Ancona cerniera linguistica d’Italia: Ca’ Foscari studia il nostro dialetto

Nonostante il dialetto anconetano sia percepito come un tratto quotidiano della vita cittadina, ciò che sappiamo davvero su questa varietà linguistica è sorprendentemente poco. Mancano studi sistematici, mancano descrizioni approfondite, mancano dati che permettano di capire come si stia trasformando e quale posto occupi, oggi, nell’identità linguistica di chi vive ad Ancona. È in questa cornice che va letta la Convenzione quadro appena approvata dalla Giunta comunale tra il Comune di Ancona e il Dipartimento di Studi Linguistici e Culturali Comparati dell’Università Ca’ Foscari Venezia, su proposta dell’assessore alla Cultura Marta Paraventi. L’accordo, valido dal 2025 al 2030, si inserisce nel più ampio percorso della candidatura di Ancona a Capitale della Cultura 2028 e nasce dalla volontà di tutelare uno dei patrimoni linguistici più rilevanti e, al tempo stesso, più a rischio della città.

La Convenzione impegna le due istituzioni a collaborare su ricerca, divulgazione, pubblicazioni, attività formative e iniziative rivolte alla cittadinanza. Lo studio scientifico dell’anconetano sarà condotto dal Dipartimento di Studi Linguistici e Culturali Comparati di Ca’ Foscari, sotto la guida della professoressa Giuliana Giusti, linguista e glottologa, anconetana di nascita e parlante di anconetano, come lei stessa si definisce. Parte delle riflessioni da cui scaturisce il progetto sono raccolte nel suo contributo all’antologia “Agire con le parole. Contributi per il contrasto agli stereotipi di genere. Antologia femminile”, a cura di Marina Turchetti, pubblicata dall’associazione Reti Culturali ODV e presentata nei giorni scorsi in Comune in occasione di una iniziativa dell’assessorato alle Pari opportunità, organizzata dall’assessore Orlanda Latini.

Giusti coordina, all’interno del Dipartimento, il progetto VariOpInTA, dedicato alla variazione e all’opzionalità nella competenza bilingue dei parlanti bilingui italiano-dialetto, inserito nel più ampio progetto di dipartimento di eccellenza sull’adattamento linguistico e culturale. L’obiettivo di AnkonVOBIS non è classificare l’anconetano come lingua, dialetto o vernacolo (dato che, come dice Giusti, “tutte le lingue sono dialetti e tutti i dialetti sono lingue”), ma osservare rigorosamente i fatti linguistici attraverso dati raccolti sul campo. È necessario documentare testi orali e scritti, spontanei e strutturati, conversazioni quotidiane e riflessioni dei parlanti, giudizi di grammaticalità e comportamenti linguistici in contesti diversi. Solo una raccolta estesa e scientificamente solida permetterà di descrivere le caratteristiche dell’anconetano nel presente e di stabilire se chi lo parla può essere considerato, a pieno titolo, un bilingue bilettale, cioè un parlante di due sistemi linguistici affini ma non sovrapponibili e anche fortemente sbilanciati per prestigio e per ambiti d’uso.

L’anconetano e l’italiano regionale parlato in città si rivelano, tra l’altro, un caso particolarmente interessante nel panorama italoromanzo: Ancona è una cerniera linguistica, un punto di incrocio in cui confluiscono fenomeni tipici dell’Italia settentrionale, centrale e meridionale, ai quali si aggiungono tratti locali non condivisi con le aree confinanti. È questo il quadro generale che dà cornice interpretativa ai dati che la ricerca sta cominciando a raccogliere.

In area anconetana si osserva infatti la presenza di tratti settentrionali come la sonorizzazione della /s/ intervocalica (“rosa”, “casa”, “vaso” → pronunciate con [z]), e la tendenza alla degeminazione delle consonanti doppie, sia all’interno della parola (“dòna” per donna, “giàca” per giacca, “capèlo” per capello”), sia nei contesti sintattici in cui l’italiano standard richiede il raddoppiamento fonosintattico (“a me”, “ha detto”, senza geminazione). In effetti il raddoppiamento fonosintattico è assente, come in gran parte dell’Italia settentrionale.

