IL PERSONAGGIO / Gino Gianuizzi e il ritorno del faro alla città


Il Faro del Colle dei Cappuccini torna al centro della vita culturale della città con un progetto che mette insieme arte contemporanea, ricerca e partecipazione. Gino Gianuizzi si è aggiudicato la concessione attraverso un bando pubblico promosso dall’Agenzia del Demanio, parte di un percorso nazionale che punta a restituire alla collettività beni dello Stato con nuove funzioni culturali e sociali. Ad Ancona questo passaggio assume un valore concreto: riattivare un luogo identitario e renderlo accessibile, trasformandolo in uno spazio aperto alla città e ai suoi cittadini.

Gino Gianuizzi è nato a Villa Maria, come racconta lui stesso, ed è cresciuto ad Ancona fino ai 16 anni tra Palombina Nuova e via Michelangelo. Ha frequentato le scuole elementari a Palombina Nuova, le medie alle Leopardi e il ginnasio al Rinaldini. Il trasferimento a Bologna segue il lavoro del padre, informatore scientifico, e segna l’inizio di un percorso professionale che si sviluppa in un contesto culturale particolarmente dinamico. A Bologna è tra i fondatori di neon, uno dei primi spazi indipendenti per l’arte contemporanea in Italia, nato nel 1981 come artist’s space e sviluppatosi negli anni come piattaforma di sperimentazione e ricerca, capace di accompagnare le prime fasi di artisti poi affermati anche a livello internazionale, tra cui Maurizio Cattelan.

Nel corso di oltre tre decenni di attività, neon ha operato come struttura indipendente dedicata alla promozione della ricerca artistica contemporanea, con particolare attenzione alle nuove generazioni e a pratiche libere da condizionamenti di mercato. L’esperienza si è evoluta in neon>campobase, rafforzando una dimensione processuale e collaborativa che intreccia mostre, workshop, progetti nello spazio pubblico e sperimentazioni interdisciplinari. Parallelamente, Gianuizzi ha sviluppato un’attività di curatore indipendente e di docente all’Accademia di Belle Arti di Bologna, consolidando un percorso centrato sul rapporto tra arte, spazio pubblico e comunità, che oggi trova nel progetto del Faro una nuova declinazione operativa.

Il Faro del Colle dei Cappuccini è rimasto chiuso per anni. Cosa l’ha convinta che fosse il posto giusto per questo progetto, e quali potenzialità riconosce a quel luogo?

Ho partecipato al bando del Demanio per l’assegnazione del Faro del Colle dei Cappuccini perché un faro è un elemento architettonico con grande valore simbolico. Un faro posto sulla cima di un monte moltiplica quel valore. Chi naviga sa che il fascio di luce proiettato dal faro di Ancona è visibile in mezzo all’Adriatico.
E poi quello è il faro di Ancona e il Monte dei Cappuccini e il Campo degli Ebrei sono parte dei ricordi di scorribande e di esplorazioni da ragazzino.

Dunque il faro è un segnale e il progetto con cui ho applicato al bando ha bisogno di un dispositivo fisico per restituire la ricchezza del lavoro progettuale e di ricerca che lo anima.
Il progetto infatti si muove sul territorio e attraverso lo sguardo degli artisti indaga la relazione tra umani e viventi tutti, animali e vegetali, attivando relazioni e collaborazioni con cittadini; scienziati (DISVA Università Politecnica delle Marche); associazioni locali (il Pungitopo Legambiente, AltreVie, etc.).

Arte, spazio pubblico, comunità: sono le parole chiave del suo lavoro da anni. Cosa significa concretamente, per i cittadini di Ancona, avere un faro che diventa luogo culturale vivo? Cosa troveranno lì?

Il mio lavoro mi ha portato ad interessarmi sempre più dello spazio pubblico, sia come docente (al corso di Progettazione di interventi urbani e territoriali all’Accademia di belle arti di Bologna), sia come curatore. La lunga esperienza di neon mi ha insegnato che l’arte contemporanea coltivata da gallerie, fiere e grandi manifestazioni espositive è un un sistema chiuso, un gioco riservato a una ristretta élite e purtroppo sempre più finanziarizzato, che finisce per trasformare le opere d’arte da oggetti di valore estetico a veri e propri asset class di investimento.

