Cosa c’entra Napoleone con Ancona? A prima vista potrebbe sembrare poco: l’imperatore francese non nacque nelle Marche, ma nella periferica isola corsa, non vi stabilì la sua corte e anzi vi rimase solo alcuni giorni, e non combatté nella Marca le sue battaglie più celebri. Eppure, tra le altre cose, resta questa epigrafe scritta di sua mano: <Il suo – di Ancona – è il solo porto che esiste, dopo Venezia, sull’Adriatico; sotto ogni punto di vista è per noi essenziale>. Insomma, Ancona fu uno dei luoghi strategicamente più importanti dell’Adriatico durante l’età napoleonica, tanto da diventare un nodo militare, commerciale e politico essenziale per la Francia tra la fine del Settecento e l’apogeo dell’Impero, nel 1815. Non basta. Oltre ai siti scomparsi o meno, testimonianza del ruolo dei transalpini nella nostra città, parenti e amici del corso, i cosiddetti “napoleonidi”, svolsero un ruolo e un’influenza per nulla secondarie nel corso del successivo processo risorgimentale e oltre. È proprio per questo legame storico che oggi il Comune di Ancona, e in particolare l’assessorato al Turismo, ha scelto di aderire alla Federazione Europea delle Città Napoleoniche, una rete internazionale che riunisce città segnate dall’esperienza napoleonica e che promuove la valorizzazione del patrimonio storico e culturale di quell’epoca.

Per comprendere il rapporto tra Napoleone e Ancona bisogna tornare agli anni delle campagne d’Italia. Nel 1796 il giovane generale Napoleone Bonaparte (in origine il nome della famiglia, di origine toscana, era Buonaparte ma si decise di mutarlo perché il dittongo uo è poco affine alla lingua francese), guidò l’esercito transalpino contro gli Stati italiani e l’Austria, portando nelle penisola le idee della Rivoluzione francese: abolizione dei privilegi feudali, nuovi codici amministrativi, laicizzazione dello Stato e riorganizzazione dei territori. In questo quadro anche Ancona, allora appartenente allo Stato Pontificio, divenne un obiettivo strategico fondamentale. Il porto di Ancona aveva infatti un enorme valore militare e commerciale. Affacciato sull’Adriatico e naturalmente protetto dal promontorio del Conero, costituiva uno dei principali sbocchi marittimi dell’Italia centrale verso i Balcani e il Levante. I francesi compresero subito l’importanza di controllare la città: dominare Ancona significava controllare i traffici dell’Adriatico e limitare l’influenza austriaca nella regione. Per inciso l’importanza del porto di Ancona, sottovalutata da studiosi e media nazionali, ha caratterizzato numerosi altri eventi della storia dell’Adriatico e del Mediterraneo, da Traiano a Churchill. Nel febbraio del 1797 le truppe francesi entrarono ad Ancona quasi senza combattere. La città divenne immediatamente una base navale e militare della Repubblica francese e, successivamente, delle repubbliche “sorelle” e satelliti create in Italia sotto l’influenza napoleonica. Per la popolazione locale si aprì una fase di profonde trasformazioni politiche e sociali. Furono introdotte nuove amministrazioni civiche, vennero aboliti alcuni privilegi ecclesiastici e feudali e si diffusero ideali moderni legati al concetto di cittadinanza e di Stato laico. Quando il futuro imperatore soggiornò nella città Dorica, nel Palazzo Trionfi oggi non più esistente all’ingresso del porto, con il colpo d’occhio dell’esperto di artiglieria ordinò immediatamente di rafforzare le difese, in particolare quelle del Cardeto. In quei pochi giorni trovò anche il tempo di dare un’occhiata a un certo dipinto che tanto scalpore aveva suscitato tra i fedeli: Il quadro della Vergine di autore ignoto che, secondo la tradizione, avrebbe mosso gli occhi all’arrivo dei “giacobini senza Dio”. Quello stesso quadro potete oggi ammirarlo nel transetto sinistro della Cattedrale di San Ciriaco. Ancona visse però anche momenti drammatici. Nel 1799 la città fu assediata dalle truppe austro-russe-turche, e da un esercito di insorgenti guidato dl La Hoz durante le guerre della Seconda coalizione contro la Francia rivoluzionaria. Dopo mesi di resistenza, i francesi dovettero