Con le varietà centromeridionali l’anconetano condivide l’apocope degli infiniti verbali (“magnà’”, “dormì”, “vedé”), l’uso di stare a + infinito (“sto a fa’”, “stai a dì”), la presenza del clitico “ci” con il verbo “avere” (“ci ho sonno”, “ci ho tempo”), e l’affricazione [s] > [ts] dopo consonante liquida, sia all’interno della parola (“intsieme”, “vertso”), sia tra parole (“il tsole”, “in tsala da pranzo”). Non compare invece la palatalizzazione delle affricate sorde tipica del romano (“pace”, “cena” restano pronunciate come nello standard italiano, non “pasce”, “scena”), mentre emergono fenomeni originali quali la sonorizzazione della velare sorda in alcune parole (“giògo” per gioco, “bàgio” per bacio).

Con l’Italia meridionale ha in comune l’allocuzione inversa (“mangia, nonna!”), talvolta introdotta da a (“mangia, a nonna!”), e forme estese di dativo etico (“me sò magnato tutto”). A ciò si aggiungono la ridondanza pronominale (“a me mi piace”, “a lui gli pare”), la concordanza dell’avverbio con l’aggettivo (“è tanta bella”, “è tanto buono”“è tanto buono”/“tanta buona”), e altre peculiarità che compongono un quadro articolato, vario, dinamico.

Questi fenomeni, di diversa provenienza e diffusione, rendono l’area anconetana un territorio in cui le linee dialettali principali d’Italia non si incontrano in modo uniforme, ma si sovrappongono e si modificano reciprocamente. È proprio per questa complessità che un’indagine sistematica è oggi necessaria non solo per dare testimonianza di una varietà italoromanza in evoluzione rapida, ma anche per studiare fenomeni linguistici generali che si verificano nel contatto tra due lingue molto vicine, come l’italiano regionale di Ancona e il dialetto.

Le trascrizioni di queste interviste saranno la base delle prime analisi, e sono destinate soprattutto a generare nuove domande che troveranno risposta nel progetto AnkonVOBIS, come ad esempio: Qual è il grado di vitalità dell’anconetano in prospettiva intra-generazionale? In quali contesti la varietà viene ancora utilizzata? Quali tratti stanno scomparendo e quali stanno emergendo? Quante persone si riconoscono nell’anconetano come parte del proprio abito linguistico? Sono questioni che non riguardano solo la linguistica, ma anche il benessere sociale: sentirsi legittimati o legittimate nella propria varietà espressiva significa avere un’identità composita e positiva in tutte le sue variegate componenti.

AnkonVOBIS si propone dunque non solo di raccogliere, testimoniare e contribuire a preservare la ricchezza linguistica e socioculturale della città, ma anche di comunicare i risultati alla comunità di parlanti e di costruire una consapevolezza linguistica diffusa e un ben-essere anche linguistico.

La Convenzione tra Comune e Ca’ Foscari rappresenta quindi un passaggio significativo: per la prima volta l’anconetano entra nel campo della ricerca strutturata, con un progetto che unisce rigore scientifico, partecipazione cittadina e responsabilità culturale. Non si tratta di celebrare nostalgie, né di cristallizzare una forma linguistica in un museo. Si tratta di conoscere ciò che ancora non sappiamo, di dare dignità a un patrimonio che vive nelle voci delle persone e rischia di indebolirsi se lasciato senza attenzione. L’anconetano è parte della storia della città, del suo presente e, se sufficientemente compreso e coltivato, del suo futuro. Il progetto AnkonVOBIS rende possibile studiarlo, descriverlo e farlo conoscere, offrendo alla comunità uno strumento per “ri-conoscersi” e raccontarsi con maggiore consapevolezza.

Margherita Rinaldi

si ringrazia la professoressa Giuliana Giusti per il supporto tecnico scientifico alla stesura del testo

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