Dunque i miei progetti sono da anni guidati da uno sguardo che apre all’esterno e che mira al coinvolgimento della comunità in tutte le sue articolazioni.
Della comunità sono parte gli Enti territoriali, le associazioni di cittadini, gli enti di formazione scolastica, i singoli cittadini. Tutti questi sono attori la cui partecipazione è condizione essenziale per lo sviluppo e la riuscita del progetto. Gli artisti che ho invitato a collaborare avvieranno i loro progetti di ricerca, seguendo un metodo che prevede l’attivazione di collaborazioni e di workshop aperti a tutti i cittadini.

Ma è prevista anche l’apertura dell’area del faro per proiezioni cinematografiche. Ad esempio penso a una rassegna dedicata a film a soggetto “faro”, che nel cinema è spesso legato a thriller, horror o drammi psicologici che esplorano l’isolamento, la pazzia e il mistero. Penso anche alla proiezione di film di famiglia a soggetto “vacanze al mare” in collaborazione con la Fondazione Home Movies e contestuale raccolta di materiali filmici super8 e video che verranno digitalizzati per costituire un archivio storico della città di Ancona attraverso i documenti raccolti nei ‘fimini’ di famiglia, a letture collettive di testi letterari legati alla città, a partire da “Sherlock Holmes, Anarchici e siluri” di Joyce Lussu per proseguire con altri testi suggeriti dagli stessi partecipanti alle sessioni di lettura.

“Walking around”, inoltre, saranno passeggiate guidate da esperti, guide ambientaliste, botanici, storici, scrittori, ma anche da cittadini con una personale conoscenza e esperienza dei luoghi; queste passeggiate saranno documentate tramite registrazioni audio e rese disponibili e replicabili autonomamente seguendo una traccia segnata da QR code opportunamente posizionati e da mappe stampate in distribuzione sia per i cittadini che per i turisti, per raccontare la città da punti di vista diversi e non omologati alla versione ‘guida turistica’.

Per quanto riguarda gli artisti, saranno attivati progetti di: Nico Dockx (BE) / M+M (DE) / Dörte Meyer (DE) / Wolfgang Weileder (UK) / Maurizio Mercuri / Fabrizio Basso / Cuoghi Corsello / Minji Kim (KR) / Bruno Muzzolini / Gianluca Codeghini / Daniela Comani (DE) / Stéphanie Nava (F) / Giancarlo Norese / Francesco Voltolina / Zimmerfrei / MALA / Silvia Cini / Zapruder / Isabella Bordoni / Stefano Boccalini / Dario Bellini / Enzo Umbaca / Aurelio Andrighetto / Sergia Avveduti / Marilisa Cosello / Fabrizio Basso / Caretto Spagna / Massimo Bartolini / Emanuela Ascari / Leone Contini / Valentina D’Accardi / Drifters / Emilio Fantin / Bernardo Giorgi / Claudia Losi / Daniela Manzolli / Sabrina Mezzaqui / Cesare Pietroiusti / Gedske Ramløv (DK) / Antonio Rovaldi / Eva Sauer (DE) / Enrico Vezzi / Cesare Viel / Ivan Fu / Massimo Carozzi / Francesco Serra / Bono Burattini / etc.

[Imboscati] Colle dei Cappuccini – Faro è un progetto di condivisione e di cospirazione.
Una volta di più è necessario ricorrere all’etimologia: cospiraziòne s. f. [dal lat. conspiratio-onis, der. di conspirare.cospirare.]. La parola cospiraziòne deriva dal latino cum spirare (respirare con), per metonimia “essere animati dal medesimo afflato”, per indicare un accordo profondo, intellettuale e sentimentale, in direzione del conseguimento dell’obiettivo prefissato.

Gli artisti imboscati hanno scelto di studiare, e insieme di percorrere i sentieri, di cercare una relazione paritaria con il bosco, inteso come l’insieme dei viventi umani e non umani, come ecosistema (quell’insieme complesso in cui si articolano le relazioni dei viventi presenti in una certa area e degli elementi fisici che contraddistinguono l’ambiente con cui interagiscono).insieme degli organismi viventi presenti in una certa area e dagli elementi non viventi con cui interagiscono.
Questi artisti nel loro operare affrontano con coerenza e con competenza i temi dell’emergenza climatica e della crisi crisi ambientale; agiscono per coltivare memoria diffusa e sapere condiviso; esercitano l’immaginazione per costruire di mondi altri; operano con strumenti nuovi per il recupero di attività appartenenti alla cultura storica; mettono al centro del loro fare la relazione con i luoghi e con i loro abitanti; cercano il recupero di pratiche artigianali come forma di trasmissione di conoscenza; interpretano l’agricoltura come radicamento al territorio.
La loro ricerca si serve di strumenti diversi, che vanno da quelli propri delle arti visive fino a quelli della scienza, attingendo a tutte le discipline utili a loro disposizione.

