IL PERSONAGGIO: “Se Ancona fosse un gelato, saprebbe di miele e crema al Varnelli”

La guida Gelaterie d’Italia 2025 del Gambero Rosso l’ha indicata come gelatiera emergente di quest’anno. Si chiama Maria Teresa Di Fraia, viene da Pozzuoli, ma vive e lavora ad Ancona, la città che ha scelto soprattutto per amore del Passetto e della sua scalinata che in un attimo ti trasporta dalla città al mare. Dopo il prestigioso riconoscimento, ricevuto qualche mese fa, abbiamo chiesto a Maria Teresa di raccontarci il suo percorso, di lavoro, ma anche di vita.

Perché i suoi gelati sono “radicali”? Il termine radicali deve far pensare proprio alle radici, siano esse quelle che affondano in un certo territorio o quelle che stanno alla base dell’idea che si ha di qualcosa. In sostanza, i miei gelati sono radicali sia perché le materie prime che trasformiamo in gelato vengono cercate localmente, sia perché le ricette nascono da un lavoro di ricerca su misura per ogni gusto, senza l’uso né di preparati né di formule prestabilite.
Un gelato radicale, quindi, è il frutto di un processo che trova la sua spontaneità nel limitarsi il più possibile a ciò che ha da offrire il territorio e la stagionalità, e che si apre alle infinite strade offerte dalla libertà del lavoro artigianale: quando si parte dalla radice, le possibilità sono infinite.

Qual è la storia che l’ha portata fino a qui? Prima delle esperienze universitarie e lavorative, ciò che mi ha portata a fare questo mestiere è stata fin dall’infanzia un’educazione al cibo come luogo di cura per sé stessi e per gli altri.
Non ho potuto fare a meno di assorbire dai miei familiari, tutti appassionati di cucina, un rapporto attivo e positivo con il cibo: la cucina come mezzo per esprimere amore, premura e per ritrovare un senso di appartenenza alla propria storia, sia familiare che cittadina.
Iscrivendomi alla triennale in Scienze Gastronomiche all’Università di Parma, ho ritrovato nello studio questo approccio al cibo come momento culturale e finestra sul mondo esteriore e interiore.
Da lì, varie esperienze mi hanno avvicinata al gelato, alimento simbolo che ho adottato come mezzo attraverso cui manifestare tutto ciò che ho appreso intorno al cibo.

Maria Teresa Di Fraia è una gelatiera emergente per la guida Gelaterie d’Italia 2025 del Gambero Rosso. Che cosa significa per lei questo riconoscimento? Prima di tutto, mi ha regalato una sferzata di fiducia. Da quando ho aperto Gelati Radicali non ho investito molto in pubblicità e promozione; essere notata e insignita di questo premio, nonostante io mantenga un profilo basso, ha significato per me che in fondo sto lavorando bene, che il mio modo di essere artigiana arriva e viene riconosciuto. Non meno importante, poi, è stato il riconoscimento ricevuto ogni giorno in gelateria dopo la premiazione: è stato emozionante sentire i tanti clienti affezionati che, esprimendomi le loro congratulazioni, mi hanno mostrato il loro sincero orgoglio.

Perché ha scelto Ancona? Quando ho deciso di rimanere ad Ancona non avevo assolutamente in mente l’idea di aprire la gelateria; la scelta di rimanere è stata dettata da una personale decisione di vita, non da una valutazione di mercato. Ero arrivata qui per una breve esperienza lavorativa e sarei dovuta ripartire dopo pochi mesi, ma la decisione di restare (almeno un altro po’…) è arrivata molto presto e in un momento ben preciso: la prima volta che sono scesa al Passetto.
Vengo da Napoli, città il cui volto è stato trasformato negli ultimi anni da un turismo di massa gestito male e che giova solo agli interessi di pochi. Tra affollamento e carenza di mezzi pubblici, andare al mare può diventare un’impresa. La prima cosa che di Ancona mi ha colpita è stata proprio la facilità con cui, dal centro urbano, si può raggiungere il mare. Spero che questo non cambi e che, anzi, le spiagge diventino ancora più accessibili.

Che città vede dal suo laboratorio/negozio? In Corso Amendola vado dal calzolaio a far riparare le scarpe, vado a tagliarmi i capelli dal parrucchiere di cui ormai mi fido ciecamente, faccio sistemare gli abiti in sartoria, posso scambiare due parole con chi mi prepara un caffè o un cocktail… Si tratta di esercizi commerciali che offrono una selezione di servizi molto variegata, ma sono prima di tutto attività in cui resiste il fattore umano, sia nella relazione con il cliente sia nell’impronta unica e personale che ogni titolare dà al proprio negozio. Inoltre, la resistenza sul territorio di artigiani come sarti e calzolai permette di mettere in pratica abitudini sostenibili come la riparazione e il riuso. Io vedo una città che ha ancora l’opportunità di scegliere di privilegiare e salvaguardare questo tipo di piccolo commercio locale, piuttosto che cedere alle lusinghe delle multinazionali.

Cos’è il gelato per una città italiana? E per Ancona e gli anconetani? Mi sono appassionata al mio mestiere girando tutta l’Italia per gelaterie: negli ultimi dieci anni sono nate moltissime gelaterie autenticamente artigianali, i cui gusti spesso diventano un’occasione per scoprire le specialità e i produttori locali.
In questo senso, in Italia non solo la ristorazione, ma anche il gelato è diventato un mezzo per conoscere meglio la propria città e il territorio circostante.
Un tema che però divide un po’ il nostro Paese è quello del mangiare il gelato in inverno, abitudine comune al Sud anche quando fa freddo.
Molti anconetani sono consumatori prettamente estivi di gelato, ma ci sto lavorando…

C’è un gusto preferito dai suoi clienti? Da noi i gusti variano spesso a rotazione, e ce ne sono alcuni che quindi mi vengono richiesti spesso quando non sono disponibili. Mi viene in mente il gusto robiola e visciole, ma anche il sorbetto di fichi di Offagna che purtroppo abbiamo avuto solo nel 2022 e manca da allora per via delle estati troppo aride. Al momento è appena tornato il gelato di ricotta di pecora di Montegranaro e limone bruciato, che piace tantissimo.

Se Ancona fosse uno dei suoi gusti di gelato, che gusto sarebbe? Sicuramente un gusto a cui non interessa necessariamente apparire ma che è molto di sostanza: la crema radicale con uova biologiche, miele del Conero e Varnelli.

La sua filosofia di gelato è anche una filosofia di vita e di lavoro? Direi di sì: in generale mi impegno al massimo per dare un’impronta molto personale a ciò che faccio, cerco di trarre il meglio da ciò che ho intorno e do molta importanza ai rapporti umani, dai fornitori, ai clienti, a chi lavora con me. Privilegio l’autenticità al risultato e la qualità alla quantità.

Se dovesse fare un augurio a questo mondo inventando un nuovo gusto di gelato, che gusto sarebbe? E come si chiamerebbe? Un gelato che plachi il bisogno continuo di novità e complicazioni. Non inventerei un nuovo gusto: farei per tutti un gelato al limone. Senza sofisticazioni, per ricordarci di apprezzare anche un piacere semplice. Il mio augurio è proprio questo.

Margherita Rinaldi

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