cedere. Tuttavia il controllo napoleonico sarebbe tornato poco dopo, consolidandosi soprattutto dopo il 1805, quando Napoleone divenne imperatore e riorganizzò gran parte dell’Italia sotto il dominio francese. Durante l’età napoleonica Ancona conobbe una significativa crescita amministrativa e infrastrutturale. I francesi investirono nelle fortificazioni del porto e nelle opere militari, trasformando la città in una delle principali piazzeforti dell’Adriatico. Vennero migliorati i collegamenti stradali e rafforzata l’organizzazione burocratica secondo il modello francese, più moderno e centralizzato rispetto a quello pontificio. Testimonianza di quelle temperie sono le fortificazione la lunetta alla Cittadella e al Cardeto, la polveriera Beato Amedeo nel parco della Cittadella, la villa di Colle Ameno, residenza estiva dei conti filo francesi Camerata, il Fortino Napoleonico di Portonovo, fatto costruire nel 1811 da Eugenio di Beauharnais, viceré d’italia, naturalmente il già citato dipinto della Madonna del Duomo, incorniciato da una splendido baldacchino del Vanvitelli. E quei palazzi che non ci sono più, vittime come buona parte del centro storico, dei bombardamenti dell’ultima guerra: quello dell’Appannaggio, che sorgeva all’ingresso del porto, coincidente con l’attuale palazzo della Banca d’Italia del Cirilli, e il Palazzo Trionfi, sul lato opposto a margine della piazza del Teatro, oggi piazza della Repubblica. Importante fu anche l’aspetto economico. Già dal Settecento Ancona godeva dello status di porto franco, istituito da papa Clemente XII nel 1732, che favoriva il commercio internazionale grazie a particolari agevolazioni doganali. I francesi cercarono di sfruttare questa vocazione commerciale inserendo Ancona nel sistema economico napoleonico. La città divenne così un centro strategico nei traffici marittimi e nei rapporti con l’altra sponda dell’Adriatico. L’influenza napoleonica lasciò tracce profonde anche nella cultura politica locale. Molti intellettuali e funzionari marchigiani aderirono alle idee riformatrici francesi, mentre altri si opposero all’occupazione straniera e alla politica anticlericale (l’albero della libertà, attorno al quale si svolgevano raduni e feste, fu sistemato nell’allora piazza del Mercato, oggi piazza del Plebiscito. Come in molte città italiane, il periodo napoleonico fu dunque vissuto in modo ambivalente: da una parte modernizzazione amministrativa e apertura europea, dall’altra occupazione militare, tassazione pesante e coscrizione obbligatoria. Il dominio francese terminò definitivamente nel 1815, dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo e il Congresso di Vienna, che riportò Ancona sotto il controllo dello Stato Pontificio. Tuttavia molte innovazioni introdotte durante il periodo napoleonico sopravvissero anche dopo la Restaurazione: l’idea di una pubblica amministrazione moderna, una diversa organizzazione territoriale e una nuova concezione dei rapporti tra cittadini e Stato. L’adesione Federazione Europea delle Città Napoleoniche, associazione riconosciuta dal Consiglio d’Europa, non rappresenta una celebrazione nostalgica delle guerre napoleoniche, piuttosto il riconoscimento di un’eredità storica che ha contribuito a trasformare la città. Attraverso questa partecipazione Ancona, lo stiamo già facendo, può promuovere il proprio patrimonio monumentale, le fortificazioni, gli archivi storici e i luoghi legati all’età francese, attirando studiosi, turisti e iniziative culturali internazionali. In definitiva, Napoleone “c’entra” con Ancona perché la città fu uno dei cardini della strategia francese nell’Adriatico e visse, tra il 1797 e il 1815, una stagione di profonde trasformazioni politiche, economiche e sociali. La presenza francese lasciò segni duraturi nella storia urbana e civile anconetana. Proprio questa memoria condivisa spiega perché oggi Ancona scelga di riconoscersi tra le città napoleoniche d’Europa: non per esaltare un impero, ma per comprendere meglio il proprio passato e il ruolo che la città ebbe nella costruzione della storia europea moderna.
Sergio Sparapani





