Nel nome e nella storia di via degli Orefici sta scritto il destino di questa piccola traversa che congiunge piazza del Papa con la parte bassa di corso Mazzini: ospitare cose preziose. Una di queste è la Congrega, un negozio, laboratorio, piccolo atelier e piccolo museo che ti accoglie con la sua luce densa, nel timbro e nell’atmosfera. È raro entrare lì senza sentire sin da subito il rumore della macchina per cucire di Emanuela. La senti, ma non la vedi prima di aver attraversato il corridoio pieno di tende, cuscini, pizzi del passato e ricami del presente.
Quasi sempre è a metà del corridoio, quando questo si allarga in una grande nicchia al centro della stanza, che incontri Valeria ed Emanuela, al lavoro attorno a un tavolo, con la macchina da cucire veloce e modernissima, pezzi di stoffa e di carta, matite, spille, aghi e disegni. È lì che si trova il crocevia tra il passato e il presente, non solo della Congrega, ma anche, e soprattutto, di una tra le arti manuali meno longeve, quella del ricamo e dei tessuti, arte non durevole perché facilmente usurabili sono i materiali di cui si nutre e in cui trova sostanza. Nonostante quest’ultimo aspetto però, la Congrega ha raccolto la sfida di fermare il tempo, catalogando circa quattromila pezzi, conservandoli e ricostruendone la storia: tessuti, ma anche abiti, cappelli, borse, acquisiti negli anni, alcuni letteralmente raccolti dalla strada. Con essi è stata creata una banca dati dei tessuti, che esiste ad Ancona dal 2008. Valeria David, che la Congrega l’ha creata, racconta questa storia, nata quasi per caso e culminata nel laboratorio-negozio di via degli Orefici.
La Congrega nasce alla fine degli anni ’70, quando il vintage non era un trend e l’usato era un’opportunità per molti per poter indossare un capo iconico o un vestito di qualità. Era, quindi, un negozio di abiti usati e chi, anconetano, sta almeno intorno alla cinquantina, ricorda il tempo in cui si andava da loro a comprare una giacca di renna, un jeans, un vecchio Burberry: abiti, accessori e oggetti che un tempo, prima della grande livella della globalizzazione, molti si potevano permettere solo di seconda mano. Il progetto della banca dati dei tessuti nasce invece nel 2008, quando la Regione propone un finanziamento per attività che valorizzino il centro storico. La Congrega aderì a questo progetto, nella convinzione che tutto il materiale raccolto negli anni potesse effettivamente contribuire a valorizzare il centro storico.
“Noi – racconta Valeria – siamo uno dei primi negozi del vintage del centro Italia, nato alla fine degli anni ’70, quando si andava nei mercati a cercare le cose che poi si sarebbero vendute, come i jeans e le giacche di renna. Io mi imbattevo in oggetti di cui non conoscevo bene la storia, però mi rimanevano ‘attaccati nelle mani’ perché mi incuriosivano e mi interessavano”. Il fatto di aver messo mano a materiale tessile che proveniva da tutto il mondo deriva proprio da questa esperienza nei grandi mercati dell’usato. “Tutto quello che è collezionato qua – prosegue – all’epoca erano scarti. Molto arrivava dagli aiuti che gli americani avevano mandato all’Italia nel dopoguerra. Napoli era il centro di questo mercato, perché i napoletani che erano emigrati in America avevano creato questo ponte. Resina a Ercolano, che è il mercato dell’usato più grande d’Italia, nasce con questa finalità. Poi per noi questa curiosità per il tessile come materiale che ti apre a infinite storie, infinite conoscenze, è diventato un motivo di studio”.
La prosecuzione del percorso della Congrega avviene dunque da una crescita culturale importante: “abbiamo frequentato una scuola di riconoscimento dei tessuti a Firenze, ci siamo evolute, abbiamo imparato. E questo ci ha permesso di rileggere tutte quelle cose che erano state acquisite così, solo per il gusto di lasciarsi prendere da oggetti che parlavano, che avevano quel ‘qualcosa’, per le fogge, per i colori, per i materiali. Poi è stato bellissimo andare a rivisitarli con nuove conoscenze e infine, grazie al progetto della Regione, abbiamo potuto fare una catalogazione”.
Da quella catalogazione è nata la banca dati, cioè l’insieme dei pezzi storici collezionati, che fisicamente trova posto in uno spazio al piano di sopra del negozio, ma in gran parte anche nel negozio stesso, visibile a tutti, in fondo al corridoio delle meraviglie che ti accoglie quando entri: raccoglitori di metallo bianco e vetro, con le ante scorrevoli e i numeri di catalogazione sugli scaffali, fanno da cornice a un secondo tavolo da lavoro, dove l’ispirazione per le nuove creazioni è sicuramente alimentata dall’energia positiva di tutta quella storia. È lì che prende forma la conversazione con Valeria David, mentre in sottofondo continua a ‘suonare’ la macchina per cucire di Emanuela Micucci e si rincorrono le voci delle clienti, ma anche delle amiche e degli amici che passano per un saluto o per una chiacchierata. E così, tra i fili e le tele, arrivano i racconti di Graziella, di malanni e zeppole di Carnevale, e quelli di Andrea, degli orti urbani di Ancona, della scrittura, degli anni ’70. L’Andrea che ci fa visita è Andrea David, il fratello di Valeria, che realizzava le borse in via degli Orefici nel primo negozio, aperto nel 1977, al quale nel 1982, una volta divisa l’attività, è seguito, a pochi metri di distanza, il secondo, la Congrega di oggi.
