Estrae colori da piante e raguse, come secoli fa, con le stesse tecniche artigianali talentuose, nella sua bottega nel centro storico anconetano. E ci racconta, in particolare, della storia del guado (Isatis Tinctoria), noto con il nome di pianta blu, che veniva esportato fin dal 1200 dal porto di Ancona. A farci scoprire la storia di questa pianta originaria del Caucaso, presente in Europa sin dalla Preistoria divenendo una risorsa economica primaria in molti territori, è Massimo Baldini, fondatore di Tintúra.
“Il guado, nonostante non sia oggi molto conosciuto – ci racconta – è stato famosissimo dal Medioevo in poi, quando scoppiò la moda del blu, al punto da diventare noto come “oro blu”, poiché era l’unica pianta disponibile come colorante naturale in grado di donare una tonalità azzurra di grande qualità non solo a livello cromatico, ma anche di resistenza alla luce e all’usura. Venne usato, oltre che per tingere tessuti ed arazzi, anche per miniare libri e per realizzare opere pittoriche, divenendo così merce di grande pregio”.
La fama del guado si è poi bruscamente interrotta nel corso del Seicento, quando per ottenere il pigmento azzurro-blu si iniziò a utilizzare l’indaco, più semplice da estrarre e più economico. Nel 1800 poi, sembra avere la possibilità di tornare alla ribalta ma a causa della rivoluzione nel modo tecnico e scientifico dei metodi di produzione, la colorazione naturale viene del tutto soppiantata dai nuovi colori artificiali. Dal seme della pianta del guado è anche possibile ottenere un olio ricco di proprietà e adatto all’utilizzo nella cosmetica e nella saponeria.
Ma perché parliamo di guado e del suo legame con le Marche e la città di Ancona?
Lo facciamo proprio grazie a due storici marchigiani, Corrado Leonardi e Delio Bischi: il primo, negli anni ‘70 ha scovato nelle Chiese della Valle del Metauro tovaglie d’altare tessute in lino e cotone, colorate a fasce blu di turchino di guardo, pezzi unici di rara bellezza che furono cruciali per scoprire l’importante produzione di guado del territorio. Bischi invece, negli anni ‘80 scopre e cataloga 50 macine da guado in pietra, reperti di “archeologia industriale” ritrovati nella provincia di Pesaro-Urbino che testimoniano l’importante produzione della regione. Ed ecco come la nostra città entra all’interno della storia: il guado marchigiano era così importante in Europa che dalla metà del 1200 in avanti fu oggetto di importanti scambi commerciali ed esportato attraverso il porto di Ancona, come testimoniato dalla documentazione d’archivio.
Ed è proprio grazie all’incontro con questi due storici che Baldini si interessa alle piante tintorie e comincia la sua ricerca per riprendere in mano il processo di tintura con i coloranti naturali. Non è solo spinto dalla curiosità e dalla passione, ma soprattutto dalla volontà di ridare valore ad un passato che racconta molto del nostro territorio e per la necessità di riportare la sostenibilità nell’industria manifatturiera, considerando l’impatto ambientale che hanno i coloranti chimici che vengono usati oggi.
Ma non si è fermato al guado, lavora oggi con circa 40-50 piante tra coltivate, spontanee e prese dagli scarti delle produzioni agricole per creare una gamma di colori completi in un processo altamente sostenibile: per esempio lo scotano, il peperone, il melograno e tante altre piante che sono ottimi coloranti per diversi tipi di materiali, anche nuovi e strettamente connessi alla città: materiali di scarto delle barche, pelli di animali acquatici, olio ottenuto dal guado e saponi. La sua ricerca e la sua attività sono create in collaborazione con realtà del territorio per creare e valorizzare un network sul colore.

Un’altra sostanza colorante, molto più nota del guado e che ha un forte legame con Ancona è la porpora, ottenuta con lo stesso sistema estrattivo del guado e che poi diventa pigmento. Da che cosa si ottiene? Dal murice spinoso, noto e amato dagli anconetani come ragusa, molto più nella tradizione culinaria che in quella tessile. Baldini è ripartito anche dalle raguse per creare e utilizzare la sua porpora ‘made in Ancona’.
Ma c’è anche un’altra curiosità, forse non nota ai più, che ci parla di un’inaspettata eccellenza anconetana: “La città primeggiava infatti – dice Massimo – nell’industria del sapone e per questo importava grandi quantità di allume, impiegato anche come fissante nell’industria tessile, e di ceneri dal Libano e dalla Siria, che servivano specificamente per emulsionare i grassi del sapone con l’acqua”.
Ancona tra ‘400 e ‘500 è stata la capitale del sapone in Europa, e con l’olio di oliva marchigiano ha iniziato a produrre un sapone noto come “sapo anconitanum” in cui – non essendo ancora disponibile la soda caustica – veniva aggiunta la Salsola soda, che conosciamo oggi come la pianta degli agretti e in Ancona come roscani. Ed era proprio Ancona importare la salsola soda da Siria e Libano: una volta arrivata in città veniva emulsionata con l’olio di oliva e da qui, il prodotto creato nelle oltre centro saponerie della città, veniva esportato in tutta Europa.
Guardate il suo racconto in video: nella bottega di Baldini si fa un viaggio nel tempo alla scoperta di un colore unico che ci ricorda il cielo e il mare, tra i sapori e le alchimie e che ci ha mostrato un pezzo inedito della storia della nostra città.
Greta Sturm





