Accade che in un giorno di aprile vedi una locandina appesa al portone di una casa del centro, in via Cadorna numero 4, precisamente. La locandina recita più o meno così: Casa nostra – housing in Italy, fotografie di Massimo Baldini. Sullo sfondo un palazzone, di quelli che ci sono familiari, perché per vederli basta spostarsi sulla costa adriatica, appena più a sud di Ancona e, di fronte al palazzone, una casa cantoniera.
L’appuntamento è per il 12 aprile, per il vernissage. Il luogo è un appartamento di quel palazzo di via Cadorna, che solo qualche mese fa era uno spazio pieno di passato e impastato di anconetanità, tra porte e soffitti liberty, corridoi e mobili antichi. Massimo Baldini, il fotografo di origini anconetane ma bolognese da molti anni che espone le sue opere in mostra, lo ha acquistato e ristrutturato, riuscendo a conservare però quell’atmosfera tipica delle case del Viale e dintorni, incorniciando quadri naturali con le finestre che racchiudono pezzi di paesaggio anconetano, e allestendo le pareti della zona giorno con la sua ultima mostra, dedicata ai modi italiani dell’abitare, ma anche ai modi, come scrive lui stesso nel catalogo, “in cui gli abitanti della penisola cercano, e trovano, la propria felicità”.
Il giorno dell’inaugurazione sali le scale del palazzo e timidamente suoni alla porta, perché non è proprio usuale per Ancona entrare in una casa privata per vedere una mostra. Sei il visitatore numero tre, ma, tempo mezz’ora, la casa si riempie. Tante persone seguono con curiosità, con interesse, le spiegazioni di Massimo. Molti hanno in mano una macchina fotografica. Lo vedi subito che in città la voce è girata. Grazie alla locandina che sicuramente ha incuriosito, ma anche per la discreta ma efficace comunicazione social, che presenta Theia, la nuova – e forse la prima – home gallery anconetana, il cui nome è un omaggio alla dea greca della visione.
La mostra si è chiusa il 4 maggio e ora la home gallery è pronta per ospitare nuove esposizioni, anche di altri artisti. Housing in Italy ha registrato una media di 20-25 persone al giorno. “E soprattutto – afferma Baldini – una cosa che mi ha piacevolmente colpito è che ci sono stati molti giovani. Sono giovani curiosi, interessati, spesso anche competenti, assolutamente non sprovveduti. Quindi non è vero che tutti i giovani sono apatici e che passano la vita attaccati ai social media. Il fatto che ci sia questa vivacità di interessi e questa voglia di partecipare, di essere protagonisti, mi sembra molto incoraggiante per il futuro. Sono venuti giovani che lavorano, studenti, famiglie giovanissime con bambini… A Bologna non lo so se avrei avuto la stessa risposta. Naturalmente Bologna ha un bacino di potenziali visitatori molto più ampio, però nello stesso tempo è più estesa anche l’offerta, quindi c’è più dispersione. E poi questa cosa della home gallery secondo me ha funzionato meglio qui. Ho parlato con tanti che poi dopo si passavano la voce, quindi è stata una specie di rete che si allargava. Abbiamo avuto, tra l’altro, molte persone interessate di fotografia che conoscono molto meglio di me l’ambiente anconetano. Alcuni mi hanno anche chiesto di partecipare a una collettiva, alla quale sto lavorando”.
