lo Stato, purtroppo è stato poco promosso.
In “Storia di una figlia” si cambia registro, lei affronta il tema della ricerca della verità, anche attraverso il suggestivo strumento dell’ipnosi regressiva mentre sullo sfondo si affaccia l’incubo del Nazismo
Si, sono uno studioso del fenomeno del Nazismo, mi sono sempre chiesto come abbia fatto un popolo civile a fare quello che ha fatto, di una violenza e di una spietatezza indicibili. Non volevo scrivere della shoah, però, perché è un argomento che è stato già molto trattato, bensì delle stragi naziste in Italia. Mio padre ci raccontava di avere fatto il soldato durante la II Guerra Mondiale e di essere stato prigioniero in Germania in una fabbrica di birra. Ad un certo punto mi sono chiesto: e se invece mio padre, poniamo il caso, fosse stato un collaborazionista? Tentai di fare ricerche ma trovai le porte chiuse al Ministero e solo più tardi, da Questore riuscii a sapere che aveva detto la verità. Ma continuai a chiedermi come avrebbe potuto un figlio venire a sapere un fatto come questo: l’unica possibilità era la memoria genetica. Nel romanzo la protagonista si presta al trattamento dell’ipnosi regressiva, attraverso la quale si riesce a regredire non solo all’infanzia ma anche agli avi, e approda ad una scoperta sconvolgente. Nelle ultime righe si chiuderà il cerchio. La memoria genetica è uno degli argomenti che mi affascinano e che ho già trattato in “Un assassino qualunque”. Ho sempre pensato che se si trasmettono i neuroni, anche la memoria che è contenuta nelle sinapsi si trasmette nelle generazioni seguenti. Ho studiato parecchio queste dinamiche, scientificamente possibili, ma non esiste un riscontro empirico. Quanto al richiamo storico, ho voluto legare “Storia di una figlia “ad un fatto atroce che mi ha sconvolto, la strage di Sant’Anna di Stazzema, dove i nazisti hanno trucidato centinaia e centinaia di donne e bambini indifesi, come cani. Si salvò solo una bambina. Ero stato invitato a presentare il libro a Sant’Anna, ma purtroppo il Covid mandò all’aria il programma.
Ad Ancona come è approdato?
Dopo un incarico svolto a Vicenza, nei nostri frequenti viaggi di rientro in Puglia con mia moglie, lungo l’autostrada A14 abbiamo notato questa città adagiata sul golfo, circondata da un mare splendido. Abbiamo allora pensato di raggiungere il centro e –ricordo- ci siamo presi un caffè in piazza Roma. Seguirono poi altri incarichi a Vasto e quindi alla Questura di Verona, e intanto restava il desiderio di avvicinarsi, Nel 1996 c’è stata la possibilità per mia moglie di essere trasferita alla Banca d’Italia e per me al Commissariato di Osimo. Così è andata. Abbiamo preso in affitto una casa in Via Piave e più avanti l’abbiamo acquistata in centro.
L’impatto con questa città?
Non è stato difficile, ero stato al nord, al sud in più sedi, a Roma, perfino in Sardegna, ero abituato a registri e abitudini molto diversi. La sera, ad esempio: a Foggia si fa tardi, qui un po’ meno, a Vicenza a fine pomeriggio non vedi più nessuno in giro. Ancona è veramente l’epicentro dell’Italia, è assolutamente baricentrica: in quattro ore sei a Bari, in quattro o poco più a Milano o Torino, a Roma anche meno. Lo è anche sotto il profilo socio-culturale; dico sempre che ad Ancona si trovano i pregi dei meridionali e dei settentrionali, ma senza i difetti. E’ così!
Davvero un grande complimento.
E’ la verità, è una città in forte crescita, abitando in centro mi accorgo di un via vai di visitatori, di persone anche dall’estero, incuriosite e interessate alla Storia e al patrimonio cittadino. Il panorama che si scorge lungo la discesa dal Duomo e il percorso dal Porto a Passetto sono davvero bellissimi. A proposito, mi auguro davvero che venga scelta quale Capitale della Cultura Italiana 2028, le premesse ci sono tutte. Un numero crescente di produzioni televisive e cinematografiche l’hanno scelta per le sue caratteristiche e per la sua accoglienza.
Allora il suo ultimo romanzo, “L’errore”, non l’ha ambientato qui assecondando la visione del regista Moretti che cercava una città anonima per ambientare il suo film “La stanza del figlio”?
No, assolutamente no, Mi ha fatto davvero piacere legare questa nuova storia che ho costruito alla città di Ancona, che amo, che ci ha accolto, dove sono cresciuti i miei figli. E’ una città tranquilla, sicura, che merita attenzione e riconoscimento- ripeto il concetto- e desideravo contribuire ad amplificarne la conoscenza. Allo stesso tempo ci tenevo che facesse da sfondo a temi importanti, la violenza psicologica e l’ urgenza della tutela e della salvaguardia delle donne vittime di violenza. Il protagonista è operativo presso il Centro Antiviolenza, che in questa città è una realtà solida, operativa da molti anni. Un regista napoletano, Stefano Incerti, mi chiese i diritti per farne un film, lo ho segnalato anche a Marche Commission, sarebbe stato interessante, ma poi non si è trovato il produttore. Ancora ci spero.
Questo cenno cade a proposito visto che siamo novembre, nel mese delle iniziative di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne (il 25 è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le Donne, ndr), quale è la sua opinione sui femminicidi e sulla violenza di genere?
Le leggi ci sono, è un discorso complesso, personalmente ho conosciuto donne maltrattate dai mariti che non se la sentivano di denunciare, per varie ragioni. Chiaramente è un fenomeno culturale, con deviazioni e implicazioni ataviche. Adesso ci sono anche i social che hanno ampliato il range delle violenze, e le alimentano. Il Questore ha il provvedimento dell’ammonimento, personalmente ne ho emessi diversi nel tempo, e spesso funziona perchè blocca l’istinto ferino del maschio, ma a volte non basta. Nel quadro europeo- non che sia di consolazione- l’Italia peraltro è nella parte bassa di una triste classifica dei femminicidi, nella gran parte del mondo le uccisioni di donne e ragazze sono all’ordine del giorno. E’ un quadro complicato, sono convinto anche io, come molti, che bisogna ripartire dall’educazione, dalla scuola e prima ancora dalla famiglia. Quando un bambino vede un padre che attacca la madre, interiorizza quel modello, purtroppo è inevitabile. E c’è altro: nel mio romanzo al quale sto lavorando e che pubblicherò per la prima volta in autonomia, ormai ne ho le competenze, riferisco di organizzazioni di uomini uniti nell’odio contro le donne, quali la Manosfera, gli INCEL, che fanno veramente rabbrividire. Gente frustrata, molto pericolosa. Un padre oggi ha di che preoccuparsi. E con lui l’intera società.
Federica Zandri






















