La condivisione coinvolge e implica la collaborazione stretta fra gli artisti attivatori del progetto e le persone che abitano il territorio.

Il faro sarà dunque il campo base degli imboscati.
Qui saranno allestiti anche i dispositivi di restituzione delle azioni degli imboscati, in modo tale da offrire al pubblico le chiavi di lettura di questo approccio al fare artistico responsabile che caratterizza in diverse varianti il fare degli artisti in mostra.
Le mostre – dobbiamo utilizzare questo termine impreciso per definire i dispositivi di restituzione delle esperienze, che tuttavia sono parte delle stesse esperienze – potranno essere lette in modo tradizionale, osservando le opere allestite, ma potranno anche essere utilizzate come ‘libretto di istruzioni’ per affrontare un ‘upgrade’ sul territorio.
Gli artisti – affiancati da esperti – partiranno insieme con i partecipanti per esplorare il territorio, indagando con sguardi nuovi le emergenze naturalistiche e le emergenze storiche, per dare una lettura inedita di questo ambiente composito in cui l’antropizzazione attraverso i secoli ha modellato l’ambiente naturale con esiti sorprendenti che continuano a destare meraviglia nello sguardo dell’osservatore.
Dunque [Imboscati] Colle dei Cappuccini – Faro nella pratica si propone come un osservatorio attivo sul territorio, che raccoglie un nucleo di artisti la cui ricerca si rivolge a tematiche ambientali e alla costruzione di reti relazionali.

La concessione dura sei anni e il 2028 — anno in cui Ancona punta a diventare Capitale Italiana della Cultura — cade nel mezzo di questo percorso. Come si inserisce il suo progetto in questa visione più grande per la città?

Ancona sarà Capitale Italiana della Cultura nel 2028, un’altra coincidenza inattesa che mi fa pensare all’intervento di quell’ineffabile serendipity che caratterizza tutto il mio rapporto con il Faro del Colle dei Cappuccini.
Il Faro del Colle dei Cappuccini è un elemento identitario della città, dunque il suo ruolo sarà importante. Questa è una responsabilità e insieme una occasione.
Credo che un progetto culturale serio come quello che proponiamo abbia tutte le carte per contribuire alla rinascita della città.
D’altra parte in un panorama nazionale in cui le attività culturali sono generalmente ricondotte alla categoria ‘grandi eventi’ e ‘grandi mostre’ penso che Ancona non abbia bisogno di eventi tanto quanto il suo porto non ha bisogno di ‘grandi navi’.
La città deve tornare a credere alla sua specificità e ricostruire la relazione con il felice contesto geografico in cui è inserita, rivendicare il privilegio della sua posizione, tutelare il suo mare e riconoscere il Parco del Cardeto come un unicum prezioso in connessione con tutta l’area del parco del Conero.
Il nostro lavoro è un contributo in questa direzione: portare elementi utili a rafforzare nella comunità il senso di appartenenza al luogo e nello stesso tempo costruire una narrazione che sia in grado di superare i confini locali e che grazie alla visione e al contributo degli artisti possa raccontare la città ad un pubblico internazionale.

Che cosa si aspetta dal “pubblico” anconetano per il suo progetto?

La prima reazione della stampa locale è stata di diffidenza, probabilmente rispecchia un carattere degli anconetani e un po’ mi riconosco anch’io in questo tratto caratteriale. Quindi non mi aspetto che il “pubblico” anconetano abbracci immediatamente il progetto. In fondo nessuno mi conosce, siamo degli estranei che devono annusarsi, capirsi, fidarsi e poi insieme dobbiamo trovare il modo migliore per collaborare. Ribadisco che per me non esiste un “pubblico” inteso come audience da soddisfare e di cui sollecitare il plauso, esiste una comunità con la quale è necessario confrontarsi e dialogare. I progetti non devono essere imposti ma vanno costruiti in collaborazione, e questo è quello che intendiamo fare. Mi aspetto di trovare interlocutori interessati e collaborativi a tutti i livelli, dai singoli cittadini, al Comune, alle associazioni di cittadini, agli enti di formazione scolastica, all’intero board di Ancona. Questo adesso

Margherita Rinaldi

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