Anche queste storie fanno parte a pieno titolo del percorso, che ha avuto un’altra svolta quando è entrata in gioco la professionalità grafica di Emanuela Micucci, che ha frequentato un’importante scuola di fumetto e oggi con il filo fa quello che aveva imparato a fare con la matita. “Contemporaneizziamo la tradizione – ci spiega lei stessa – e non ci rimaniamo legati. Ci piace, sul mercato, ripercorrere anche il nostro periodo. La mia ambizione era quella di diventare una illustratrice e una fumettista. Oggi disegno con il filo quello che avrei voluto disegnare con la matita. Mi sono trovata in questo mondo per caso: quando in negozio c’era l’abbigliamento, io, studentessa di lettere, venivo nei fine settimana per aiutare. E poi sono rimasta. L’utile è diventato il dilettevole, che a sua volta è diventato l’utile. Mi sono ritagliata la mia nicchia: Vale è più ricercatrice, io sono più artigiana, sono quella a cui piace mettere le mani in pasta”. Con Emanuela la Congrega è diventata anche narratrice dell’oggi: “raccontiamo le nostre storie, le storie della città, le storie delle persone, che ce le raccontano, e noi le facciamo diventare ‘tessili’. Quello che mi piace di più è rendere questo posto un laboratorio, in cui le persone arrivano, si fermano, raccontano”. Proprio come Graziella e Andrea in questo pomeriggio.
La storia del filo e del ricamo attraverso i secoli ci dice che la svolta narrativa contemporanea della Congrega ha radici profonde. Senza scomodare la valenza storico culturale dell’Arazzo di Bayeux, la nostra memoria collettiva ricorda ancora che l’arte di disegnare con il filo, e in particolare il ricamo, è, ancestralmente, un potente strumento di racconto del passato e del presente, affidato alle mani di donne e di uomini quasi sempre sconosciuti alla storia, che hanno prestato la propria perizia alla forza delle culture, delle tradizioni, dei fatti, delle idee che fissavano sulla stoffa. Questo emerge, ad esempio, da uno dei pezzi più importanti della collezione della Congrega: una stola cerimoniale ucraina che rappresenta l’albero della vita e, ai bordi, lo anima con la narrazione del ciclo dell’esistenza: una donna incinta con le braccia alzate (dalla cui sagoma ha origine l’albero), che in una progressione figurativa diventa spiga di grano e ritorna, infine, donna incinta, simbolo della rigenerazione attraverso la terra. È un ricamo realizzato nei colori del bianco e del rosso che, esplorando l’archivio, si scoprono ricorrenti nel tempo e nello spazio, insieme con il nero, per rappresentare, al di là delle singole culture, l’inizio con il latte materno, il percorso dell’età matura (rosso ovunque colore del sangue e della vitalità), e la tinta nera, ossia l’acromia della morte. Questi colori consentono così di trovare un’armonia nascosta che avvicina uno scialle che viene da una casa di Camerino al frammento di un abito palestinese, che attraverso le stesse cromie esprime lo stesso significato. E il concetto diventa chiaro quando Valeria estrae dagli espositori una rete da pesca e un quadratino di filet, una tecnica di ricamo dove appunto la figurazione si realizza su uno sfondo retinato: “la rete da pesca forma le proprie maglie con quattro nodi. La stessa rete e la stessa lavorazione le ritroviamo nel filet. Sono ‘invenzioni parallele collettive’. Nel momento in cui queste cose non potevano incontrarsi, sono state create”. E c’è l’albero della vita anche al centro di un altro pezzo importante della collezione, una stola cerimoniale turca della fine del ‘700, la cui immagine entrerà in una pubblicazione dell’Università La Sapienza di Roma che si occupa della mappatura dei musei e degli archivi riferiti alla moda in Italia. Il progetto, finanziato con i fondi del Pnrr, rientra nel CHANGES – Cultural Heritage Active Innovation for Sustainable Society, che supporta l’innovazione nel settore del patrimonio culturale.
Il racconto si chiude, e resta aperto, con una riflessione sulla fruibilità di questo materiale, che ai tessuti storici affianca anche importanti testimonianze della moda, a partire da epoche molto lontane. Dagli scaffali saltano all’occhio ad esempio una marsina del 1700, accanto a un completo nero scintillante di Christian Dior risalente agli anni Sessanta del Novecento, cappelli e borse di ogni foggia e materiale. Attualmente Valeria ed Emanuela raccontano la collezione ai loro clienti, che possono conoscerla in negozio, e ai turisti, che – affermano – “sono affascinati da questo racconto”. Organizzano mostre a tema, laboratori pratici in cui si usano i tessuti per nuove creazioni e hanno realizzato alcune pubblicazioni. In passato, anche prima che la banca dati prendesse forma e sostanza, diverse case di moda hanno attinto a questo materiale per i propri progetti. Ma la volontà e la speranza è quella di trovare un supporto per valorizzare ancora di più e meglio questa ricchezza che, come Valeria ed Emanuela avevano intuito all’inizio dell’avventura, è un segno distintivo per il centro storico di Ancona, nato e cresciuto, per di più, in un luogo della città in cui le cose belle sono di casa.
Margherita Rinaldi