Massimo Baldini oggi ha scelto la fotografia come sua occupazione principale. E’ un sociologo, nato ad Ancona, dove è rimasto fino al termine delle superiori. Poi si è laureato a Firenze, dove ha condiviso casa ed esperienze con gli amici anconetani, di scuola e di compagnia. Al termine dell’Università lui si è fermato lì, per cominciare un percorso lavorativo che lo ha portato a insegnare a Monaco, a passare un periodo piuttosto lungo negli Stati Uniti e poi a tornare in Italia, a Bologna, dove è stato traduttore per Il Mulino, la società editrice per la quale ha lavorato per 15 anni, diventando nel tempo caporedattore nella sezione dedicata alle traduzioni e infine editor di scienze sociali. Una vita e un lavoro vissuti a ritmi intensi, che lo hanno portato a non frequentare più Ancona con molta assiduità. Quando poi i ritmi lavorativi lo hanno consentito “sono tornato ad Ancona – racconta Baldini – dopo un periodo lungo. E nel frattempo ho anche abbracciato questa attività di fotografo. Io – spiega – sono appassionato di fotografia fin da quando ero ragazzo. La mia prima macchina fotografica l’ho avuta ai tempi del liceo. Era una Pentax MX. Ce l’ho ancora, mi è cara, però poi dopo per un lungo periodo non ho fatto molte fotografie perché appunto c’era il lavoro e non c’era tanto tempo. Quando ho deciso di dedicarmi di più a questa passione, di diventare, possibilmente, bravo, nel 2014 mi sono dimesso dal Mulino, con cui ho continuato a collaborare dall’esterno, seguendo alcuni progetti, curando alcuni libri, soprattutto manuali di sociologia”.
E’ del 2017 la prima mostra di Massimo Baldini, il cui portfolio è consultabile al link www.massimobadini.net. “Sono foto dall’Italia, a quell’epoca fotografavo in bianco e nero, facendo street photography. E in queste foto ci sono molte persone, cosa che adesso è completamente cambiata. Nelle foto che faccio adesso le persone non ci sono più”. Sono poi seguite una mostra a Bologna sui piccoli musei poco conosciuti, sempre in bianco e nero, altri lavori e un libro nel 2019: “Gli Italiani”, realizzato ispirandosi a Robert Frank, il fotografo di origine svizzera, poi trapiantato negli Stati Uniti e che alla metà degli anni 50 pubblicò il libro «The Americans», entrato poi nella storia della fotografia. “Fu – spiega Baldini – un libro controverso, le cui fotografie contraddicevano completamente il sogno americano. Le prime edizioni di questo libro avevano fotografie affiancate da testi di vari tipi, soprattutto letterari, ma anche teatrali, cinematografici, pezzi di giornalismo, di saggi. E allora io ho pensato di rifare la stessa cosa con questo libro qui: il titolo è lo stesso, trasposto, c’è lo stesso numero di fotografie, sono 83, ed è riproposta la formula dell’accoppiata testo-immagine. I miei testi sono presi dalla letteratura italiana. Mi sono fatto aiutare: li ha scelti l’italianista Claudio Giunta”.
La svolta che dialoga con Ghirri: Dopo la lunga pausa del Covid – prosegue il fotografo – “ho avuto modo di sperimentare qualcosa di nuovo. A un certo punto uno sente il bisogno di azzerare, di resettare tutto e provare a fare un’altra cosa, magari completamente diversa, ed è stato un po’ il mio caso. All’inizio era un gioco, così una sperimentazione, ho voluto vedere cosa succedeva se provavo a fare delle foto a colori. Pensavo che avrei continuato a usare il bianco e il nero per sempre, mi piaceva molto, trovavo che le foto venissero un po’ più astratte, un po’ più intense. Però poi invece ho detto adesso provo, vediamo cosa succede, e ho visto che i risultati erano interessanti, che mi piaceva, e quindi sono ripartito con un modo di lavorare nuovo.
Anche in questo caso mi sono ispirato a qualcuno. A me piace fare questo tipo di esperienza, vedo che funziona, che per me è fonte di ispirazione. In questo caso parliamo di Luigi Ghirri (anche se nelle foto di Baldini il cielo diventa completamente bianco, per incanalare tutta l’attenzione sull’oggetto della foto, n.d.r.). Il nuovo progetto, che si chiama Italia Revisited, da cui nasce la mostra di Ancona, l’ho concepito pensando al Viaggio in Italia di Ghirri. Quel libro ha completamente cambiato la fotografia di paesaggio in Italia, superando il modello Alinari. Ghirri e il suo gruppo hanno fatto una cosa completamente diversa: hanno cominciato a fotografare il campetto di calcio, la linea ferroviaria, lo scorcio… Quindi io ho pensato a quel libro lì. Ci ho pensato con un po’ di anticipo per la verità, perché le prime foto dell’archivio di Italia Revisited, che adesso contiene più di mille scatti, sono del 2014. Per me non è una questione di imitazione, ma piuttosto di dialogo, di vedere se è possibile seguire quel modello che comunque è molto interessante e stimolante e nello stesso tempo però fare qualcosa di nuovo”.
