«Alle ore 14:30 ho esposto lo stendardo del reggimento e le bandiere polacca e britannica nella Cittadella di Ancona». Era il 18 luglio 1944, e un ufficiale dei lancieri polacchi trasmise questo primo messaggio al generale Duch, comandante della Divisione Fucilieri dei Carpazi. Un altro messaggio fu inviato al generale Władysław Anders, comandante del II Corpo d’Armata polacco, dal tenente Zakrewski:
«Comunico che oggi, dopo aver eliminato le difese nemiche in località Tavernelle e preso 55 prigionieri, i reparti avanzati, al comando del sottotenente Kruglowski, sono entrati nella città di Ancona. Alle 14:30 sono entrato personalmente in città, accolto con entusiasmo dalla popolazione civile. Il mio mezzo è stato completamente coperto di fiori; le donne mi si buttavano al collo e baciavano l’autista sulle mani. Dopo alcuni minuti, ho ordinato al dottor Borrelli di assumere provvisoriamente le funzioni di prefetto; ho incaricato inoltre il maggiore Carlo Albertini di organizzare la protezione degli edifici cittadini e dell’area portuale. Albertini ha a sua disposizione l’organizzazione dei patrioti, pronta a eseguire ogni suo ordine».

Articoli e immagini sull’avvenuta liberazione del capoluogo marchigiano apparvero presto sulle pagine dei maggiori quotidiani: Daily Herald, The Times, Daily Telegraph ed Evening Standard. Subito dopo, il maggiore Albertini – comandante dei vigili del fuoco, l’unico corpo ancora efficiente e inquadrato – organizzò la protezione degli edifici e dell’area portuale, quest’ultima il vero obiettivo dell’intera offensiva alleata che, dall’Abruzzo, nell’arco di un mese, aveva liberato una città in rovina. Albertini si avvalse di carabinieri e partigiani e, in poche ore, si posero le basi affinché la città, da un lato, venisse trasformata in una vitale retrovia per i rifornimenti alle truppe alleate in avanzata verso il confine orientale, e, dall’altro, si facilitasse il rientro della popolazione. Lo sforzo successivo fu destinato a ripulire il porto dai relitti affondati e a veicolare l’afflusso dei rifornimenti, che alimentarono lo sforzo bellico verso la Linea Gotica, come testimoniato dall’incessante attività al deposito Api di Falconara. La città divenne così la più importante base avanzata britannica.
Ancona fu liberata dal II Corpo polacco – che inquadrava anche reparti britannici e italiani – con il concorso delle formazioni partigiane, al prezzo di centinaia di caduti, feriti e dispersi. Pur non essendo, dal punto di vista tattico, paragonabile alle maggiori battaglie combattute in Italia, la campagna ebbe un notevole impatto strategico. L’offensiva polacca nelle Marche può, a buon diritto, essere definita “Battaglia di Ancona” o “Battaglia per Ancona”. L’obiettivo strategico dell’Ottava Armata britannica era infatti la conquista del porto dorico, attraverso il quale far confluire rifornimenti in vista di un’ulteriore avanzata verso nord, considerando che l’unica base disponibile all’epoca era il porto di Bari, situato oltre 400 chilometri più a sud. I genieri britannici del No. 3 Port Construction and Repair Group si misero subito al lavoro nello scalo, parzialmente demolito dai genieri tedeschi. Le operazioni iniziarono il 19 luglio e, già il 23, il primo convoglio fece ingresso nello scalo dorico. I britannici ripararono il vecchio deposito di stoccaggio del carburante e ne costruirono nove nuovi, ciascuno in grado di contenere mille tonnellate di combustibile. La prima petroliera arrivò il 17 agosto, mentre il vicino aeroporto di Falconara tornò operativo già dal 1º agosto 1944.

Acquisito il contributo determinante fornito dal II Korpus nella campagna, resta da sottolineare, ancora una volta, il valore strategico della città dorica. Lo conferma la stessa documentazione polacca, utile a dare un corretto rilievo – nella storiografia sulla guerra in Italia – alla battaglia nelle Marche centro-meridionali, senza dimenticare che lo scontro più importante dell’intera campagna adriatica si svolgerà più a nord: prima al confine tra Marche e Romagna, sui primi contrafforti della Linea Gotica, e poi attorno al centro di Coriano. Su quelle alture sopra Rimini, gli “88” tedeschi faranno strage degli Sherman britannici e canadesi, spezzando sul nascere gli obiettivi geopolitici di Churchill, che sognava di irrompere sulla sella di Lubiana, in Austria, e magari nella puszta ungherese, prima dell’Armata Rossa di Stalin.
Ottantuno anni fa, Ancona si risollevava dagli anni del grande conflitto e da decine di bombardamenti che avevano distrutto soprattutto i suoi quartieri più antichi. Di questa memoria, che è doveroso custodire, restano oggi numerose testimonianze: dalle meno appariscenti, come le “R” da Ricovero che ancora adornano molti edifici cittadini, ai luoghi di sepoltura e di morte, come il cimitero dei caduti del Commonwealth a Tavernelle e il tunnel della morte di Santa Palazia, in via Birarelli.
Sergio Sparapani





