Gian Marco Luna è arrivato in città per studiare in quella che allora era l’Università di Ancona, non ancora mutata in Politecnica delle Marche, attratto alla metà degli anni ‘90 dal nascente corso di laurea in Biologia Marina, che muoveva proprio in quegli anni i suoi primi passi. Qui ha scoperto la biologia marina e ha cominciato il suo percorso nel mondo della ricerca, che poi lo ha portato a collaborare con il CNR, dove oggi è direttore dell’Istituto CNR IRBIM.
Il CNR IRBIM, parte del più grande Ente di Ricerca multidisciplinare pubblico in Italia, si occupa di ricerca scientifica sugli ecosistemi marini e sulle risorse biologiche del mare. “Volendo semplificare il concetto – spiega Luna – un nostro payoff potrebbe essere “studiamo la vita nei mari e negli oceani”. Lavoriamo su molti fronti: dallo studio della biodiversità marina alla valutazione degli stock ittici, settore quest’ultimo su cui la Sede di Ancona ha una lunghissima tradizione essendo stato il primo laboratorio di ricerca del Paese nel 1968, dalle biotecnologie marine all’acquacoltura, all’impatto del cambiamento globale, al microbioma marino, ed alla sostenibilità delle attività umane in mare”. La missione è produrre conoscenza scientifica e metterla a disposizione per lo sviluppo del Paese, promuovendo l’innovazione, l’internazionalizzazione del sistema “ricerca” e favorendo la competitività del sistema industriale. “Le nostre ricerche – prosegue – sono utili anche alla tutela dell’ambiente e a supportare le politiche pubbliche, italiane ed europee, specie nel settore della pesca. Collaboriamo con enti di ricerca italiani e internazionali, università, autorità pubbliche, pescatori ed ONG. Per fare un esempio, abbiamo da poco siglato un importante accordo di collaborazione con il più grande centro di ricerca sulla biodiversità marina in Sud Corea, e ci accingiamo a siglarne altri in Giappone e Cina”.
Tornando alle origini della sua scelta di occuparsi di biologia marina, Luna racconta che questa è maturata “nelle lunghe e meravigliose estati che ho trascorso nel mare del Salento. Mio papà era originario di un paese vicino Santa Maria di Leuca e con la mia famiglia ho trascorso lì vicino tutte le mie estati, fino ai vent’anni in quel posto. Ho una foto di me su quella spiaggia anche prima di nascere, nel pancione di mia madre. In quegli anni le spiagge del Salento erano un posto magico, ancora molto lontane dal turismo di massa di oggi: spiagge quasi deserte e per niente antropizzate, mare cristallino, amicizie estive che sono rimaste nel mio cuore. In un quaderno delle elementari ho trovato un tema in cui dichiaravo che nella vita avrei voluto fare l’archeologo subacqueo, probabilmente poi negli anni devo aver in qualche modo cambiato traiettoria, pur rimanendo nel mondo blu”.
Poi è arrivata Ancona, che, dice, “non è diventata solo la città luogo del mio lavoro. E’ anche la città in cui ho messo salde radici e ho costruito legami profondi, dove mi sono sposato e ho messo su famiglia. È una città che, nel tempo, è diventata casa – professionalmente e personalmente. Quello che era iniziato come un percorso di studio si è quindi trasformato in una scelta di vita e di lavoro, in una città che certamente offre stimoli, opportunità e un contesto ideale per chi si occupa di mare”. Ma che cos’è il mare per Ancona? “E’ identità, storia, economia. È la ragione per cui questa città è nata e si è sviluppata. Il suo porto, la sua ampia insenatura, il suo essere proiettata verso l’Est, la sua conformazione urbana che si affaccia sul mare, ma quasi con pudore: tutto a mio avviso racconta di un legame profondo e inscindibile. Ma oltre all’aspetto storico e identitario, il mare oggi rappresenta per Ancona una grande opportunità di sviluppo, se sapremo scommettere su una visione sostenibile e fortemente integrata, e non frammentata. La blue economy, la ricerca scientifica, l’educazione ambientale, il turismo responsabile, la valorizzazione delle tradizioni marittime: sono tutti settori in cui Ancona può fare la differenza”.
Gian Marco Luna ha conosciuto molti luoghi che hanno uno stretto rapporto con il mare. Il suo lavoro lo ha condotto fino in Antartide. “Nel Novembre 2022 – racconta – ho partecipato alla missione italiana in Antartide, come coordinatore del progetto di ricerca MetaIceRoss per studiare il microbioma planctonico delle acque costiere antartiche: l’insieme di tutti i microbi marini (virus, batteri, fitoplancton) che vivono nelle acque antartiche, una miriade di organismi invisibili ma preziosissimi che producono ossigeno e rendono possibile la vita sul nostro Pianeta. Ai poli stiamo assistendo ad una grave crisi climatica, con cambiamenti capaci di modificare la vita marina ed il funzionamento delle reti alimentari, alterando il delicato equilibrio della vita marina polare in una maniera ad oggi imprevedibile”.