Quel progetto nel 2022 è diventato una mostra, “anzi – dice – nelle mie intenzioni sarebbe un primo episodio, una prima puntata. Vorrei farne almeno un’altra. Perché non tutte le mie mille e passa fotografie andranno a finire in una mostra, in un catalogo. Ovviamente è impossibile, forse non tutte sono meritevoli o almeno non quanto altre. Insomma, sceglierò le migliori. Anche qui c’è lo stesso numero di foto che c’è nel Viaggio in Italia. Questo però, essendo un lavoro sul paesaggio, contiene tutti gli elementi del paesaggio, quindi ci sono case, ma anche molti edifici pubblici, bar, ristoranti, negozi, hotel, ci sono piazze, stazioni, rotatorie. Ho cercato di mettere tutte le componenti del paesaggio, anche capannoni, silos, stabilimenti industriali. Ci sono perché si trovano nel paesaggio italiano. Quindi l’Italia che esce da questo lavoro è recente, contemporanea. Ho cercato di mostrare, come sociologo, la cifra del paesaggio italiano che è data dalla commistione ormai inestricabile tra elementi molto eterogenei tra loro”.
Ancona: C’è, poi, anche un po’ di Ancona nell’ultima mostra di Baldini: il palazzo delle tre Palle di via De Bosis, il liberty delle abitazioni a un incrocio di corso Amendola, una casa vicino allo scalone Nappi. Ma bisogna guardare attentamente queste foto per riconoscere il luogo, perché l’occhio del fotografo è catturato più dal particolare che dall’intero: una piccola ceramica vicino all’entrata, una madonnina del duomo tra due finestre, un semaforo lampeggiante che pende dai fili dell’elettricità e che molti neanche notano quando passano lungo la via.
Ma come ha trovato Ancona Massimo Baldini, essendoci tornato dopo tanto tempo? “Adesso, ovviamente, è cambiata. La città che avevo in mente io prima di andare in giro per il mondo era diversa. Ci sono intere parti che neppure conosco bene, nuovi quartieri residenziali. E poi la parte della Marina Dorica, interessante dal punto di vista fotografico. Sicuramente ci sono stati dei cambiamenti anche importanti, ma soprattutto forse è cambiato il mio atteggiamento. Quando me ne sono andato pensavo che fosse una città di provincia addormentata, avevo voglia di andare, volevo scappare, un po’. Adesso invece ho scoperto, anche con sorpresa, di avere un legame affettivo profondo con Ancona. C’è un senso di appartenenza che evidentemente nonostante tutto non si è spento, non si è affievolito, anzi si è riacceso. Mi piace molto starci, mi piace anche questa scelta della casa. L’ho fatta perché ho scoperto che questo appartamento si prestava molto bene per fare una gallery. L’ho scelto perché mi piaceva molto lo stile, un po’ vintage, con queste caratteristiche che le case che si fanno ora non hanno più. Ma l’ho scelto anche per la zona, perché qui basta uscire e c’è tutto. E’ molto bella, faccio passeggiate lunghissime, al parco del Cardeto, al Duomo, al Porto, al Passetto. E’ un grande piacere. E poi è una parte della città molto vivace: c’è la gente. Io mi sveglio la mattina, magari delle volte è l’alba e non è ancora giorno, ma guardo fuori e c’è gente che passa per il Viale. E così la sera fino a tardi: ci sono locali, ci sono posti dove andare, ci sono ristoranti, che sto scoprendo uno dopo l’altro”.
E c’è anche un’altra idea che nasce da questo ritorno: una mostra con foto di Ancona. Ce ne sono molte nella collezione di Baldini. E lui è già al lavoro per questo nuovo progetto.
Margherita Rinaldi