Il direttore Luna ha conosciuto, quindi, molte diverse dimensioni del rapporto tra il mare e le città, “Ogni città di mare – spiega – ha un modo differente di “vivere” il proprio mare. Ci sono città che lo esibiscono come attrazione turistica, penso ad esempio a San Benedetto del Tronto che conosco sin da piccolo essendo originario di Ascoli Piceno, oppure altre che lo sfruttano intensamente dal punto di vista industriale. Ancona, a mio avviso, ha un rapporto più intimo e forse anche più autentico. Qui il mare è parte della vita quotidiana: è il porto, la pesca, il mercato ittico, la cantieristica, ma è anche la passeggiata al Passetto, le barche dei pescatori, le grotte, i racconti delle famiglie. C’è una sorta di rispetto silenzioso, quasi una riservatezza nel modo in cui il mare è vissuto. Questo sicuramente la distingue da molte altre città costiere”.
E quale impatto hanno l’attività e la presenza dell’uomo sul mare di Ancona? “L’impatto dell’uomo è inevitabile, ma può essere gestito e mitigato. Le attività portuali, la pesca, il turismo, l’urbanizzazione costiera con la conseguente distruzione dell’habitat, l’inquinamento, sono tutte pressioni che agiscono sull’ecosistema marino e sui suoi abitanti. Ma negli ultimi anni si è fatta strada una maggiore consapevolezza, anche a livello istituzionale e cittadino, della necessità di adottare un approccio più sostenibile. In questo senso, la scienza può e deve mettersi al servizio della comunità e offrire strumenti concreti: non solo studio e ricerca, ma anche buone pratiche gestionali, e soluzioni tecnologiche innovative.
Penso che il mare di Ancona possa diventare un modello di equilibrio tra uso e tutela: abbiamo un luogo magico, e un terreno fertile ricco di attori di grande rilevanza in tanti settori della blue economy. La recente drammatica esperienza del nostro mosciolo ne è testimonianza: attraverso il lavoro di un tavolo partecipato da tutti, istituzioni, cittadini, portatori di interesse e scienziati, abbiamo deciso di comune accordo e sulla base di evidenze scientifiche che la soluzione migliore era quella di lasciarlo riposare per un po’. Questo approccio alla governance, che definiamo come “quintupla elica” (un approccio integrato e collaborativo nella gestione delle risorse comuni n.d.r.), dovrebbe guidare sempre ogni politica di gestione dello spazio marino”.
“Il nostro – prosegue – è un mare straordinariamente produttivo, ma anche estremamente complesso e fragile. Il Mare Adriatico è un bacino semi-chiuso, con profondità contenute se confrontate ad altri mari e fortemente interconnesso con le attività che si svolgono sulla terra. Tutto questo lo rende molto sensibile agli impatti antropici, ma allo stesso tempo anche fortemente resiliente e capace di rispondere rapidamente ad azioni di tutela e gestione. È un mare ricco di specie, con una lunga tradizione di pesca, e al tempo stesso un ecosistema in continua trasformazione, dove le dinamiche ecologiche e le comunità delle due sponde sono complesse e interconnesse. Studiare e gestire questo mare significa affrontare una sfida non solo scientifica, ma anche culturale, sociale ed antropologica estremamente rilevante. Lo abbiamo raccontato di recente in bellissimo volume, “Adriatico. Mare d’inverno”, che consiglio di leggere, una singolare narrazione dove tante voci raccontano da diverse prospettive l’unicità e la complessità del nostro mare”. Una complessità, quest’ultima, che pone una sfida alla città, che è chiamata a riscoprire il valore sociale, culturale, ecologico ed economico del mare in un’ottica più moderna”.
“Il mare – conclude Luna – non è solo, come fatto in passato, un luogo da sfruttare o da colonizzare con opere ingegneristiche, ma uno spazio da conoscere, raccontare e abitare con rispetto. Bisognerebbe valorizzare il sapere scientifico, ma anche le competenze locali, le tradizioni marinare, il rapporto educativo tra le nuove generazioni e il mare. Ancona ha tutti gli strumenti per diventare un esempio nazionale di città che vive il mare in modo moderno, consapevole e lungimirante. Serve però un salto di qualità nella narrazione collettiva: il mare non è solo una cornice o una risorsa, è parte della nostra identità e del nostro futuro. In fondo è da lì che veniamo”.
Margherita Rinaldi





